Cosa vuol dire reggere la pressione? Ma soprattutto cosa significa non reggerla? Ve ne parliamo qui

Puoi reggere la pressione e vincere, puoi non farlo e perdere. Puoi smarrire qualcosa, qualcuno, ma quando perdi l’ispirazione, la voglia e la chiave giusta diventa tutto un gran problema, specialmente se sei un artista. Allo stesso tempo però, si dice che bisogna perdersi per ritrovarsi. Quindi, qual é la soluzione dei rapper italiani a questo complesso intreccio?

Ho pensato all’idea di vincere la paura di perdere dopo aver ascoltato Madame che parlava di ansie, di concetti che riguardavano il dover accontentare tutti, reggendo la pressione e mantenendo intatta la qualità. Ma è un’impresa titanica riuscirci un po’ per tutti, figuriamoci per un artista esposto alla mercé del pubblico, che non ha il diritto di scegliere il suo destino se non attraverso ciò che scrive. È la dura legge del più forte, lo stesso titolo del singolo apripista di Mowgli, il primo album ufficiale di Tedua. Ecco, Mario è uno di quegli artisti di cui mi fiderei ciecamente quando parliamo di album che usciranno nel futuro prossimo. Un artista controverso, a tratti molto criticato, sicuramente dalla difficile oggettivazione. Ma uno di quegli artisti che sono sicuro riuscirà a trovare quell’ispirazione gigante di cui vivono ancora oggi dischi come Orange County e – appunto – Mowgli, che lo ha introdotto con prepotenza nella Serie A del rap italiano.

Quando parliamo di artisti italiani che hanno il compito di reggere la pressione, come non pensare a Marracash, il rapper preferito del tuo rapper preferito. Dopo anni di silenzio assordante Fabio è tornato con delle strofe che sono un crescendo di sensazioni sempre più vivide, Marylean, anche se a tratti contraddittorie, Margarita. In un post pubblicato di recente ha affermato che ogni pezzo del disco nuovo può essere associato ad un organo del corpo, per quanto viscerale e sentito. Il tempo è galantuomo, ma il pubblico del rap italiano no, caro Marra, e questo album rischia di essere una roulette russa alla quale soltanto gli uomini più coraggiosi sono in grado di partecipare. In ogni caso, non sarà un sacrificio vano, sarà piuttosto una benedizione.

Tra gli artisti che negli ultimi anni hanno vissuto questa urgenza troviamo Luchè e Izi. Il primo, per dirla alla Guè, ha trattato le aspettative che lo riguardavano come Dante con Beatrice, traendone ispirazione e raggiungendo l’apice della sua carriera con Potere. Il secondo ha invece vissuto la tensione cosi a fondo che quasi ne è uscito sconfitto. Ricordo bene il discorso che fece a Radio Deejay, raccontando di aver passato uno dei periodi più difficili della sua vita, con due album e diversi mixtape all’attivo a soli 23 anni ed un disco all’orizzonte che avrebbe dovuto incoronarlo come “Nuovo Re”. Aletheia è diventato disco d’oro ma dubito fortemente che sia un disco in grado di segnare un punto di non ritorno come accaduto altre volte, con altri dischi, con altri artisti. Questo nonostante Izi sia riuscito a tirare fuori la parte migliore di sé, almeno a livello artistico.

Tra i new comers invece, ce n’è uno in particolare legato a questo discorso: Massimo Pericolo è il rapper del momento, la potenziale nuova stella del rap italiano, col benestare di Fabri Fibra – uno di quelli che il peso della pressione l’ha assimilato benissimo, forse meglio di chiunque altro – che in Star Wars sembra avergli passato il testimone. Scialla Semper, il suo album di debutto, è diventato un culto immediato ma la strada da fare è ancora molta. Lo stesso artista ha affermato come si trattasse di pezzi praticamente già pronti, assemblati per essere cacciati fuori e cavalcare l’onda. Ma nei sottotesti di quello che è un simbolo della nuova generazione ci si aspetta sempre qualcosa in più, di cui forse neanche lui è pienamente consapevole. Bisogna dare tempo, allentare la tensione, coltivare la fiducia ma non dare nulla per scontato, che non sempre le storie hanno un lieto fine come si crede.  Godersi il momento è fondamentale e questa storia sembra stia procedendo per il verso giusto.

Allargando la visione dell’argomento, un po’ di tempo fa Bassi Maestro ci ha scritto su un pezzo, utilizzando sì l’ironia, ma inserendo delle barre che – a distanza di un paio di anni – sembrano essere delle pillole di saggezza che tutti gli artisti dovrebbero assumere.

Già, perché questo argomento non riguarda soltanto gli artisti del momento, ma anche tutti coloro che hanno contribuito a costruire la solidità di cui la scena può disporre oggi.  Artisti come Vacca e Mondo Marcio, autori di autentiche pagine di storia del rap italiano, non sembrano essere riusciti a mantenere lo stesso peso specifico di un tempo, nonostante la qualità della musica resti oggi indiscutibile, così come la loro prolificità. La colpa? Non è di nessuno, semplicemente di un genere che vive del suo pubblico, la sua prima fonte di finanziamento culturale ed economico, ed è lui a sancire indiscutibilmente successi ed insuccessi.

