Abbiamo intervistato Wissal Houbabi, scrittrice, artista e attivista, per parlare di rap, razzismo e molto altro.

Wissal Houbabi è nata nel 1994 in Marocco ed è cresciuta in Italia. Studia lingua e letterature straniere all’Università di Trieste collabora con VICE – Noisey, Jacobin ed Agenzia X, tra le autrici di Future (effequ). Scrive di antirazzismo, femminismo, hip hop e identità, ha pubblicato il Manifesto per l’antisessismo del rap italiano per EUT e una ricerca sulla “pimpologia” hip hop per PalGrave MacMillan.

L’abbiamo invitata a rispondere a qualche domanda, a condividere la sua esperienza e a raccontarci la sua storia.

Uno dei tanti motivi per cui abbiamo scelto te per questa intervista è il tuo essere una grande appassionata di hip-hop. Come nasce questa tua passione?
«La mia passione è nata in maniera molto spontanea e anche solitaria, perché non ho avuto un gruppo di ragazzi che me l’ha trasmessa. Fondamentalmente ero una ragazzina disagiata, figlia di immigrati, eravamo l’unica famiglia straniera del paese in cui vivevo – un paesino di 4000 anime in provincia di Perugia – e avevo iniziato a fare un po’ a pugni con l’adolescenza perché cominciavo a rendermi conto di essere straniera nella mia nazione. Ho sempre vissuto infatti una sorta di senso di vuoto tra l’essere cresciuta in un determinato contesto e capire poi che in realtà non ti appartiene perché tu vieni da un’altra parte, e l’andare in Marocco e rendermi conto che anche lì non c’entravo niente.

In quel momento ho iniziato a chiedermi se determinate cose fossero giuste o meno, perché mio padre mi avesse portato in Italia e non avesse fatto in modo di evitare che io mi sorbissi questo senso di inferiorità e di impotenza, insomma tutta una serie di cose che a primo impatto ho trovato ascoltando i rapper perché erano le uniche persone che trattavano sentimenti molto simili a quelli che provavo io. A scuola ero la straniera, a casa eravamo i marocchini immigrati, per la società non esistevo, e tutte queste situazioni che mi tenevano appesa ad un filo iniziavano a prendere una forma concreta grazie all’ascolto di brani rap. È lì che il rap per me diventa proprio ossigeno – per fare un parallelismo con il concetto di respirare –, ed è lì che inizio a mettere ordine al caos emotivo e alla rabbia che si stava generando in me e a capire delle cose che non erano scontate proprio perché stavo crescendo in un contesto che non era hip-hop, o comunque politicizzato, in cui ci fosse controcultura o antagonismo.

Alle medie poi il rap e la poesia sono andati di pari passo, e ho iniziato ad appassionarmi ai poeti afroamericani che facevano spoken word; mi ricordo che in prima media avevamo affrontato con la professoressa di inglese il tema del razzismo leggendo Merry-Go-Round, una poesia di Langston Hughes che raccontava di un padre che porta il proprio figlio alle giostre durante il periodo delle leggi Jim Crow e il bambino non sa dove sedersi perché la giostra è circolare, quindi non ci sono posti dietro o davanti. Quando mi è stato spiegato il concetto che stava alla base di questa poesia, è nata in me la necessità sia di affrontare tematiche politiche, sia di approfondire la cultura hip-hop come esempio di positività e veicolo di storie di autodeterminazione e autocoscienza.

A svoltarmi è stato sicuramente Tupac, è stato lui ad attivare in me una sorta di dipendenza grazie alla sua figura molto conscious e “saggia” che io consiglierei di ascoltare proprio dal punto di vista pedagogico a chi è nato qui da genitori di origine straniera. Per me che non ne avevo, i rapper afroamericani sono stati dei punti di riferimento.»

