Abbiamo parlato con Dj Fede di Still From The ’90s, il suo quattordicesimo album in studio con dentro tanti ospiti italiani ed americani: leggi la nostra intervista.

Martedì 23 febbraio è uscito su tutte le piattaforme digitali e su supporto fisico in CD e vinile Still From the ’90s, il quattordicesimo album di Dj Fede che manda avanti una importante legacy iniziata nel lontano 2004 con l’album The Beatmaker. Da quel momento di cose nel rap italiano – così come nella nostra società – ne sono cambiate parecchie: è cambiato il modo di approcciarsi alla musica e le possibilità di fruirne liberamente si sono ingigantite, ma soprattutto è cambiata la percezione del rap che da genere di nicchia è divenuto molto di più.

Attraverso tutto questo tempo Dj Fede ha sempre dato un contributo importante alla cultura, pubblicando dischi che hanno fatto sempre della coerenza e del talento dei rapper al suo interno il loro punto di forza, pur avendo sempre a che fare con gli alti e i bassi che toccano ad ogni carriera pluri-decennale che si rispetti.

Così – dopo aver ribadito le sue radici con Products of 90’s uscito lo scorso anno – Dj Fede è tornato con un album (che al suo interno contiene anche il concept EP New York & Turin – Rap Division con artisti americani ) a ricordarci che la magia di questo movimento risiede ancora nelle cose che sin dal principio ci hanno fatto innamorare: in un sample, in uno scratch o in una rima che ci fa riflettere un secondo in più prima di passare a quella successiva.

Lo abbiamo quindi contattato per parlare del nuovo disco, ma anche dei rapper che ci sono al suo interno e di come sia cambiata la prospettiva del gioco dal punto di vista di uno che c’è è dentro da quasi 20 anni.

Ciao Dj Fede, grazie per l’intervista. Partiamo da te: l’arte del Dj la porti nel tuo nome. Quanto credi sia importante nella cultura odierna?
«Ciao, grazie a voi. Quella del Dj è sempre stata una figura controversa, a volte osannata a volte denigrata. Per molti anni non è stato considerato nemmeno un lavoro, mentre invece è molto di più, è un mestiere. In altri momenti storici, dopo il 2000, i Dj sono diventati le nuove rockstar. Io vedo il Dj come un artigiano che unisce con sapienza, esperienza e gusto la musica che decide di suonare, qualsiasi essa sia. In questo momento i Dj sono figure, in parecchi casi, molto influenti, in altri i detentori della cultura del mondo della notte e della musica da club. Molti provano a fare i dj per avere visibilità, per stare su un palco, la tecnologia li aiuta, ma poi se non sai fare il mestiere viene subito a galla. Io faccio molti corsi, per metà del tempo si parla di musica e non si toccano giradischi o lettori cd, con questo metodo scoraggio subito quelli che vogliono solo imparare a mettere due dischi a tempo. Molti vedono i Dj come dei privilegiati e lo sono: essere pagati per la propria passione è evidentemente un privilegio; e per essere onesti è un lavoro dove, se sai farlo, si guadagna bene, che non guasta. Nei club tutti vogliono stare in consolle, tutti ti conoscono e vogliono fare una storia Instagram con il Dj. Penso che finalmente sia riconosciuta da tutti come una figura professionale di riferimento. Sicuramente le persone non stanno a guardare quanto conosci realmente la musica, ma almeno hanno smesso, quando ti chiedono che lavoro fai e rispondi il Dj, di dire “sì ma di lavoro vero?”».

Tu e Primo Brown avete sfornato perle importanti nei tuoi dischi ed è molto bello che tu ne celebri ancora la sua musica. Quanto è importante per te mandare avanti la sua legacy?
«Sì, abbiamo fatto 3 pezzi che sono rimasti abbastanza nella memoria delle persone, questo mi fa molto piacere. Lui era un artista vero, un talento incredibile nello scrivere, un “animale” da palco e una brava persona. Spero sempre che con le mie reloaded version qualcuno posso risentire la sua voce, e magari qualcuno che non lo conosceva possa scoprirlo, questa cosa mi piace molto. In questo disco c’è una versione di Parassiti che lo vede sulla traccia con Tormento, Don Diegoh, Inoki e Maury B, quattro rapper che hanno partecipato volentieri, come capitato con altri in precedenza. Questa eredità deve servire per mantenere viva la sua musica e il suo spirito».

