Dove Gli Occhi Non Arrivano è il disco più coerente che Rkomi potesse fare uscire.

Sembrano tutti sinceramente delusi dal nuovo album di Rkomi, quasi come avesse mancato di rispetto ad una natura imposta più dall’esterno che dall’artista stesso.  Un meccanismo infertile che – si sa – non fa altro che alimentare – in un paese un po’ “socchiuso” come l’Italia – un via vai standardizzato di opinioni e pareri dalla validità più o meno soddisfacente. Non a caso le critiche sembrano essere tutte reiterate nei vari feed con puntuale saltuarietà:  “ah, ma sembra Frah Quintale. Ah, ma non è rap.”

Fortunatamente c’è anche chi – con un minimo di senso critico – è riuscito a carpire con adeguata intelligenza come la scelta di Rkomi non sia affatto causale, né tantomeno dettata da una necessità di mercato che voleva vederlo spiccare il volo grazie al mostro major che glielo obbligava. No, non è così.

Ad ascoltarlo più e più volte, Dove Gli Occhi Non Arrivano è il lavoro più coerente che Mirko potesse sfornare, in linea con il suo background (che vede la parola rap scritta a lettere cubitali) e naturale conseguenza di una penna raffinata, forse pretenziosa a tratti, ma che ha bisogno di sgusciare via dalla definizione del genere così come dai canoni imposti, se ancora ce ne fossero in un momento ultra-liquido come quello attuale.

Tra le poche opinioni non opinabili – a mio personale parere – ho trovato un esposto molto interessante sotto l’articolo di Noisey, che – di pari passo alla situazione che vi abbiamo illustrato in precedenza  – si è dimostrata più confusa che persuasa nel dare il proprio punto di vista sul disco, oggettivando l’analisi critica senza riuscire a darle il respiro adeguato.  Che Rkomi non sia più quello di qualche anno fa è vero, tanto quanto la consapevolezza che stagnare sul discorso del cambiamento risulta ormai poco utile, a chi ascolta ed a chi scrive.

Dicevamo dell’analisi di un utente, che recitava più o meno: “Rkomi è riuscito a sdoganare il pop mediocre e melenso, rendendolo più interessante e raffinato, nonostante i protagonisti di questo cambiamento accentuato siano sempre gli stessi”. Esperimento riuscito quindi a metà (Elisa, Jovanotti sono gli imputati). Una chiave di lettura che – personalmente – riesce a mescolarsi bene con le intenzioni dello stesso artista. Giudicare un disco, con la prevenzione riguardante il genere, è un errore che mai nessuno dovrebbe fare nella musica, tanto meno nel rap, che di contaminazioni ed influenze ci ha sempre vissuto.

Dove Gli Occhi Non Arrivano di Rkomi è un disco dalla fattura pregevole, che conferma delle tesi che i fan del rap italiano stanno intuendo ormai da tempo. Il rap è diventato un genere talmente grosso e con così tanto potenziale, che una certa qualità è ormai divenuta standard necessario per accedervi, per esser considerati in qualche modo. Quelli che ascoltiamo oggi, non sono artisti emergenti alle prime armi, tantomeno personaggi dallo scarso spessore in cerca di fama.

Un artista come Rkomi – per esemplificare un po’ tutta la sua generazione di colleghi – si sta affermando in un contesto che cambia giorno dopo giorno, dove il fallimento non è contemplato o forse non esiste più, esattamente come le sensazioni e le percezioni che la musica di oggi distribuisce senza poterle toccare con mano. Se ci mettessimo nei panni del ragazzo di Calavairate, così come quelli di un Tedua o di un Lazza la situazione sarebbe sempre la medesima. Oggi la principale differenza la riscontri in come fai qualcosa piuttosto che in cosa fai, proprio come vogliono i principi estetici delle accademie.