Hai usato la parola “ossigeno” riferita al concetto di respirare, un concetto che inevitabilmente ci porta a pensare a quello che è successo negli Stati Uniti. Molte persone bianche in queste ultime settimane stanno fortemente criticando i modi con cui gli afroamericani stanno protestando per l’omicidio di George Floyd; come pensi si possano spiegare queste reazioni a delle persone che condannano una violenza e una rabbia che – dato il loro status di privilegiati – non riusciranno mai a comprendere fino in fondo? Noi abbiamo anche visto un tuo recente intervento con altre studiose e attiviste in cui è emerso un discorso molto interessante riguardo ad una visione “coloniale” del concetto di pace.
«Questo è un passaggio fondamentale, perché parliamo di metodi che in realtà sono molto simili a quelli femministi: sarebbe impensabile infatti vedere una piazza femminista organizzata da uomini, proprio perché noi abbiamo fatto in modo che fosse impensabile che fossero gli uomini a parlare di femminismo. Viceversa, quando si parla di antirazzismo, chiunque indistintamente vuole affrontare questo tema, mentre invece il posizionamento è molto importante, perché ti permette di riconoscere i tuoi privilegi, così come è importante l’intreccio dei fattori che possono dare legittimità alle tue parole in base ad esperienza e competenza. Io non penso che ci sia una linea così netta tra saper cosa significa il razzismo sulla base dell’esperienza vissuta o saperlo in base allo studio, credo anzi che un filtro comune serva e certe volte una mediazione esterna possa anche essere utile, l’importante è saper riconoscere la differenza fra parlare per sé e parlare per gli altri. Questo è il motivo per cui secondo me esistono due tipi di attivisti: ci sono quelli per necessità, che sono persone che si sono attivate perché non hanno alternativa e proprio l’attivarsi ha permesso loro di cambiare qualcosa nelle proprie vite, e ci sono quelli per privilegio, che quindi mettono a disposizione il loro tempo e i loro strumenti per cambiare il mondo, ma non è detto che la loro vita sia in qualche modo legata a qualche tipo di oppressione.

Per quanto riguarda il giudizio sulla violenza, c’è un video di Angela Davis in cui si capisce benissimo questo discorso: cosa intendi quando parli di violenza? Nel momento in cui vedi una reazione di violenza, significa che a questa corrisponde un’azione altrettanto violenta dalla quale chi reagisce deve difendersi e tutelarsi. Nel momento in cui però questa violenza è strutturale e sistematica, è ovvio che sembra che tutto ciò sia la normalità, poiché è il sistema stesso ad essere violento.»

Prima hai anche parlato dell’hip-hop come esempio di positività, un concetto che è stato fondamentale nel rendere Alright di Kendrick Lamar il nuovo inno del movimento Black Lives Matter.
«U.net due anni fa ha scritto un libro che si chiama Stand 4 What in cui parte da temi ancora super attuali e cita proprio Alright, che rappresenta tuttora un modo di cambiare una certa visione.

Per ribaltare le cose serve ribaltare il linguaggio, poiché esso stesso è atto, e io mi dedico al rap proprio per questa sua concretezza. Il linguaggio però è anche manipolazione: prendo ad esempio il ribaltamento del significato di ni**a: questa è la riappropriazione della N-word, e se prima era una parola dispregiativa, adesso rappresenta un termine molto sofferto che porta con sé una storia di riscatto e di fratellanza. Per questo motivo la N-word tra bianchi non si usa mai, perché vai ad appropriarti e a sbiancare un’esperienza e una storia che non puoi permetterti di dire che ti rappresenti.

In Italia poi, la N-word significa braccianti, significa caporalato, rappresenta le morti in mare, e chi la usa per moda e senza capire a cosa si sta riferendo, fa qualcosa di molto pericoloso e controproducente.»

Proprio in relazione alla questione della N-word, che è ancora molto usata anche in Italia, a volte sembra quasi ci sia un doppio standard nel giudicare il suo utilizzo sulla base dell’affermazione e della credibilità di chi la usa. Considerando che la scena italiana è composta principalmente da rapper bianchi, come è messa secondo te riguardo al tema del razzismo e quanto c’è ancora da fare?
«Questo è un tema abbastanza particolare qui in Italia, soprattutto perché rispetto ad altri Paesi il rap è arrivato in maniera un po’ anomala. Ora si è alzata, ma qualche anno fa la percentuale di rapper di origine straniera in Italia era del 4%. Il rap non arriva attraverso dei canali legati ad una questione di razza come accade in Inghilterra, in Francia o in Germania. Dal mio punto di vista, il rap in Italia arriva principalmente attraverso la spinta dei centri sociali e da una certo antagonismo politico, che hanno dato grande possibilità di crescita a questa realtà. È un genere che qui è nato da bianco, ma chi conosce l’hip-hop conosce anche la storia delle sue origini: parliamo infatti di traduzione culturale, di come i valori afroamericani sono arrivati in Italia e di come sono stati italianizzati. Sono dei valori di base, tra cui c’è anche l’antirazzismo, nonostante ci siano comunque delle crew fasciste che fanno rap, cosa che succede quando si perde il controllo della musica che si fa e quando si va troppo al di fuori dei luoghi di cultura dal quale il rap proviene.