Parassiti era una critica al giornalismo musicale ed è ancora molto attuale. Sono davvero i magazine a fare il bello e il cattivo tempo nel rap game?
«Lo sono abbastanza. Ora internet prevale sulla carta stampata, quasi in estinzione, e per capirlo basta andare da un giornalaio e guardare lo spazio dedicato alla musica. Ma il concetto resta: spesso chi gestisce gli spazi non lo fa in maniera equa e proporzionata, gli artisti grossi è giusto che abbiano più spazio, ma tutti devono avere uno spazio, anche piccolo, in modo che si sappia che esistano. Credo che i giornalisti debbano fare le domande giuste e, soprattutto, non guardare ai propri gusti ma cercare di capire se l’artista ha le qualità per essere preso in considerazione».

Nel disco hai anche una bella strofa di Inoki, che in “Veterano” rappa “in Italia chi millanta è il novanta percento/L’altro dieci sta soffrendo, paga fuori o dentro“. Ti ritrovi in queste affermazioni?
«Direi di sì, non so se la percentuale è corretta ma sicuramente è prevalente e, ovviamente, c’è una parte che paga pegno senza motivo. Sicuramente ci sono personalità che meriterebbero uno spazio diverso rispetto a quello che hanno e rispetto a ciò che hanno fatto per questa musica. In ogni caso la frase virgolettata è molto bella e rende onore a chi la scritta. Inoki è uno di quei rapper che ha dimostrato di essere super versatile, di essere in grado di fare un disco vario restando sempre credibile, direi che è ciò che cerco da un artista».

Negli ultimi tempi l’underground USA sembra aver dato una bella spinta sia a livello musicale che strategico al movimento intero. Ti ha influenzato nella produzione del disco? C’è qualche artista che ti ha ispirato particolarmente nell’ultimo periodo?
«Non mi ha influenzato perché avevo già un’idea chiara di ciò che volevo per questo progetto. Ma sta influenzando il mio modo di produrre i nuovi beat. Produttori come Daringer e 38Spesh mi hanno dato ispirazione, sto lavorando su beat molto più lenti e con atmosfere ancora più cupe. Il prossimo album, che è già in lavorazione, avrà in gran parte questo mood. Nel nuovo progetto ci saranno più giovani, anche se non mancheranno i veterani, e ci sarà anche un rapper americano- sempre legato ai produttori menzionati prima – con cui ho realizzato ben 2 brani».

Per il disco stai puntando molto al supporto fisico ed all’indipendenza discografica: credi che i tempi siano maturi per intraprendere queste strade anche qui da noi?
«Non ho mai fatto dischi che non fossero stampati, per me il supporto fisico è fondamentale. Ho sempre dato i miei prodotti in licenza, sono proprietario dei diritti e dei master di tutti i miei quattordici album, sono molto attento a questo aspetto e a quello legato alla proprietà intellettuale. Credo che se si ha un pubblico e si è ben organizzati l’indipendenza possa essere un valore aggiunto, ma bisogna essere attenti e in grado di gestire tutto e non è facile, per nulla; quindi sì, sì può fare!».

Come è stato concepito il progetto e come hai scelto i featuring?
«L’iter è sempre lo stesso: comincio a raccogliere beat e, man mano che li riascolto, cerco di farmi un’idea su chi ci potrebbe rappare sopra. Poi contatto gli MC e gli mando i beat che ritengo possano essere nelle loro corde, spesso va bene al primo colpo, a volte mando tre o quattro basi perché non so esattamente su cosa si senta più a suo agio il rapper. La maggior parte sono nomi storici, in questo disco ho lasciato meno spazio del solito ai giovani ma ovviamente chi si trova sul disco c’è per le capacità artistiche e di scrittura. Nel passato ho fatto degli errori, sia in Boom BapBeatz che in Beatz& Roll, ho messo troppi giovani, spesso rapper non totalmente adatti al mio concetto di musica rap; lo stesso errore è stato fatto dai rapper, se non ti senti a tuo agio su un certo tipo di produzione e ci rappi sopra solo per fare parte del progetto alla fine il risultato è quasi sempre sotto la media. Quando si è in fase di lavorazione si è presi dal progetto, ma a distanza di tempo mi sono accorto di certe forzature».

