Abbiamo analizzato da cima a fondo Mr Fini, il nuovo disco di Guè Pequeno: un lavoro complesso e cinematografico, che merita di esser consumato.

Essere artista (non fare, essere) è forse il mestiere più difficile che esista. Si tratta di mettere la tua vita in piazza – in questo caso in rima – e darla in pasto agli altri. Se non sai come raccontarla o se di per sé non è interessante non potrai mai esserlo davvero fino in fondo, e non esiste conto in banca o un numero abbastanza grande di follower su Instagram che possa affermare il contrario.

Lo sa bene Guè Pequeno, che della propria vita ne ha fatto il suo romanzo più influente, quello da cui ha tratto più ispirazione e nel quale si sono sempre intrecciate poesia e strada, dando vita ad una “carriera assurda, più che decennale” e che difficilmente qualcuno potrà replicare con lo stesso successo.

Mr. Fini, in tal senso, ci racconta non solo il peso di portare con sé una responsabilità simile, ma cosa significa farlo quando non tutto il pubblico di riferimento possiede per natura determinati immaginari o più semplicemente non è disposto ad accettare scenari così distanti da sé.  Nello specifico, c’è una citazione di Thomas Mann sul significato dell’essere artista in un contesto estraneo che ritrae molto bene la figura di Guè rapportata all’Italia:

“Un artista, un artista vero e non uno la cui professione borghese sia l’arte, uno predestinato e condannato, lo si riconosce tra mille, anche con uno sguardo non molto esperto… Nel suo viso si legge il senso dell’isolamento e dell’estraneità, la consapevolezza di essere riconosciuto e osservato, qualcosa di regale e di smarrito nello stesso tempo. Qualcosa di simile si può osservare nei tratti di un principe che cammini tra la folla in abiti borghesi”

Questa mancata decifrazione di codici e linguaggi nei confronti della sua musica  il più delle volte si manifesta con un semplice: “parla soltanto di droga, sesso e puttane”.  In realtà, parlare della musica di Pequeno e condannarne (ma soprattutto, limitarne) così superficialmente il contenuto e un po’ come guardare Scorsese e credere che l’unico tema sia quello dei gangster e delle mafie, o leggere Irvin Welsh e pensare che il piacere della droga sia l’unico argomento. Ci sono delle sotto-trame che vanno intese, uno spessore poetico con il quale il tutto viene veicolato e un dizionario di riferimenti e citazioni più ampio di quanto si possa immaginare.

Vorrei sottolineare infatti come il contenuto nel rap di Guè Pequeno (e non solo) non sia mai soltanto l’argomento, come erroneamente si crede, ma è la delivery con la quale le rime vengono emesse, il wordplay con il quale dai loro vita e la veridicità di fondo infine, senza la quale non può sussistere l’esser artista.  E’ il motivo per cui anche solo la strofa in Ti Levo le Collane o L’Amico degli Amici potrebbe tranquillamente valere l’intero disco:

“Ero un ragazzo triste
Moneta Dio, monoteista
Ti suplexo come Dave Batista
La gente con cui brindi, sai, ti tradirà
Con cui fai gesti sopra Insta’, che tu chiami fra’
Le troie succhiano se sei una star
Non ti cercheranno, bro, se muori o vai dentro
Definisci i soldi e passi a 0 da 100
Un pollo ha preso alla mia ex un attico in centro
Spero che lei ci pianga dentro”

In Mr. Fini Guè Pequeno sembra essersi scrollato di dosso proprio quella sensazione di mancato appagamento, derivato dall’incompatibilità culturale con il pubblico di riferimento. Nel suo ultimo lavoro infatti, G ha affinato sia forma che contenuto, in quello che è il prodotto più rappresentativo della sua fase post-Vero: un disco concepito principalmente per i fan di lunga data, molto simile per la sua costruzione “da repertorio” a Bravo Ragazzo, ma destinato anche a coloro che non avessero ancora capito che il peso delle esperienze è determinante nel rap.

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Non esisterà mai una penna troppo raffinata sopperire al tempo vissuto.

Se dovessimo paragonarlo ad un film, Mr. Fini sarebbe The Irishman di Scorsese (il cinema di genere è citato quasi al completo nel disco). Non a tutti piacerà, perché non a tutti può piacere quel tipo di dramma inteso, e non tutti saranno disposti ad accogliere quasi 4 ore di film nelle quali sono inevitabili alcune scene sottotono o dei momenti più leggeri, dediti all’auto-celebrazione: del resto, quando realizzi un lavoro così mastodontico e totalizzante devi pur prenderti dei momenti per guardare alle cose da una posizione privilegiata.