Per come la vedo io, la knowledge non è una cosa secondaria o opzionale, è parte integrale del processo: un rapper non può non conoscere la storia. Se ti piacciono il ritmo, la musicalità, le sonorità, il boom bap, ma poi non ti interessa la storia dalla quale il rap deriva, allora non farlo, proprio perché poi diventa un genere sbiancato che si slega dalla sua storia e dall’urgenza che lo ha fatto nascere.

Il problema poi è anche storico: in Italia siamo indietro per quanto riguarda le immigrazioni, che sono partite solo negli anni ‘70-’80, mentre in Francia si parla addirittura di figli di terza generazione. Per questo motivo quindi lì c’è un linguaggio meticcio che mescola l’arabo, l’africano e il francese come se fossero una sorta di traduzione linguistica dello slang afroamericano.

In Italia, i figli di seconda generazione che fanno rap non ascoltano solo rap afroamericano o marocchino, quindi hanno dei punti di riferimento estetici e contenutistici diversi rispetto a quelli italiani. Per me Ghali e Neima Ezza hanno delle forti influenze francesi, li vedo molto simili al cloud rap dei PNL. Questa è la cosa su cui io voglio concentrarmi: seppur emergenti e giovani, questi ragazzi stanno portando dei contenuti molto più autentici della deriva mainstream e dell’egotrip infinito che stava vivendo il rap.»

Per quanto riguarda il tema dell’appropriazione culturale, c’è un pezzo di CoCo in cui dice “Non ti rispetto se sei bianco ma porti le trecce, non ti rispetto se usi la parola con la n” e in questa intervista ha raccontato che lui e i suoi amici inglesi non riescono a capacitarsi quando leggono che i ragazzini gli scrivono sotto le foto “Sei un ni**a” come per dire sei un figo. Questa è una dimostrazione del fatto che in Italia sia arrivata una cultura slavata, anche in relazione alla parte estetica e magari molti di questi ragazzini neanche si rendono conto che certe cose non sono nate qui, ma dagli afroamericani negli USA…
«Questa cosa riguarda l’appropriazione culturale nel senso di andare a copiare uno stile che rappresenta comunque una determinata storia che è molto importante per il rap. In Marocco addirittura è nata prima l’estetica e poi è venuto il rap, ma l’esigenza era principalmente quella di vestirsi fighi, il che non era un modo di appropriarti di qualcosa non tuo, ma di sentirti rappresentato da quel qualcosa.

Prendiamo ad esempio il catenone: questo in America era il simbolo di un oltraggio fra gang, mentre qua in Italia è solo un modo di ostentare avere i soldi e quindi di avere un potere di acquisto. Questo è marketing, e bisogna capire se questa cosa ha a che fare con quella cultura dal basso che continua a lavorare sui ragazzini o se è divento indice di un’influenza in realtà irraggiungibile.»

In tutto questo secondo te dov’è la linea di confine tra il conoscere veramente una determinata cultura e invece appropriarsene senza coscienza?
«Per me sta tutto nella knowledge. Una persona che dice che non rispetta una persona che usa la N-word è una persona che ha knowledge e ha capito con che metodo rapportarsi alle cose. La facilità con cui si usa la N-word senza curarsi di appartenere o meno ad una certa storia, è la stessa con cui si utilizza “bi**h”: il mondo della prostituzione in Italia ha una storia diversa rispetto a quella americana, perché il rap è arrivato in ambienti lontani da quelli della prostituzione.»

