Abbiamo avuto il piacere di realizzare un’intervista a Gemello in occasione dell’uscita di UNtitled, il suo nuovo album.

Gemello è un artista multidisciplinare il cui campo d’azione ricopre la parola e il suono, attraverso la musica, ma anche i colori e le immagini attraverso la pittura. Gemello si muove senza forzature fra questi mondi e, in maniera quasi cinematografica, è in grado di intersecarli, mantenendo sempre una forte coerenza poetica.

UNtitled è il suo ultimo album, uscito il 31/05 per l’etichetta Believe Music e io ho avuto il piacere e l’onore di chiedergli un paio di cose riguardo alla sua arte.

Questo disco arriva dopo due EP che avevano già molti degli elementi che ritroviamo qui, ma in una versione più curata, più definita, più completa forse. Si può dire che questo disco corrisponde ad una nuova fase della tua vita, artistica e personale?
«Sì, è proprio così. Avendo messo un po’ più la testa apposto sono riuscito ad approcciarmi diversamente questa volta: ho “asciugato” un po’ i testi in modo da far arrivare meglio quelli che sono i miei messaggi e la mia poetica. Stando meglio ed essendo cresciuto sono stato più produttivo e ho realizzato il disco in molto meno rispetto a quelli che erano i miei tempi precedenti. Sono riuscito a creare un prodotto orecchiabile che non fosse troppo criptico e questo sì ha a che vedere con un nuovo periodo della mia vita in cui sentendomi sereno e bene con me stesso, ho tirato fuori qualcosa di solare.»

Visto che sei un pittore e perciò oltre a lavorare con i suoni e le parole lavori anche con le immagini, la sinestesia è parte del tuo processo creativo? C’è un intreccio delle sfere sensoriali per cui ti trovi, ad esempio, a “vedere la musica” o a “sentire i colori”?
«Sì, decisamente. Credo che se si guarda un mio quadro e si ascolta una mia canzone si accorge dello stesso livello di casino che ho in testa, la poetica che guida entrambi è la stessa. Si può dire addirittura che quando dipingo metto una frase nel quadro e quando invece scrivo un testo è come se lo colorassi con delle immagini. Sono diversi i modi in cui mi lascio andare, ma nella lettura finale poi si assomigliano un po’ tutti.

Come pittore ci sono dei punti di riferimento nel mondo dell’arte? Quali sono, se ne hai, i tuoi maestri?
«Non seguo un filone; ricordo, quando ero piccolo e andavo alle mostre, che fossero di De Chirico o di Basquiat, di voler tornare a casa e dipingere come loro, come i grandi. Non avevo tecnica allora, ma provandone varie alla fine ho trovato la mia. È come se tornassi da un viaggio in Thailandia e provassi a cucinare thailandese, poi andassi a Napoli e sperimentassi con la cucina napoletana, alla fine tutto quello che ho visto e assorbito l’ho rielaborato, fino a trovare uno stile mio, una mia strada propria. Non mi sento di appartenere a nessuna scuola o movimento in particolare, ma se dovessi scegliere un solo quadro in tutto il mondo sceglierei probabilmente I pesci rossi di Henri Matisse, o uno dei lavori metafisici di De Chirico che trovo sempre molto evocativi, anche se poi io faccio tutt’altro, mi ispirano sempre molto.»

Sempre parlando di maestri, una caratteristica dei tuoi testi è l’uso amplissimo di metafore che contribuisce a creare delle immagini molto forti, molto delineate. C’è qualche scrittore da cui puoi dire di aver imparato ad affinare questa tecnica?
«Ho iniziato a fare rap proprio perché mi piaceva scrivere, amavo leggere e mi sono appassionato molto alla letteratura e all’immaginario americano, ai racconti corti, al minimalismo, ad autori come Raymond Carver. Quando poi però provavo io a scrivere qualcosa pensavo che nessuno l’avrebbe mai letta, o comunque quando la facevo leggere avevo l’impressione che venisse letta in maniera piatta, perciò l’idea di poter enfatizzare con la voce un punto o l’altro della canzone, parlando sottovoce ad esempio, mi ha spinto a cantare, a “scrivere recitando”.

Non ho “maestri”, amo Čechov ad esempio, ma poi l’immaginario che uso è molto mio. È un insieme di come vedo le cose, anche solo una staccionata, un chiostro… prima per esempio mi sono affacciato e ho visto questo chiostro pieno di rose, che a una qualunque persona avrebbe fatto dire semplicemente “Guarda che bello!”, io invece per tre secondi mi sono immaginato il giardino dell’Eden, il Paradiso. Non so, ho questa cosa per cui mi immagino le cose in maniera un po’…»

Surreale?
«Surreale, esatto.»