Guè Pequeno è l’esempio più grosso tra gli artisti che hanno attraversato le fasi più calde e difficili del rap italiano, uscendone quasi invincibile e conquistando un pubblico apparentemente impreparato alla sua visione affascinante – ma anche un po’ utopica – sull’evoluzione del genere. Dai Dogo passando per la carriera solista, Mr. Fini è stato un vero e proprio trendsetter nel rap italiano, ispirando artisti come Ernia e Lazza a seguire la sua scia, miscelando sofisticatezza nelle rime ad una sana ignoranza di cui l’Hip-Hop non può fare a meno.  A proposito dei due artisti appena citati, è imbarazzante la maturità con la quale hanno affrontato il cambiamento, venendo entrambi da un periodo iniziale non fortunato che ha però fatto da carburante per questa nuova era che li vede assoluti protagonisti.

Rimanendo sugli OG del rap italiano, ci piacerebbe citare una coppia di artisti che è riuscita a mantenere intatto il proprio status grazie a delle scelte differenti ma comunque coerenti. Parliamo di Ghemon e Jake la Furia, col primo che ha preso una strada paragonabile per certi versi a  quella che prese Neffa. La differenza è che allora – così come adesso – Neffa decise di tagliare i ponti col suo passato, Ghemon se ne è invece allontanato gradualmente: l’ultima traccia che ha lasciato in modo deciso nel rap italiano è stato il mixtape Aspetta un Minuto, che per molti rappresenta un classico e che segna un nuovo inizio per l’artista campano che da lì in poi si dedicherà ad un nuovo pubblico, sino ad arrivare a Sanremo.

Jake La Furia invece.. beh, Jake è rimasto nei cuori di ognuno di noi. Non sappiamo ancora se tornerà con un nuovo progetto rappato ma le speranze sembrano farsi vane col passare del tempo. La Furia lo ha sempre detto, sin dai tempi di Musica Commerciale, che se questo ambiente non lo avesse più appagato, se non ci si fosse più rispecchiato, lo avrebbe mollato senza mezzi termini, senza la paura di essere dimenticato. E così è stato, dato che l’ultimo progetto risale al 2016 con Fuori da Qui. Eppure qualche volta, inaspettatamente, torna sul beat, come accaduto di recente con le due ultime strofe regalate a Nerone in due progetti differenti: Il rap per Jake è un po’ come andare in bicicletta, e se dovessimo fare un parallelismo La Furia sarebbe Pantani, quindi..

Infine, una nota di merito tra gli artisti che hanno fagocitato la pressione va attribuita a due artisti che simboleggiano la storia del rap in Italia.  Bassi Maestro e Dargen D’Amico non hanno mai avuto bisogno di  un riscontro in termini numerici, la loro è un’arte immortale ed in quanto tale nessun altro elemento, tanto meno il tempo, potrà mai scalfirla. Il primo sembra essere sinceramente dispiaciuto dalla piega che l’ambiente ha intrapreso, lontano dalla mentalità con la quale è cresciuto e che lo ha visto assoluto protagonista per due decadi. Oggi Bassi gode della stima incondizionata di qualsiasi fan del rap italiano ed è una stima che non ha bisogno di esser provata: il suo ultimo progetto, North Of Loreto, è un manifesto di questo suo nuovo approccio: un disco elegante, ricercato e lontano dal suono cui siamo tutti abituati. Così come Ondagranda, l’ultimo disco rilasciato da Dargen in collaborazione con Emiliano Pepe, che sintetizza in modo minimale la ricerca lirica che D’Amico non ha mai smesso di sperimentare nella sua musica, rendendola un genere a parte che – a mio parere – sarà capita solo in un futuro prossimo, quando la sostanza prenderà il posto della superficie.

Per concludere, voglio citare ancora una volta Madame, che in 17 elenca gli elementi fondamentali che dovrebbero costruire un artista anche se molto spesso non bastano: la penna, lo stile, il cuore in gola quando si scrive. A questi ne aggiungerei un ultimo di uguale importanza : il coraggio di andare oltre sé stessi. E non tutti sono in grado di uscire vincenti da questa fase. Possiamo quindi affermare che reggere la pressione significa vincere il tempo e il cambiamento che questo porta con sé, saper decodificarlo e dargli uno stile proprio, un’ impronta riconoscibile che non può essere confusa con nient’altro di simile. Non reggerla significherebbe tutto il contrario, innescando un meccanismo ciclico che comunque include una ricerca costante di un equilibrio ed una pace, di distruzione e ricostruzione, dove il passato non può avere lo stesso peso del presente ma soprattutto del futuro.

Grafica di Mr. Peppe Occhipinti.

Commenti
Ho 21 anni e mi nutro quotidianamente di questa musica. Preferisco gli autori profondi a quelli superficiali e sono fermamente convinto che il rap possa veramente tirare fuori le persone dalla m*rda.