Come hai detto tu, la knowledge è uno strumento di comprensione fondamentale e non preoccuparsene sarebbe non rispettare una cultura che non potrebbe esistere se sradicata dalla sua storia. Penso anche all’importanza che in America avevano i rapper all’interno del tessuto sociale, con ragazzi che affermavano di aver scoperto Martin Luther King e Malcolm X grazie ai testi dei Public Enemy perché erano figure di cui a scuola non si parlava.
«Sì, assolutamente, anche io ho scoperto Martin Luther King e Malcolm X attraverso il rap. Compravo i libri per approfondire ciò che sentivo nei testi dei rapper, ed è anche uno dei motivi per cui ho iniziato a politicizzarmi e per cui poi sono diventata un’attivista. Per me un rapper non è una persona autocelebrativa o individualista che si stacca da una storia o da dei valori, è una figura di riferimento che nelle situazioni di difficoltà dà una spinta oltre.»

Secondo te perché in Italia l’impegno politico nel rap rimane sempre circoscritto ad un contesto underground mentre negli USA invece riesce ad entrare nel mainstream?
«L’Italia e l’America sono due Paesi totalmente diversi. Penso ad esempio a Netflix: propone serie TV che affrontano la questione del razzismo, come Tredicesimo emendamento. Sono contenuti forti e Netflix è una piattaforma mainstream, in Italia il concetto di mainstream ha tutt’altra rilevanza.

È sussunzione:
quando il sistema capitalista inghiotte rivendicazioni controculturali e anti-sistema, in automatico riesce a controllarle. In questo senso è difficile mettere a confronto America e Italia: gli stessi Tupac e Biggie, pur essendo ricondotti ad una prospettiva antagonista sono di fatto personaggi mainstream, perché in America non è una contraddizione. Il razzismo si basa sul capitalismo: quando le major mainstream – che hanno alla base una radice capitalista bianca – hanno raggiunto il rap, hanno fatto sì che diventasse il cliché di se stesso, riducendolo a sesso-soldi-droga, mentre invece l’hip-hop era nato come una cultura ampia e più inclusiva, che affrontava temi più importanti.

In Italia c’è una forte resistenza dal punto di vista capitalista: essendo il rap politico legato a circuiti indipendenti, quindi di autopromozione e autoproduzione, dove l’anticapitalismo è strettamente legato ad una visione politica di un certo tipo, sembra quasi che bisogni prendere posizione. Basti prendere il talent show di Netflix Rythm and flow, sponsorizzato da Spotify. Vengono scelti T.I., Cardi B e Chance The rapper a fare da giudici, tre rapper che non si sono mai tirati indietro quando c’è stato da parlare di razzismo, e che rappresentano il successo di chi ce l’ha fatta partendo da niente. Anche T.I. con il pezzo We will not rappresenta un tipo di rap che pur raggiungendo la vetta non dimentica le proprie radici, e anche questa idea è stata venduta. Infatti, i tre selezionano sulla base dell’“autenticità”, e il rapper “autentico” che poi arriverà al traguardo firmerà con una major grazie a Spotify e a Netflix.

Il punto è che un tempo il rapper era il rappresentante di una comunità, alla quale dava voce e che beneficiava dal suo successo. Oggi invece si tende a cercare la “star autentica” per far sì che il rapper alimenti il sistema di marketing e mercato che ormai ha totalmente riempito l’idea stessa di cultura hip-hop. Ormai l’obbiettivo è molto più individualista e la retorica molto più autocelebrativa, non nascono più molte crew. Ci piace continuare a parlare di vita di strada, di situazioni di disagio, ma facendolo in un contesto mainstream si diventa delle caricature di se stessi. La posizione dei rapper non è più rappresentativa di una comunità, quanto rappresentativa di un ideale, con tutte le contraddizioni del caso. In America ad esempio Ice Cube, che è una figura di riferimento per l’hip-hop, si tiene lontano dai circuiti mainstream per una presa di posizione. In Italia c’è una forte distinzione tra pratiche e contenuto mainstream/underground, mentre in America non c’è una linea così netta a separare le cose.»

