Il 5 marzo è stato pubblicato su Netflix Everybody’s Everything, il documentario sulla vita di Lil Peep, il celebre rapper venuto a mancare due anni fa, a soli 21 anni.

“Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. Ho sempre trovato illuminante questa frase, resa celebre nel Settecento dal celebre chimico Antoine-Laurent Lavoisier, in quanto a mio avviso applicabile a tanti contesti lontani dalle scienze più nobili. Penso spesso a queste parole quando si parla di tossicodipendenti, da quelli più famosi a coloro che vivono sotto i ponti delle nostre città, quando alla notizia della morte di uno di loro, i social si riempiono di decine di commenti nei quali l’empatia è totalmente assente, nei vari “uno in meno” o “se l’è cercata”.

Il punto, ancora troppo lontano dall’essere compreso ai più, è che dietro ogni drogato di merda c’è una storia e un fallimento della società e che, proprio come suggerisce la frase succitata, tutto è in divenire e chiunque può cadere in un baratro: non si nasce destinati automaticamente ad una vulnerabilità di questo tipo. Everybody’s Everything, il primo documentario sulla vita di Gustav Elijah Åhr, in arte Lil Peep, celebre rapper americano deceduto prematuramente nel 2017 a soli 21 anni, in un certo senso vuole trasmettere proprio questo messaggio.

Quello che colpisce del lungometraggio diretto da Sebastian Jones e Ramez Silyan è l’umanità che traspare da questo lavoro. Il soggetto del documentario potrebbe essere uno di noi, non è messa al centro la sua morte in senso stretto (per quanto avvenuta in circostanze ancora discusse), bensì le fragilità di un ventenne come tanti e le conseguenze psicologiche di un successo raggiunto troppo rapidamente.

C’è un dettaglio che reputo emblematico per comprendere la storia di Peep, ed è il tatuaggio che aveva sopra il sopracciglio destro, nel quale è scritto “Cry Baby”, ovvero piagnucolone. Nel documentario figura un video nel quale l’artista ne spiega il motivo, dicendo che è un modo per ricordarsi ogni giorno, guardandosi allo specchio, di non lamentarsi.

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Gustav, in realtà, aveva motivo di avere più di un momento di down, avendo alle spalle una storia familiare delicata e un fondo di irrisolto nel suo profondo, come si cerca di trasmettere allo spettatore in Everybody’s Everything, grazie alle diverse testimonianze delle persone che gli erano vicine.

C’è una sfumatura ulteriore che in tanti ignorano ed è la velocità in cui un artista statunitense riesce a raggiungere il successo mondiale, una dinamica propria quasi solo del Paese a stelle e strisce. Questo significa che si può passare in pochissimo tempo dall’essere famosi nel proprio Stato a fare tour continentali e vedere moltiplicati i propri numeri, a livello di vendite e di cachet: quello che è successo a Lil Peep.

Ma il successo, non sono io a doverlo dire, può essere un’arma a doppio taglio, soprattutto se sei giovane e se, come è assolutamente normale che sia, stai lottando con dei fantasmi. Ciò che ad oggi lascia senza fiato, inoltre, è che di questi turbamenti erano piene le canzoni e i social di Peep, ma forse mai nessuno ha compreso a fondo alcune dinamiche e alcune emozioni da lui vissute.

C’è un post su Instagram, pubblicato tragicamente poche ore prima della sua morte, che sembra quasi annunciarla, nel quale Peep Scrive:

“Voglio solo essere tutto per tutti, voglio troppo dalle persone ma poi non voglio nulla da loro allo stesso tempo. Mi senti che non permetto alle persone di aiutarmi ma ho bisogno di aiuto, ma non quando avrò le mie pillole. Ma è un giorno temporaneo, forse non morirò giovane e sarò felice? Cosa è la felicità? Io sono sempre felice per circa 10 secondi e poi non più. Sono così stanco di questo.”

Si poteva fare qualcosa per evitare la morte di Peep? A livello medico forse, considerando che sembrerebbe che i soccorsi dopo il suo svenimento siano stati chiamati dopo diverse ore, ma soprattutto credo si sarebbe potuto fare qualcosa nei mesi precedenti, a livello umano. In quasi tutto il mondo occidentale il numero di tossicodipendenti cresce lentamente ogni anno, assieme al numero di morti di overdose, da anni. 

Non è il luogo per analizzare le cause, ma ignorare il problema o continuare a considerarlo tabù, anche semplicemente nella propria cerchia di amici e parenti, non farà altro che continuare a far esistere altri Lil Peep. Qualche mese fa Post Malone, intervistato a Beats 1, parlando di Mac Miller e Peep, ha detto:

“Non sai quanto sia facile rimanere intrappolati in qualcosa al punto da non poterti fermare. Non è colpa tua. Non hai bisogno che qualcuno ti parli o ti dica Oh, non dovresti usare droghe, hai bisogno di qualcuno che sia lì per darti il ​​supporto di cui necessiti, come amico o come membro della famiglia. Sono stato lì. È così fottutamente difficile”

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È esattamente questo il centro del discorso, e anche in parte del documentario. La droga di per sé non è mai il nucleo del problema, quello che è rilevante è cosa c’è dietro l’uso. Nel caso di Lil Peep questo sfondo era abbastanza nitido, ed è stato messo alla luce con chiarezza in Everybody’s Everything.

Questo documentario non cambierà il mondo, ma la sua diffusione sicuramente farà riflettere più di una persona sull’importanza di avere un braccio al quale aggrapparsi per non cadere e di quanto la droga possa essere, in questo momento storico come non mai, una scorciatoia per una sola meta, quella dell’annullamento di se stessi.

 

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