Dal 1997 suonano il loro modo di vivere l’hip hop, una storia di musica, palchi e amicizia che ci hanno raccontato in una splendida ed entusiasmante intervista.

Abbiamo realizzato un’intervista ai Microspasmi alla Santeria Social Club, pochi minuti prima che Bassi Maestro facesse esplodere tutto con un dj set dei suoi.

Goedi e Medda ci si siedono davanti, a separarci un tavolo bianco posto in una delle meeting room all’interno del locale. Appena schiacciamo rec dal registratore, per la prima volta rimpiangiamo che questa non sia un’intervista video. Perché gli sketch, gli sguardi, le risate, la complicità di un duo che ha saputo fare suo un genere, non si possono raccontare a parole.

Come gruppo non avete bisogno di presentazioni, ma ci piace sentire chi siete dalla vostra voce.
Goedi: «Goedi, Medda, Microspasmi.»

Medda: «Microspasmi già dice tanto. Siamo un duo di rap italiano che definirei underground, se così si può dire di questi tempi, io arrivo da Rho, provincia di Milano, che quando nacque Microspasmi aveva una ‘scena’ molto viva. Siamo riusciti a creare uno stile riconoscibile da tutti anche grazie a questo e fu importante per noi.»

G: «Io arrivo da Melegnano, provincia sud di Milano. Ho iniziato a produrre le prime cose nel 1995, mi sono chiuso ‘a studiare’ per un po’ e nel 1997 (credo) è uscito il mio primo lavoro solista che era La Kermesse, una cassetta con dentro Esa, Skizo, Kaso di Varese, Davo, Fritz Da Cat e ovviamente Medda.»

State anticipando la prossima domanda, ossia la vostra storia artistica…
G: «Sì, appunto dicevo che tutto è iniziato nel 1997 con La Kermesse, poi a susseguirsi nel 1998 Scena Vera, nel 2003 13 pezzi per svuotare la pista, fino al 2005 con 16 punti di sutura e poi, e poi tu (rivolgendosi a Medda, ndr) con un po’ di progetti.»

M: «Sì io dopo 16 punti di sutura sono andato avanti con altri miei progetti, più per il piacere di farli che per scopi di mercato. E poi abbiamo fatto Come 11 secondi, un paio di anni fa.»

G: «Mi sa anche tre.»

M: «Già tre?» (ride, ndr)
G: «Anche comodi» (ride, ndr)

Ma infatti nessuno capisce cosa sia successo nel 2005.
G: «Era un periodo in cui avevo iniziato a fare delle produzioni molto elettroniche (perché parallelamente avevo iniziato a fare il dj di deep house) e dopo 16 punti di sutura volevo andarmene ancora di più verso quelle sonorità, inserendole nel nostro suono hip-hop. Già l’ultimo lavoro era molto avanti, sperimentale direi, a livello di suono. E io volevo andare ancora di più verso quella direzione…

Ero un po’ stanco dei cliché che c’erano nell’hip hop, beat, sample, strofa e ciao… Non ci siamo trovati a livello di suono. Poi sai i momenti della vita, ci siamo un po’ distanziati. Poi è passato un anno, ne sono passati due, ne sono passati dieci.»

M: «Non ho capito cosa sia successo nemmeno io sinceramente, io devo non aver compreso alcune cose… Non è che non volessi fare dei cambiamenti, è solo che in quel momento sentivo che Diego aveva bisogno di fare quel percorso.

Poi eravamo appena passati da un periodo in cui si giravano da un’altra parte quando sentivano un pezzo come Non li fermano più, alcuni si esaltavano, alcuni ci dicevano “no ma è pop, ma è techno…non è hip-hop” e poi ci troviamo adesso che la gente fa le cose che noi facevamo quindici anni fa e ci chiediamo, siamo noi che eravamo s****i o siete voi che non avete capito perché eravamo troppo avanti?»

