Rap, cantautorato e poesia: somiglianze e differenze spiegate da Willie Peyote, Claver Gold e Paola Zukar.

Credo sia abbastanza palese che nel nostro Paese – non trovandoci negli Stati Uniti ­‒ il giornalismo di settore (in ambito rap) sia composto quasi esclusivamente da “non giornalisti”, nel senso che sono davvero pochi gli autori in possesso del tesserino da pubblicista o da professionista che scrivono della nostra amata cultura con una certa cadenza.

Le eccezioni per fortuna non mancano, ma che piaccia o meno la regola è questa. I vantaggi e gli svantaggi sono innumerevoli, ma in ogni caso credo che chi parli di musica online debba assolvere tassativamente due compiti, oltre all’informare: l’offrire spunti di riflessione e l’esporre critiche (o elogi) giustificati adeguatamente. In caso venga a mancare anche uno solo di questi due riferimenti, si vanno a creare sicuramente problemi, l’ultimo in ordine di tempo è stato quello di Nerone e delle accuse che ha ricevuto dopo un post su Facebook contro una giornalista. Nel caso specifico la redattrice aveva sì espresso una critica, ma probabilmente, a detta di molti, era poco espletata e di conseguenza è stata facilmente fraintesa.

Senza voler peccare di modestia, quello che stiamo cercando di fare con il nostro portale è proprio il portare a riflettere i lettori, nel nostro piccolo. Tra i vari spunti, uno di quelli che più ci preme è l’affiancare il rap ad altre forme artistiche, per scovarne le differenze e le affinità, provando così anche a capire quale potrà essere lo spettro futuro dell’hip hop in Italia.

Per questo motivo, dopo averne parlato già qualche mese fa con diversi artisti ‒ tra cui Bassi Maestro e Mistaman ‒ abbiamo voluto affrontare nuovamente il mondo delle differenze e delle eventuali somiglianze tra il rap, il cantautorato e la poesia con alcuni nomi enormi della nostra scena: Willie Peyote, Claver Gold e Paola Zukar.

Ecco cosa ci hanno detto:

Willie Peyote

La tua bio su Instagram recita “se dici cantautore fa subito festa dell’unità, se dici rapper fa subito bimbominkia”. In un’intervista l’anno scorso dicesti che se i cantautori di oggi sono Dente e Colapesce, tu e altri rapper potevate considerarvi cantautori. Chiaramente lo dicesti per far capire alle persone che possono esistere anche rapper “italiani”, ma sarebbe bello che non ci fosse il bisogno di affiancare sempre la parola rapper a qualcos’altro. Perché invece, secondo te, in Italia accade questo? Sarà sempre così?

«Ti posso dire la verità? Il rap non lo abbiamo inventato noi italiani. Quello che faccio io, quello che fa Coez, quello che fa Dutch Nazari, è molto più “italiano” ed ha una identità sua, propria. Secondo me dovremmo capovolgere il punto di vista e dire che stiamo mettendo davvero qualcosa di “italiano” nel rap, dalle tematiche alla musica. In fondo prima scimmiottavamo gli americani in tutto e per tutto, parlando di cose che nemmeno ci riguardavano. Quindi se tu mi dici che il rap è quello, quello americano di rivalsa sociale eccetera, ti do ragione; ma in Italia il rap, soprattutto oggi non può essere quello di “Fuck The Police” degli N.W.A.

Io non voglio associare altre parole a quello che faccio, io faccio rap. Quando ho detto quelle cose l’ho fatto perché altri in passato hanno trasmesso come unico messaggio il fatto che i rapper sono quelli con i “macchinoni”, a cui piace la cocaina e che fanno i gesti con le mani… Lì negli Usa ha un senso, qua no, perché nessuno di noi è nato povero, punto. Se non pochissimi, come i Co’Sang o altri. Pochi possono farlo, gli altri stanno facendo finta. Io prediligo la autenticità ed è più vero che io faccia una roba che somigli a Gaber che non che io racconti del ghetto o dei miei amici che vendono il fumo. Tutti abbiamo avuto amici che sono stati in galera o che spacciavano ma ci sono cose più importanti di cui parlare».

Cambierà mai questa dinamica secondo te?

«Sta cambiando. Coez è un rapper, si presenta come tale ed è al momento il nome più grosso della musica italiana, si è fatto un baffo dei Thegiornalisti nell’arco di sei mesi. Quindi si fa, si può fare, ma dobbiamo avvicinarci noi. Se tu vuoi comunicare qualcosa devi capire chi hai di fronte e tarare il tuo linguaggio in base al tuo interlocutore. Quindi si può fare se si prova a raccontare loro che il rap non è solo quella roba lì. Il rap non è solo Kaos, per quanto sia un mostro sacro che ha cementificato il movimento. Dopodiché l’evoluzione spetta a noi. Il rap francese non è così uguale a quello americano, ha delle peculiarità tutte sue. In questo discorso quello che facciamo noi secondo me è un modo di fare musica molto più “italiano” di tante altre cose.»

Claver Gold

Spesso in Italia si paragona il rap al cantautorato o alla poesia e a volte viene fatto anche il tuo nome. A nostro avviso è per certi versi sbagliato perché così si sottintende che il rap non abbia un’identità propria. Cosa ne pensi di questi accostamenti?

«Io, venendo come ascoltatore da una scuola di cantautori, non ho problemi nei confronti di questo discorso rap-cantautorato, “cantautorap” o qualsiasi altro binomio. L’importante è che ci sia sempre in mezzo la parola “rap”. Poi il modo di scrivere è soggettivo, ognuno ha il suo, se ti ispiri a un cantautore piuttosto che a un rapper oppure a uno scrittore è normale avere una scrittura più articolata di un altro artista. Oggi c’è così tanta confusione nel rap che, il fatto di non avere una propria identità o l’accomunare il rap al cantautorato, siano tra i problemi minori che abbiamo.»

Paola Zukar

Si sente spesso paragonare, soprattutto in certi contesti, il rap al cantautorato o alla poesia, come se questo genere non avesse una propria identità con i relativi suoi sottogeneri. Cosa ne pensi?

«Anni fa è stato utile abbinare la parola “cantautorato” alla parola rap, perché i giornalisti conoscevano la prima, ma non la seconda. Altri giornalisti invece snobbavano totalmente il rap perché pensavano fosse una stupida moda passeggera, una fissa dei teenager italiani che ancora una volta scimmiottavano le mode americane. Quindi, tempo fa, abbiamo accettato questo accostamento rap/cantautorato perché, nonostante fosse una forzatura, mostrava la buona volontà di alcuni giornalisti nel dare una credibilità al genere. Adesso credo sia un binomio totalmente sorpassato, proprio grazie ad una specifica identità raggiunta dalla scena rap italiana e anche perché il rap in realtà non ha molto in comune con il cantautorato italiano, sennonché quasi tutti i rapper scrivono da sé i propri testi, come i cantautori.»

Come qualcuno di voi avrà notato, gli artisti con cui abbiamo dialogato hanno saltato a piè pari il paragone con la poesia, nonostante, forse, dal punto di vista delle figure retoriche sono due mondi decisamente simili. In ogni caso, non trovandoci a parlare di una scienza esatta, una risposta univoca al nostro quesito non c’è. L’unica cosa che possiamo fare è continuare a chiedere il parere degli artisti (non solo dell’ambiente rap) in primis e di voi lettori in secondo luogo. Fateci sapere la vostra!

 Artwork by Marco Ferramosca.

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