04 Gemello

Si sente molto questa componente letteraria nella tua musica. Ci sono diverse parti in cui sembra che declami, che narri, che reciti, appunto, più che canti.
«Sono sempre stato molto appassionato di queste voci fuori campo/narranti, ed è proprio questo il mio approccio quando faccio una canzone. Quando mi arriva una strumentale prima di scrivere mi immagino uno scenario a seconda di cosa mi evoca la musica: un deserto, il mare o la terra ferma, la strada… è figo perché è come se sovrapponessi una cosa all’altra e poi quando finisce la canzone penso: “C*zzo, ci stava proprio bene, era questo l’accostamento giusto.”»

Tu infatti hai tutta una serie di immaginari collegati ai luoghi: su una canzone si sente quello urbano, su un’altra il deserto, su un’altra ancora un paesaggio surreale, magari neanche collocabile ma fortemente percepibile…
«Questa cosa la senti molto anche in Vienimi a prendere, è un pezzo in cui neanche faccio rime tanta è la voglia che ho di esprimere un concetto con forza. Quando dico ad esempio “queste mezze torri Eiffel” che in realtà sono semplicemente dei pali della luce che reggono i fili, con i miei occhi “surreali” anche solo per un secondo ci vedo delle Torri Eiffel. È un mio modo di guardare le cose, di emozionarmi e vedere oltre alle cose per quelle che sono, tipo un bambino che guarda una pozzanghera e ci vede il mare, è un approccio penso molto infantile più che super ponderato… è molto una cosa mia, come un ricordo da piccolo in cui stai sul bagnasciuga e perché sei piccolo ti sembra di scalare una montagna quando in realtà è un metro di sabbia.»

Penso che sia la parte del bambino che ogni artista deve far rimaner vivo dentro di sé…
«Non sono molto abituato a parlare di queste cose, di me, mi vengono un po’ gli occhi lucidi… mi sembra figo capirlo e dirlo ad alta voce, come se non l’avessi mai detto e venisse fuori da solo…»

Per me è molto interessante vedere la tua evoluzione in questi anni e come sei capace di far cose totalmente diverse continuando comunque a fare arte in maniera autentica. Anche a me vengono gli occhi lucidi…
«(ride, ndr) Grazie!»

Ritornando invece al discorso letteratura e immaginario americano, in una vecchia intervista avevi indicato tra i tuoi libri preferiti Trilobiti di Breece D’J Pancake, quali sono/sono state altre letture importanti per te?
«Bellissimo quel libro. Sempre storie brevi, mi piacciono questi racconti crudi, questi tizi che si mangiano le tartarughe, da piccolo mi piaceva un sacco questo film di Robert Redford, In mezzo scorre il fiumeC’è una poesia di Carver chiamata Luis sta morendo, sono 5 righe ed è raccontata dal punto di vista di questo bambino in casa in pigiama che si piscia addosso, il padre al piano di sotto e lo zio fuori in giardino che sta morendo: “Ulula alla luna / quella brace lassù”, fine.

Mi piacciono queste cose interrotte: punto, punto, “mi fumo una sigaretta”, punto, senza finale né inizio. Non so perché mi hanno sempre affascinato questi scrittori: Wallace, Carver, Céline, questa cosa dell’America, anche perché sono stato a vivere 1 mese a New York e poi sono tornato che mi ero rotto i coglioni. Ho ancora molti libri da leggere ancora, questi sono quelli a cui sono più legato.»

Questo album avrà un tour?
«Sì, ci sarà qualche data estiva, sia con UNtitled che con i pezzi vecchi; purtroppo in estate tra gli impegni con i quadri non abbiamo avuto modo di organizzarci a modo con le prove, quindi le date con l’album intero e la band ci saranno da settembre. Ma sicuramente apparirò in giro quest’estate per portare un po’ le canzoni tra la gente.»

Che cosa stai ascoltando in questo periodo, (quando non ascolti la tua musica)?
«Io non ascolto mai la mia musica. Ho una grande collezione di dischi, sono appassionato di ogni genere di musica, dal folk rock al jazz all’heavy metal, però adesso sono in una fase in cui ho un po’ lasciato andare il mio bagaglio di cose, non sono più quello che si sente sempre sempre le stesse cose in macchina, prima ero molto odioso, adesso mi piace lasciar scegliere agli altri, ascoltare cose nuove, roba che non conosco che mi fa ascoltare la mia ragazza o un mio amico e sono molto più aperto a tutto.»

Ti ringrazio tantissimo e ti auguro buona fortuna per il disco e tutto il resto, ciao!
«Grazie a te, ciao!»

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