Non ti fa strano che la mobilitazione degli artisti italiani in questi giorni non sia avvenuta prima, o comunque mai a questi livelli, per casi eclatanti di razzismo nel nostro paese?
«Beh, è semplice: non è successo perché non sono neri. L’esperienza vissuta è un passaggio fondamentale: domenica ad esempio c’erano Ghali e Tommy Kuti alla manifestazione di Milano, persone che in qualche modo il razzismo l’hanno vissuto sulla loro pelle. Come alleato per la lotta antirazzista puoi prendere una posizione solo da alleato e non a partire dalla tua esperienza personale. Oggi come oggi, un rapper dovrebbe per lo meno far presente la propria posizione, il non farlo è dovuto anche al fatto che la tendenza è sempre più quella di vendersi e autocelebrarsi, e di conseguenza non si fa più cultura.

In un tuo articolo per Jacobin Italia hai scritto: “Bisogna reagire a brani sessisti esattamente come reagiremmo a brani dai forti messaggi razzisti o fascisti. Se si considera il sessismo come un problema rilevante o subordinato a oppressioni di altro genere, significa che stiamo alimentando quello stesso sistema.” Come donne e femministe ci troviamo spesso in contraddizione ad ascoltare rap, tu come ti poni nel concreto quando ti capita di ascoltare un rapper che usa un linguaggio sessista o una traccia con contenuti sessisti?
«Dopo aver intrapreso il percorso di autoformazione che mi ha portato a definirmi femminista, mi sono trovata a chiedermi come pormi nei confronti dei rapper misogini che ascoltavo fino al giorno prima. Mi pongo in maniera molto naturale: mi piacciono molto artisticamente. Faccio una distinzione innanzitutto tra capacità artistiche e contenuti: un prodotto valido dal punto di vista artistico può avere del marcio all’interno, e questo non significa screditare il valore dell’artista, significa semplicemente che è necessario fare i conti col contesto storico e politico in cui l’artista vive. Nel condannare il sessismo nel rap lascio completamente da parte la critica in senso artistico/tecnico perché quelli sono gusti e considerazioni libere.

Però partendo dalla mia esperienza di donna ti dico che quando ti esprimi in termini sessisti, la tua libertà d’espressione va a mettere in discussione la mia libertà di partecipare a contesti hip-hop, perché va a denigrare la mia posizione. Basti considerare la quantità di mansplaining presente negli ambienti hip-hop, c’è davvero la tendenza a pensare che un uomo a prescindere ne sappia sempre più di una donna proprio in quanto uomo. Qui in Italia insieme alla cultura hip-hop è arrivato tutto l’immaginario del pimp, ma completamente sradicato dal suo contesto sociale. L’uso di alcuni termini nei confronti delle donne da parte dei rapper afroamericani è da ricollegare al fatto che originariamente il mondo hip-hop e quello della prostituzione erano a stretto contatto e si sviluppavano all’interno di uno stesso ambiente.

In Italia però il rap con la prostituzione non ha assolutamente nulla a che fare, perciò quando un rapper italiano parla de “la mia pu***na” vorrei proprio sapere a chi si riferisce, perde totalmente di significato. Molte femministe afroamericane hanno analizzato i testi rap per restituirci delle visioni intersezionali: Bell Hooks ad esempio prende in analisi il gangsta rap e nota come un tipo di linguaggio sessista in esso presente coincida con l’emancipazione delle donne nere in quel periodo. C’è un’intervista molto interessante fra Ice Cube e Angela Davis in cui si confrontano sulla lotta antirazzista: la Davis gli fa notare che parla solo al maschile e gli chiede perché parli solo di uomini e fratelli neri, quando nella lotta anche le donne nere sono presenti. Lui risponde che finché gli uomini neri non avranno il rispetto degli uomini bianchi, non potranno pretenderlo dalle donne nere. La Davis risponde che la lotta è da combattere insieme, e che non si possono dividere le questioni di genere e razza, non può esserci un antirazzismo che alimenti il sessismo. È importante studiare il femminismo intersezionale proprio per iniziare a capire come cambiare le cose anche nell’hip-hop italiano. È una questione di posizionamento, non di fare paragoni o intavolare discussioni: io sono una donna e tu sei uomo, ci sono cose di cui tu non hai esperienza e che puoi aiutare a cambiare solo mettendoti in ascolto nei miei confronti.