Così, se Lazza ha deciso di buttarsi a capofitto nel mercato musicale perfezionando la sua zona di comfort, offrendo un prodotto sicuramente valido ma privo magari di un mordente deciso ad imprimersi nello storico del rap italiano (e che comunque il sottoscritto ha consumato con discreta regolarità), Rkomi ha deciso di offrire quel che già aveva in mente da diverso tempo, quando la strada non era ancora definita e la ricerca di un’identità non si sapeva ancora cosa avrebbe portato. Mirko è un artista atipico, quasi elitario nel modo in cui vende il suo personaggio, rischioso per ciò che riguarda la sua idea di musica e la realizzazione che ne viene fuori. Per l’occasione ha infatti deciso di esplorare ulteriormente i territori sempre fertili della musica italiana, sperimentando delle liriche astratte e sfuggevoli, mutevoli proprio come il contesto in cui l’artista si muove, su produzioni musicali ancor più variegate, ricercate ed omogenee nella loro visione d’insieme.

Direttore artistico di questa enorme mole di lavoro è stato Charlie Charles, protagonista di un lavoro mostruosamente elegante e ben riuscito,  che impreziosisce in modo pressoché definitivo la splendida carriera che lo ha visto cambiare le carte in tavola della musica italiana degli ultimi anni.

A tal proposito, il titolo sembra essere quasi preventivo nei confronti di un pubblico che Mirko sapeva avrebbe accolto questo lavoro con iniziale scetticismo. Perché ormai fa comodo dire che Sfera Ebbasta ti rovina la reputazione, che con Ghali tu voglia soltanto visibilità e che preferendo il canto al rap tu non abbia nulla da dire.

Tutti falsi luoghi comuni, che vengono completamente frantumati in brani permeati dall’ermetismo di cui Rkomi si fa portavoce dentro le sue canzoni, che nonostante non trovino riscontro dimostrabile in una spiegazione esplicita, riescono a schiantare sulla tela una serie molteplice di sensazioni contrastanti, tra momenti più riflessivi  (seppur non dichiaratamente tali) presenti nella title track, nella bellissima Visti Dall’Alto così come in Alice (la stessa di De Gregori nella quale si identificava una generazione intera anni addietro), ed altri più leggeri, come il funk scanzonato di Cose Che Capitano.  A proposito di Alice, il disco è permeato dell’argomento donne nel modo in cui Rkomi ci ha abituato, ambiguo ma sempre diretto ed esplicito, come testimoniano Gioco e Mon Cheri.

Dove gli Occhi Non Arrivano è un disco nel quale l’artista ha riversato diversi anni di duro lavoro e vari tipi di pressione, fattori ai quali si è sempre aggiunta quella voglia incredibile di mantenere vivo il fuoco dell’ispirazione, in modo da provare ad imprimere la propria personalità sulla superficie attuale, che poi sono i dettami della definizione di artista. Artista che in questo caso non vuole paragonarsi a Dio, non vuole neanche avvicinarcisi, ma che preferisce piuttosto prendere forma in un panorama fatto di sole sagome ed ombre.  Qualche anno fa – dopo aver ascoltato Daisen Sollenaffermavo come Rkomi fosse un artista di cui abbiamo estremamente bisogno ed oggi continuo ancora a pensarlo, nonostante il continuo affermarsi di altri artisti altrettanti validi.

Per concludere, vi riporto il pensiero che Jovanotti ( quello che faceva il gesto delle corna, proprio lui) ha scritto riguardo a Rkomi ed al suo disco:

“Nel nuovo album di @rkomimirko che esce oggi c’è una canzone che si chiama Canzone (come il cane del tenente Colombo che si chiama Cane, e a me questo nome è sempre piaciuto). Questa canzone è un pezzo rap e Rkomi , di cui sono un ammiratore fin dalle sue prime rime, mi ha chiesto se mi andava di cantare l’inciso. Ho risposto che mi andava e sono contento di questa collaborazione perchè il pezzo mi piace, lui è uno degli artisti più forti tra quelli usciti negli ultimi anni, uno che segue la sua strada fiutando la sua preda senza fermarsi a pisciare sullo stesso palo di tutti gli altri ( e torniamo al cane del mitico tenente) . L’album è l’opera di un artista vero che mette la sua vita nei pezzi e che ha la musica al primo posto. In bocca al lupo per il tuo viaggio Mirko!”

 

Commenti
Ho 21 anni e mi nutro quotidianamente di questa musica. Preferisco gli autori profondi a quelli superficiali e sono fermamente convinto che il rap possa veramente tirare fuori le persone dalla m*rda.