In concomitanza col disco hai iniziato anche a lavorare come A&R. Come mai una nuova etichetta che ripeschi i classici del rap italiano?
«Nel passato sono già stato A&R per varie etichette discografiche, mi piace fare questo lavoro. La scelta delle ristampe è dovuta al fatto che tanti vecchi dischi non erano mai stati stampati in vinile o sono diventati introvabili. Comunque è un punto di partenza, in futuro potremmo produrre anche dischi nuovi. Al momento – oltre al mio album – ci sono altre sei ristampe in lavorazione e altre tre in trattativa. Il punto di arrivo sarà, nel giro di un anno, costruire un catalogo ricco e coerente. La casa madre è Za Musica, io mi occupo della label New Rapform. Ci tengo a specificare che faremo solo stampe limitate e numerate».

C’è una quota partenopea importante nel disco, hai voluto rendere omaggio a chi ha contribuito a rendere la scena di Napoli e dintorni quella che è oggi?
«Il rap napoletano mi è sempre piaciuto, Speaker Cenzou e DopeOne rappresentano due generazioni del rap partenopeo. Ovviamente c’è anche TY1 che è salernitano, ma non troppo distante, lui si è occupato degli scratch in una compagine tutta milanese».

Sarei curioso di ricevere un tuo parere su Don Diegoh, per cui noi abbiamo una sorta di predilezione da tempo.
«Credo che averlo inserito in due tracce dica molto di ciò che penso di lui come MC. Non ci siamo mai visti di persona ma sicuramente nel dopo pandemia avremo modo di incontrarci e conoscerci. Lui avrebbe voluto venire a registrare a Torino ma quando abbiamo lavorato sui brani gli spostamenti erano molto complicati, alla fine ci siamo dovuti adeguare».

Gionni Gioielli è stato uno di quelli che più ha riportato l’attenzione ad un determinato suono ed immaginario con il progetto MRGA. Quanto pensi abbia influenzato questa inversione di tendenze che oggi il rap in Italia sta gradualmente vivendo? Sempre più artisti con una identità solida ed un occhio alle radici stanno venendo fuori dall’underground.
«Credo che sia partito con il piede giusto con MRGA, sicuramente è stato aiutato dalla sua esperienza pluriennale. Ha costruito un buon progetto e i filoni di questo genere aiutano a moltiplicare gli artisti, ad attirare l’attenzione di nuovi ascoltatori, direi tutto molto positivo. L’Italia ha bisogno di realtà di questo genere per far sentire che esiste anche questo tipo di rap e che può “refresharsi” alla grande. Il concetto è molto simile a quello del giro Griselda, che io seguo con molta attenzione».

Sempre riferendomi a Gioielli, come è nata la vostra traccia? Può definirsi come un omaggio a Tormento?
«Gli ho fatto un’intervista per il suo progetto, da lì tutto si è mosso molto naturalmente: lui ha sentito il beat, gli è piaciuto ed è nato il brano. Sicuramente è un rapper con cui vorrei continuare a collaborare anche in futuro. Direi che più che un tributo a Tormento è un dovuto tributo. Tormento, oltre a essere un mio amico con cui ho realizzato una decina di tracce, è una delle bandiere del rap italiano, e credo di parlare anche a nome di Gioielli quando dico che per noi ha rappresentato una figura fondamentale».

A proposito, direi che ci sei voluto tu per far tornare Tormento a rappare. Sei d’accordo?
«No, direi che Tormento non ha mai smesso di rappare, ma lui oltre ad essere un MC è anche un cantante quindi alterna le due cose. Può fare tutto, questo l’ho imparato nelle decine di concerti che abbiamo fatto assieme, dal centro sociale, alla sala concerti, passando per i club e le disco; qualità e versatilità sono doti che gli appartengono».

Hai affidato a Danno la title track del disco, mentre nel precedente era toccato a Claver Gold. Il messaggio è sempre quello: i 90’s sono l’ispirazione principale. Credi che un messaggio del genere possa aiutare le nuove generazioni ad avvicinarsi ad un suono ed un immaginario lontano dal mainstream? A chi è dedicato un disco come questo?
«Intanto ci tengo a dire che sono fan di entrambi i rapper. I Colle Der Fomento hanno segnato la mia crescita musicale e sono anni che seguo con attenzione il gusto che mette nei suoi lavori Claver Gold. Riguardi ai due dischi, sono simili e fanno parte di un progetto che si chiude con questo secondo capitolo. Non so se possa avvicinare le nuove generazioni a questo suono, sicuramente lo spero e mi farebbe molto piacere, ma la verità è che questi due dischi si rivolgono principalmente a un pubblico adulto che ha vissuto la golden age del rap italiano. Vedrei bene Danno e Claver Gold su una traccia assieme, magari su un mio beat… magari sta per arrivare una sorpresa…».