Sfumature, queste ultime, che troviamo principalmente nella parte centrale del disco, come ci raccontano le banger track Medellin (con Lazza) e Cyborg (con Geolier) o gli episodi più sperimentali ed esotici (Dem Fake con Alboroise): tutti brani che sono parte integrante e necessaria dello scenario del disco, impreziositi da una padronanza della materia ed un respiro fortemente europeo cui  non si può restare immuni (vedi la forte ispirazione di Giacomo al collaudato sound francese).

In Mr. Fini infatti non esistono delle tracce prese singolarmente, ma esiste il disco nella sua interezza. Ed è lungo i 54 minuti di ascolto che si definisce il racconto, che fa da spartiacque per i destini del disco e che lasciano all’ascoltatore le decisioni sull’approfondire o meno la questione.

STREET CINEMA

Guè Pequeno in molti passaggi del disco si assume a voce autentica ed incontrovertibile del suo stesso destino, nel bene e nel male, ed in questo sorge un  paragone letterario con uno dei più noti scrittore milanesi, Carlo Emilio Gadda, che nella sua poetica aveva un assunto principale, ovvero:

“È spiacevole dover parlare di avvenimenti spiacevoli: ma la chiarezza è la prima qualità di un racconto.”

Così come Guè afferma:

Ogni barra che rappo si alza la barra del rispetto
Sto qua per raccontarlo, è la città, fra’, che mi ha scelto”

Mr. Fini è un disco che contiene davvero tanti riferimenti al tempo, alla morte ed all’amore, tutti legati e contestualizzati adeguatamente lungo le tracce: una tipologia di contenuto maturo ma pur sempre cinematografico a suo modo, che lo rende un disco “per molti, ma non per tutti”.  Citazioni alla morte in particolar modo sono contenute in Immortale, in Chico, ne Il Tipo, in Tardissimo, in Ti Levo le Collane e nelle due tracce finali, trasformandolo nel filo conduttore dell’intero disco. Ci sono sempre dei passaggi chiave all’interno di (quasi) ogni brano che tendono a far cadere la maschera del personaggio Pequeno ed a lasciare nudo e crudo il volto di Cosimo Fini.

Foto di Lucia Del Zotto

É il caso delle rime riferite al padre, che vanno contro-corrente al concetto molto italiano di “Onora il padre e la madre” e che sposano più da vicino  quelle del film omonimo di Sidney Lumet (di cui consiglio la visione), trattando di conflitti interiori e di dietro le quinte che in molti non avrebbero mai il coraggio di svelare. Le stesse rime che svelano come Guè abbia molto a cuore anche il rapporto con la madre, nonostante questa sia citata  in brani meno esposti (Io Non Ho Paura) rispetto al padre scomparso (Eravamo Re) e con la quale ha condiviso momenti intensi e sofferenze private.

In Ti Ricordi? ad esempio, Guè le dedica delle parole forti e commoventi, racchiudendo in una fotografia stati d’animo ed emozioni sfuggevoli che non tutti sono in grado di catturare e sulle quali si dovrebbe riflettere maggiormente:

“Mamma, vorrei darti un bel finale alternativo
Davvero, vorrei darti il mondo, per rubarti queste perle
Sai, ho toccato il fondo, non dell’oceano, ma di un bassofondo

E sì, è pur sempre un fondo, e mi ricordo di ciascun tramonto
Ed i 1000 euro sul conto”

Ma il contenuto in questo disco va ricercato anche nello stile, come accennavo in precedenza. É il caso di Mercy on Me, la preferita dell’autore, nella quale Night Skinny campiona Put That on Everything di Brandy: un brano dal sapore vintage, che attinge direttamente al Jay-Z di The Blueprint II e in cui il registro linguistico utilizzato da Guè nei versi contribuisce a rendere il pezzo un instant classic (avete capito chi è Alfredo?).

Qui lo spessore lirico di Mr Fini emerge con prepotenza, così come in tutti i brani senza featuring: in ognuno di essi (7 su 17) la seconda strofa è spesso più accattivante ed impattante della prima ed è figlia di una strutturazione consapevole dei pezzi, che viaggia controcorrente ad una soglia dell’attenzione che oggi ha la media di 12 barre ed un ritornello.

E’ sempre nei brani solisti che Guè presenta il suo vasto repertorio con le sue più disparate influenze: dal sound targato anni ’80 (Saigon) sino alla dancehall, che inizia ad essere una piacevole costante ad ogni suo disco (25 ore).

Tracce che a loro volta compensano anche la massiccia presenza dei featuring (forse un po’ troppi), con cui Guè “si accontenta” di dividere equamente il pezzo con una strofa a testa, rendendo più vario l’ascolto e meno pesante nell’economia del disco, pur rendendoci alcuni brani che mescolano bene la profondità di scrittura ad una scelta consapevole di linee melodiche e di flow (di cui abbiamo l’imbarazzo della scelta). Una su tutte, Tardissimo.