G: «Sì un po’è quello, ovviamente non solo, era un periodo anche molto buio, 2002, 2003, 2005 eravamo veramente quattro gatti, era dura, locali con impianti sempre (o quasi) che non facevano suonare le cose come volevamo…P oi per carità, in realtà ci sono un sacco di persone che invece hanno continuato e sono diventati giganteschi. Gué era uno che era lì prima e adesso è ancora lì, anzi là sopra, quindi insomma…»

Ma se aveste continuato, il vostro percorso avrebbe avuto la stessa carriera magari di un Gué, o di un…
G: «No, no no. La nostra carriera sarebbe potuta essere simile ad artisti come Bassi, dei Colle, di Egreen, quel taglio ‘pop’ (lo dico senza accezioni negative, anzi) non ha mai fatto parte della nostro DNA, anche se, devo dire che è difficile fare un parallelo, con i mezzi di adesso, penso a Spotify etc, magari facevamo anche noi milioni di ascolti…»

M: «Per quel tipo di cose bisogna essere portati, cioè bisogna essere ‘tagliati’ in un certo modo. Poi magari col tempo ti tagli. Non so come dire, lo diventi. Però sento che non eravamo e non siamo tagliati per quella cosa. Per me l’Italia non ha ancora molto spazio per le alternative. Cioè ci sono si, ma entrano e poi escono subito. È tutto fatto molto a bolle che esplodono. L’Italia non è fatta per queste cose. Siamo noi quelli sbagliati…»

Come tutti i grandi connubi avete avuto un momento di silenzio, che ha anticipato un grande ritorno. Com’è successo nel vostro caso?
M: «È stato tutto molto naturale, ci siamo risentiti per beccarci a un live di Bassi e ci siamo detti, cioè Diego mi ha detto: “ho un po’ di beat, perché non vieni a sentire qualcosa”…Quello che mi piace di Diego è che uno che non si spaventa di fare cose nuove, così mi ha fatto sentire un po’ di basi, raccontandomi cosa ci fosse dietro queste produzioni (che aveva fatto a New York in un viaggio con Bassi) che io chiamo di musica dance per capirci eh…

(altre risate. Goedi, con la firma Parker Madicine, è in realtà uno dei migliori produttori di musica elettronica di Milano, ndr).

…e la cosa mi ha intrigato come al solito. Cosi abbiamo utilizzato e riadattato alcune di queste cose e integrato con altre ex novo. Già ai tempi di 16 punti funzionò cosi, lui mi propose delle cose che piacquero ad entrambi e così dicemmo proviamoci. Tutto il resto è stato facile, come al solito. Da questo lato siamo fratelli.»

G: «Assolutamente!»

Raccontateci cosa vuol dire tornare a lavorare insieme dopo tanto tempo, come si ricrea la complicità?
G: «Non ce lo siamo chiesti, pronti via. Come andare in bicicletta.»

M: «Com’è questo beat? È bello. Com’è questa rima? È bella. Vai registriamo!

L’ho detto anche prima, in questa cosa siamo davvero fratelli separati alla nascita. Ci capiamo ecco, anche per altre cose siamo molto allineati. Pur essendo io meno preparato e lui invece un esperto e collezionista dei dischi siamo sempre sulla stessa lunghezza d’onda, musicalmente siamo cresciuti assieme, poi quando lavoriamo Io sono quello istintivo, lui quello mentale.»

Com’è tornare sul palco dopo tanto? E com’è stato accolto il vostro ritorno?
M: «Tornare sul palco? Per me è come se non fossi mai sceso. Se vado a vedere un concerto dopo dieci minuti, vorrei salirci. Io sono molto istintivo. Questa cosa mi piace, magari sono in ansia dieci secondi prima di salire, ma poi si scioglie tutto. Quasi non accumulo neanche le espressioni passate, ogni volta è nuovo. Capisci quello intendo? Non puoi fare questa cosa e porti dei problemi, quando sei lì vai e basta. Io vado su e quello che succede succede. È molto naturale per me. L’accoglienza è stata ottima, abbiamo suonato tanto, più di quanto mi aspettassi. Chi ha partecipato ai nostri live ha vissuto molto questa cosa dei Microspasmi. Cioè la maggior parte dei commenti sono “c*zzo sono cresciuto con la vostra roba, che figata!” quindi penso che quello che abbiamo fatto è stato ed è tutt’ora riconosciuto. C’è uno zoccolo duro di questa cosa, non è un grande zoccolo, ma c’è.»