Negli anni addietro hai avuto veramente modo di collaborare con chiunque. Se dovessi scegliere un artista che ti manca chi sceglieresti?
«Marracash, senza nessun dubbio, ha una profondità di scrittura unica abbinata a una tecnica ineccepibile. Se questa domanda mi fosse stata posta una anno fa avrei detto Danno, ma ora esiste Still From The ’90s e lui è presente. Stavamo per fare un pezzo con Marra appena prima di Badabum Cha Cha, aveva già scelto il beat, poi per questioni discografiche non se ne fece più nulla; spero possa ricapitare l’occasione…».

Il disco contiene un “lato” esclusivamente USA concepito con Double S in cui spicca la presenza di figure come BlaqPoet, PsychoLes, Big Noyd, Shabbam Sahdeeq. Vi conoscevate già? Come gli hai presentato il progetto? Possiamo considerarlo un vero e proprio side project rispetto al disco contenente artisti italiani?
«Allora, le cose stanno così: mentre stavo lavorando sul disco, ho deciso, insieme a DJ Double S, di fare un EP con 4 rapper americani. Avevamo già il pezzo con Big Noyd, in pieno lockdown ho contattato gli altri rapper e nel giro di poche settimane avevo quattro bombe. Con Rino ci conosciamo da più di 20 anni, abbiamo lavorato assieme sia nei club che su molto brani. Il progetto doveva essere separato dal mio album, infatti lo abbiamo comunicato anche con un suo titolo “New York & Turin – Rap Division” e “Still from the ‘90s” e questo progetto sono disponibili su due vinili diversi (entrambi in edizione limitata e numerata). Nel cd e sulle piattaforme digitali ho deciso di unirli e di inserire come bonus track queste canzoni con gli americani perché mi sembrava giusto farle uscire senza aspettare altro tempo. Comunque con Big Noyd ci siamo conosciuti a NY nel 2007, con PsychoLes abbiamo suonato assieme in Italia e in Svizzera, quando era in tour con i The Beatnuts. Per quanto riguarda BlaqPoet e ShabbamSahdeeq non abbiamo ancora avuto la possibilità di incontrarci ma non è detto che non avvenga appena si potranno rifare i concerti, li vorrei portare in Italia».

In Italia rimane ancora un taboo il featuring straniero perché sembra che il pubblico sia il primo a chiederlo senza poi mai capirlo del tutto. Almeno a livelli più mainstream. Forse nel contesto di “cultura” ha ancora senso collaborare con l’estero, specialmente con gli USA che restano sempre il modello a cui guardare?
«Sinceramente questo progetto ha un solo scopo, il piacere personale, quello di collaborare con questi artisti. Detto questo, se avessi dato gli stessi beat a 4 rapper italiani il pubblico sarebbe stato più contento, scommetto fin da ora che saranno i pezzi meno streammati del disco. Nonostante lo sappia ho voluto comunque lavorare su questa idea, sono contento di averla realizzata e sono molto soddisfatto del risultato; dobbiamo fare le cose che ci piacciono. Diciamo che sono progetti che soddisfano più gli artisti che il pubblico, la questione della cultura è importante per la mia generazione, molto meno per quelle successive».

Sei d’accordo con alcuni addetti al settore sul fatto che la musica hip hop in Italia non abbia un’identità?
«Forse la verità è che ci sono varie identità, del resto è così anche negli USA. Ci sono molte nicchie che sommate formano una scena, non so quanto coesa».

Per chiudere, volevo sapere dopo tutto questo tempo dentro la musica, cosa ti ha lasciato di positivo e cosa di negativo.
«Tutto positivo, ho fatto della mia passione il mio lavoro, si scopre sempre qualcosa di nuovo, qualcosa di inaspettato, nascono e muoiono generi, cambiano le generazione e le sottoculture, i gusti sono i più variegati, sono trent’ anni che sto dietro a tutto questo e mi piace ancora. Direi che di negativo non c’è nulla, anche se oggi c’è meno musica che mi piace rispetto ad una volta, ma questo mi sprona ancora di più a ricercare qualcosa che mi stimoli».

Grazie ed a presto!
«Grazie a voi».

 

 

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