NON SOLO “L’INTRO DI UN INTROSPEZIONE”

Tra le tracce che spiccano maggiormente non possiamo non citare Immortale, Stanza 106 o Ti Ricordi?, nelle quali Guè si espone su temi delicati, incentrate sulla mancanza. Pezzi dallo spessore indiscutibile, ma che da alcuni sono state recepiti come se fosse la prima volta che Cosimo Fini ci regala la sua introspezione. Le tracce profonde, e più nello specifico i ricordi, Pequeno li ha sempre messi in rima nella sua carriera, sia da Dogo che da solista, dando vita ad alcune delle rime più belle che a memoria si possono ricordare.

É altrettanto vero però che la scrittura e le atmosfere evocate in particolar modo nei due pezzi conclusivi di Mr. Fini siano davvero delle perle, che ci fanno ricordare perchè i pezzi profondi di Guè non sono quelli di qualsiasi altro artista. E’ in queste barre qui che Guè narra l’epilogo di una lenta e tortuosa discesa agli inferi, ripercorrendo (pur sempre in modo romanzato) la sua vita personale e artistica, fatta da momenti ludici (“prego per i soldi, droga e sesso”) che inevitabilmente scaturiscono in una fase successiva tenebrosa ed a tratti sconfortante.

In Stanza 106 in particolar modo troviamo una prima strofa tematica, con ogni verso che conta da uno a 10, che anticipa quella che è una delle migliori strofe dell’intera carriera di Guè (parere personale):

“Se Dio mi richiamerà a sé durante il sonno
Raggiungerò mio padre e gli dirò che è stato stronzo
Ma se non muoio, mi appariranno le strofe in sogno
Domani è troppo tardi, ormai, per diventare buono”

Ed è lì che si conclude il viaggio, nell’espiazione dei suoi peccati in quella camera d’albergo. Ti Ricordi? ne è quindi la naturale conseguenza, la quiete dopo la tempesta: un brano in cui Guè dà una lezione di scrittura riflessiva e per immagini, una traccia ineguagliabile che con tutta probabilità diverrà un classico della sua discografia.

Le due tracce conclusive confermano come tra Guè ed i 2nd Roof ci sia un’affinità elettiva unica:  è come se le tracce prodotte da loro (8) fossero il corpo principale del disco, lo scheletro, che ne scandisce i tempi chiave.

C’ERA UNA VOLTA A MILANO

In molti si aspettavano da Mr. Fini quello che Persona è stato per Marracash, ma non è Guè Pequeno che doveva raccogliere quel tipo di eredità ed il perché è molto semplice: per la natura diversa dei due artisti e delle rispettive carriere, per prolificità ed obiettivi. Marra scrive per necessità, Guè perché sarebbe impossibile per lui farne a meno. Quel che è certo però è che entrambi i dischi ci regalano la sensazione che questa sia una stagione florida per il rap italiano, che mostra la nuca a quella wave happy e spiritualmente vuota che stava prendendo piede, riportando l’attenzione sul significato dei testi e sull’importanza della scrittura.

Marra e Gue ci hanno ricordato che il rap non vive di “strofe da Iphone” , ma va ben oltre:  il rap italiano riparte da Milano, ancora una volta.

E Mr Fini non è neanche Vero, per il semplice fatto che Vero c’è già stato. Piuttosto ne è il “sequel spirituale”, perché appartiene ad un altro state of mind e ad un’altra necessità dell’artista, che ha confezionato un prodotto colmo di cultura ed amore per questo genere, ma anche per i suoi fan, che ormai da troppo avevano bisogno di consumare un disco così elaborato e corposo.  Credo quindi che dovremmo eliminare la necessità morbosa di paragonare questo a quell’altro lavoro, che ormai sembra essere una sindrome.

Il peso delle parole dipende da chi le dice, e forse questo disco ci aiuterà a comprendere che esser artista non è da tutti, e che bisognerebbe ascoltare più attentamente chi lo è per davvero. Per poterti permettere tutto ciò  però – mi ricollego alle battute d’entrata – hai bisogno di un investimento che sia importante ed a lungo termine, su te stesso e sulla tua vita.  E non c’è un manuale che ti spieghi come farlo, a meno che tu non sia proprio Guè Pequeno ed a meno che tu non abbia scritto una traccia come Il Tipo, ispirata anch’essa dal cinema, in particolar modo dalle tetre atmosfere del Divo di Paolo Sorrentino.

Se poi il pubblico capisce o meno il viaggio che intraprendi credo che in questo caso diventi del tutto superfluo: “Tu rispetta il tipo, è sempre tempo del suo consolato“.

 

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