G: «Si devo dire che in tutti questi anni mi sono reso conto che abbiamo davvero fatto scuola, tantissime persone che ritrovo e non immaginavo mi hanno detto che siamo stati il loro riferimento.»

Ma, ai ragazzini che si stanno avvicinando adesso alla scena rap, se doveste fargli ascoltare un vostro pezzo, quale gli fareste ascoltare?
G:« Ai ragazzini giovani? Non li fermano più

M: «Sì concordo! Gli farei ascoltare Non li fermano più  perché è una traccia divertente. Comunque anche i più tesi quando sentono il pezzo si divertono.»

C’è ancora qualcosa in programma oppure è stato solo un ritrovarsi estemporaneo?
G: «Oggettivamente non lo so, devo essere sincero. Tante robe in testa, tante cose…»

M: «Non lo sappiamo.»

Quindi state preparando il nuovo album…
G: «No»

M: «No quello no. Tra l’altro, scrivendo così, è ufficiale che tutti penseranno ci sia qualcosa in lavorazione» (ride,ndr)

Ok, prendendovi invece nella vostra individualità, state seguendo dei lavori, avete voglia di parlarcene?
G: «Sì, io ho il mio progetto come Parker Madicine basato sui campionamenti, molto suonato, genere Detroit, house, black, jazz. E poi ho ripreso a produrre da quattro o cinque mesi beat hip-hop che sto facendo sentire in giro, vedremo…»

M: «Se parliamo di rap, al momento ho chiuso una collaborazione con Dj Myke di cui sono molto fiero perché è uno dei dj e produttori più forti di sempre! Il pezzo si chiama Sentilo. E già in passato abbiamo fatto un pezzo assieme che ancora adesso manda a casa, sul suo disco Hocus Pokus.

Per il resto sto studiando delle robe un po’ particolari… sto scrivendo tanto comunque.»

Altri pezzi?
M: «Non solo, in generale sto scrivendo cose che vanno al di fuori del rap. Sto sperimentando.»

Voi che siete della vecchia  scuola, come vedete la scena attuale?
M: «Ma perché c’è una scena?»

G: «Secondo me non si può neanche chiamare scena, nel senso positivo della parola. Prima era la scena, adesso è la musica. Ormai ha preso, poi puoi disquisire se è più trap o hip-hop o indie. Nel senso se cerchi una scena non c’è più. Cioè, lì c’è Sfera, lì c’è Marra, lì c’è Ghemon, poi c’è Frah Quintale e poi c’è Rkomi. Sono tutti nello stesso insieme ma ognuno con le sue particolarità.

Quindi, secondo me non c’è più una scena. È proprio un altro mondo. Prima era una nicchia, prima era un acquario, adesso è un oceano gigantesco. Ci sono tantissimi artisti, chi è più bravo, chi meno, e aggiungerei: era ora!»

Ma a te chi piace, chi ascolti?
G: «Se devo dire due o tre nomi di rapper posso dirti che Gué Pequeno, Marracash e Johnny Marsiglia sono tre dei più validi che ci siano in giro. Per dire, ogni strofa che scrivono uccidono decine di rapper la fuori. Poi senti l’album di Frah Quintale che ha più cantato che rap ed è tantissima roba, scrive benissimo, e canta in modo cosi naturale da farti pensare sia facile (cosa che non è). Non so se mi spiego. Rkomi è un altro che mi piace molto…»

M: «Sono completamente d’accordo. Nel cambio generazionale, Rkomi è uno che spacca…»

Va bene, le domande teoricamente sono finite…
M: «Ok, andiamo a bere?»

Ci alziamo. Apriamo la porta e torniamo sotto la consolle. Bassi ha già cominciato il set. La musica riempie il cuore. E i Microspasmi lo fanno da sempre con i loro fan.

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