In La Soluzione Davide Shorty rimette al centro la sua abilità di liricista.

La carriera di Davide Shorty non è un percorso lineare ma ricco, differenziato, costante e pieno di esperienze a volte contrastanti tra di loro: la partecipazione ad X Factor, il passato a Londra, il ritorno in Italia e, infine, Funk Shui Project. In mezzo a tutto questo continuo cambiamento c’è sempre lui con la sua musica, con la voglia di raccontarsi e raccontare i suoi processi mentali e la sua passione smisurata per il rap. E proprio il rap torna prepotentemente in questo ultimo lavoro: La Soluzione. 

La Soluzione è un disco hip-hop a tutti gli effetti, meno sperimentale del suo disco precedente, più dritto e compatto per quanto riguarda la parte di scrittura, che non lascia spazio a troppi fronzoli e cambi di direzione.  Tutto questo appare evidente già dall’intro, dove Davide mette subito in chiaro le cose con un attacco deciso che è pura dimostrazione di skills, 1:30 in cui condensa tutto ciò che gli piace, dal suono anni 90, alle atmosfere jazzy, dal rap più tecnico fino al canto. 

Questo è senza dubbio uno degli elementi più interessanti di La Soluzione, dove la forma canzone viene messa un po’ da parte, o comunque limitata per lasciare spazio ad uno Shorty più rapper nel vero senso del termine. Le strofe sono infatti spesso scritte con un approccio molto più hip-hop del disco precedente, e quindi lo storytelling fa spesso da padrone incontrastato della narrazione. 

Ma anche parlare semplicemente di storytelling in senso generico sarebbe impreciso e poco calzante rispetto al lavoro svolto, in cui in realtà sono più le riflessioni dell’autore ad essere al centro della scena. Le confessioni di Davide, che usa la musica come vera e propria terapia (non a caso il suo lavoro precedente con Funk Shui Project si chiamava Terapia di gruppo), e che per lui diventa soluzione ai propri mali. E in questo modo si spiega il titolo del lavoro. 

La musica, nel senso più ampio del termine, come soluzione terapeutica ai propri malesseri personali, che diventa palliativo o sistema di guarigione per i propri malanni sia da parte di chi la compone – che, in questo modo, trova modo di sfogare le proprie paure e debolezze – sia da parte di chi ascolta che in essa trova rifugio. 

Questo concetto di musica come cura è un idea cara all’autore che aveva già incominciato a seminare nel disco precedente ma che prende realmente corpo in questo progetto successivo. In particolare questa funzione viene applicata in maniera sistematica ad un altro tema caro all’autore che è quello della sanità mentale. In un periodo storico dove questo tema è particolarmente sentito (si veda ad esempio il caso eclatante di Joker), anche Shorty ha deciso di dire la sua – come anche nella nostra intervista – soprattutto a causa di un problema di depressione che lo ha colpito e del quale decide di rendere partecipe l’ascoltatore. E tutti questi processi mentali vengono ben esaminati dall’autore che si fa chirurgo quasi delle sue emozioni. 

Ma la soluzione è anche un invito, in un momento storico particolarmente difficile da un punto di vista sociale a non chiudersi in se stessi, a rifiutare idee facili di odio e di ignoranza, e questo è detto nella seconda traccia dell’album che da anche il titolo al disco, senza dubbio la canzone più politica dell’intero. Un brano anche abbastanza inedito per i tempi che corrono, che tendono ad evitare se possibile argomenti davvero pesanti o difficili.

Da un punto di vista più musicale, il disco si compone di diverse anime come è anche tipico dei dischi di David Shorty & Funk Shui Project: c’è il rap più classico, ci sono i campioni con i richiami al jazz e al soul, c’è comunque una ricerca di musicalità. La mano dei Funk Shui Project si vede eccome in una costante ricerca di differenze nella continuità: il disco suona sempre coeso e compatto ma anche differente di traccia in traccia. In questo senso si alternano bene le differente anime del progetto, perchè se è vero che il rap più classico è il muro portante e le fondamenta del lavoro, è bene anche sottolineare come non sia mai fine a se stesso ma è sempre accompagnato con richiami al jazz e al funk, in pieno stile Funk Shui, che in questo modo offrono all’ascoltatore un progetto di qualità a 360 gradi. 

Insomma, il sodalizio Davide Shorty & Funk Shui Project continua meravigliosamente e il loro secondo album ufficiale è l’ennesima riprova di come questa combinazione sia ormai una solida certezza nel panorama musicale Italiano. La Soluzione si attesta come uno dei progetti di punta di hip hop e di black music in Italia.

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Brianzolo trapiantato a Venezia per motivi scolastici, studente per necessità, scrivo di rap per passione. Non conosco differenze tra undeground e commerciale, ma mi sveglio ascoltando Nas e mi addormento con Kanye nelle cuffie e pensando alle Kardashian.