È come il discorso sulla N-word: non è una questione di opinioni, se le persone nere vi dicono che la N-word come bianchi non la dovete usare, non c’è discussione da fare, è una questione di rispetto delle vite e delle esperienze vissute. Si può riconoscere molto ad un rapper sul piano artistico, ma se ogni volta che si approccia al mondo femminile usa termini sessisti e degradanti, non sta contribuendo in nessun modo a creare cultura. Parlare di fi*a non richiede né intelletto da parte di chi lo fa, né capacità critica da parte di chi lo riceve. È la cosa che va: se io parlo di razzismo le persone iniziano a pensare, se parlo di culi e tette la cosa arriva e basta. L’obbiettivo non è far diventare femministi tutti i rapper, o introdurre il femminismo nell’hip-hop per distruggere la cultura, ma anzi far intersecare questi due mondi, perché ognuno può dare molto all’altro.»

cherazzadirap

Ci puoi parlare del tuo progetto Che razza di rap?
«Che razza di rap è un progetto di spoken word con U.net, che appunto si occupa di cultura afroamericana/hip -hop e scrive per Agenzia X. Essendo sempre stati entrambi molto appassionati di cultura hip-hop, abbiamo iniziato ad affrontare il processo antirazzista in Italia, dato che io sono un’attivista. Essendo io di origine marocchina, è partita l’idea di scrivere insieme per affrontare il rap di origine straniera in Italia, considerando il fatto che in Francia, in Inghilterra c’è una scena storica e molto forte, mentre qui il rap non vede protagoniste le persone razzializzate. A partire da questo abbiamo elaborato una macro-storia suddivisa in sei parti, ordinata cronologicamente, dall’infanzia all’età adulta. Ho cercato di utilizzare quel linguaggio che caratterizzasse l’età che stavo affrontando. Sono le tematiche che caratterizzano i cosiddetti figli di seconda generazione.

Il primo tema è quello del viaggio, andata e ritorno nel paese di origine. È un passaggio in cui una cultura svanisce e subentra l’altra: lingua diversa, sistemi di pensiero e di valori diversi, il viaggio di notte… A quattro anni la vivevo proprio come un’avventura tra le acque del Mediterraneo, la nostalgia, la prospettiva di mia nonna… Questa “cartolina nel tempo” è stata affiancata a Sulla stessa barca di Maruego.

La seconda cartolina riguarda il periodo della scuola elementare, dove inizio a percepire le prime differenze, ed è accompagnata da La mia pelle di Amir Issaa. Qui porto in risalto la questione della pelle, i capelli ricci, io che mangio cose speziate, voi che mangiate cose per me proibite, la lingua che parliamo in casa, la gente che ride perché mio padre fa il vucumprà e io non capisco perché ride…

La terza parte è sull’adolescenza, il periodo in cui inizio a percepire il valore che aveva la questura per me, e il fatto di essere straniera nella mia nazione, qui c’è King Kong di Suerte: ci si sveglia la mattina sperando che se c’è stato un omicidio non sia stato un nero perché sennò ci andiamo di mezzo tutti quanti. Dalle percezioni più fisiche di viaggio e avventura ad una consapevolezza che sale. La quarta parte è un dialogo teatrale tra me e Amir, in cui lui racconta la prospettiva dell’immigrato e io racconta la prospettiva della figlia di seconda generazione, ovvero lo scontro generazionale e culturale. Il pezzo abbinato è Déjà-vu di Menna Elsayed, una ragazza di Bologna. Il quinto pezzo è di Neima Ezza, un ragazzo di Milano di origini marocchine e affronta il tema della crisi esistenziale durante il periodo adolescenziale. L’ultimo pezzo è Lottiamo soli di Mosé Cov, dove parliamo di riscatto, del diritto per la cittadinanza, eccetera. È una sorta di cartone animato con la mia voce narrante, con gli artisti GGT e Bube per le illustrazioni e il sound design.»

Grazie mille a Wissal per questa chiacchierata e per aver condiviso tutto questo con noi.

Intervista a cura di Linda Sagripanti e Greta Valicenti.

Grafica di Mr. Peppe Occhipinti.

Commenti