Dopo la polemica scatenata da Tyler the Creator e ripresa da Billie Eilish, Republic Records ha deciso di eliminare la parola urban dai suoi prodotti.

Partiamo da questo presupposto: nel momento in cui definiamo qualcosa la stiamo inevitabilmente semplificando. Il nostro cervello cerca continuamente di etichettare quello che ci circonda per riuscire a dare un ordine a tutte le informazioni che riceviamo. Talvolta, però, le definizioni che utilizziamo non solo semplificano un concetto ma si prestano a interpretazioni fuorvianti o del tutto sbagliate. La polemica sulla definizione di musica urban, iniziata con Tyler, the Creator qualche mese fa e ripresa ultimamente da Billie Eilish, ne è un chiaro esempio. Ma andiamo con ordine.

La parola urban è da considerarsi come un termine ombrello, nel senso che è un genere che comprende altri generi. Essa raggruppa in un bacino piuttosto ampio tutto ciò che deriva dalla musica black di cui è anche un sinonimo. Dal soul all’ r’n’b, passando per il rap fino ad arrivare alla musica latina come il reggae e la dancehall. Le connotazioni che può assumere hanno confini piuttosto ampi e, probabilmente, proprio da ciò nasce la polemica scatenata da Tyler, the Creator.

L’artista, durante la premiazione ai Grammy dello scorso gennaio, aveva fatto notare come fosse contrario a definire la sua musica con la parola urban. L’autore di Igor (album con cui ha vinto il Grammy) non si riferiva alla parola in sé ma alla connotazione e al modo in cui viene spesso utilizzata. Secondo Tyler il termine urban non è che un modo politicamente corretto per sostituire la “n-word”. Il ventinovenne si chiedeva perché non potesse semplicemente essere considerato nella categoria pop in quanto tale ma, al contrario, venisse inserito nel calderone urban, legato più al suo modo di vestirsi e al colore della sua pelle che alla sua musica.

Recentemente, in un’intervista rilasciata al magazine GQ, anche Billie Eilish si è espressa sull’argomento dichiarandosi d’accordo con quanto detto da Tyler. La cantante classe 2001 ha affermato di non comprendere secondo quale criterio la sua musica venga considerata all’interno della categoria pop mentre un artista come Lizzo, la cui musica è indubbiamente pop, venga messa nella scatola dell’R&B. La risposta, purtroppo, è probabilmente legata al look e al colore della pelle delle due artiste. Questo crea dunque una gran confusione che, in certi casi, sembra effettivamente avere poco a che fare con la musica e molto più con questioni razziali.

Queste le parole di Billie Eilish nell’intervista per GQ’.

“Don’t judge an artist off the way someone looks or the way someone dresses. Wasn’t Lizzo in the Best R&B category that night? I mean, she’s more pop than I am. Look, if I wasn’t white I would probably be in ‘rap’. Why? They just judge from what you look like and what they know. I think that is weird. The world wants to put you into a box; I’ve had it my whole career. Just because I am a white teenage female I am pop. Where am I pop? What part of my music sounds like pop?”

Come ha reagito l’industria musicale? Lo scorso venerdì 5 giugno, complice il clima di tensione e le proteste seguite all’omicidio di George Floyd, l’etichetta discografica Republic Records ha fatto un primo passo.

La label (che annovera tra i suoi artisti nomi com Drake, The Weeknd e Nicki Minaj) ha reso noto tramite il proprio account Instagram di aver deciso di bannare la parola urban dai propri prodotti.

Questo il post pubblicato dall’etichetta:

 

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#WeUseOurVoices, Use Yours.

Un post condiviso da Republic Records (@republicrecords) in data:

Le parole di per sé non sono mai offensive, sono semplicemente parole. È il significato che gli si dà ad esserlo.

Per questo motivo credo che la scelta di Republic Records sia più una furbata a livello strategico che non un modo per intraprendere un cambiamento. A mio avviso, bannare la parole come fanno alcune piattaforme di streaming (Twitch) non è il modo corretto per eliminare il problema della discriminazione e del razzismo. Anzi, lo trovo piuttosto ipocrita.

Finché gli occhi delle persone vedranno le differenze come un difetto ci sarà sempre una nuova parola per definirle.

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