La musica è sempre stata uno dei mezzi principali per raccontare e analizzare la sofferenza dell’essere umano: qui abbiamo preso in considerazione alcuni dischi che lo testimoniano.

Il concetto di espiazione parla di una riparazione di una colpa commessa, con conseguente liberazione dalla stessa mediante l’accettazione e la sopportazione della pena inflitta a tale scopo. C’è un bel libro che tratta il tema, di un autore contemporaneo molto quotato, Ian McEwanEspiazione è l’omonimo titolo del suo romanzo, la cui storia si intreccia con lo sviluppo del concetto nella vita reale: 

“Espiazione va veramente alla radice dei sentimenti ed era quello che io cercavo di fare: rimettere al centro i sentimenti, la psicologia dei protagonisti, produrre dei personaggi “veri”.   

Un discorso che verosimilmente può essere accostato anche alla musica, che a volte sembra perdere i significati di cui si nutre l’essere umano: la sofferenza, la solitudine, l’amore, la condivisione. Tutti elementi che rendono tali le nostre vite ma che tendiamo a nascondere sempre di più, come un amante, come un qualcosa di cui vergognarci. 

Tali elementi sono invece stati alla base di alcuni dei più grandi capolavori della storia recente della musica urban, nel rap in particolare. Storie di uomini, intrecciate con quelle di altri uomini, che danno vita a sentimenti veri e propri, a connessioni inaspettatesensazioni apparentemente perdute. Abbiamo quindi deciso di andare oltre l’interpretazione del prodotto, per approfondire le ragioni che hanno spinto determinati artisti di un certo calibro a sfogare sulla carta e poi in musica una fotografia nitida della loro vita, seppur appartenente al lato oscuro di questo lungo percorso cui tutti siamo costretti a fare i conti. 

808’s Heartbreak – Kanye West

808’s Heartbreak di Kanye West è la somma della perdita di alcune moltitudini, tra cui: la madre, la ragazza storica, sé stesso. La prima risposta che diede quando gli chiesero del perché avesse dato vita ad un album simile fu: “è come perdere un braccio e una gamba e dover trovare un modo per continuare a passarci attraverso. E’ stato terapeutico”. 

Come negarlo d’altronde. Parliamo di un disco storico, che ha introdotto con prepotenza l’uso della Roland 808 nell’immaginario Hip Hop. Prima di allora non era altro che una drum machine destinata a chi – non essendo musicista – aveva la necessità di replicare i suoni della batteria in modo semplice e minimale. Un suono che – come la sua copertina testimonia – . si nutre di atmosfere fredde ed asettiche, ideali per ospitare la pop art di un cuore spezzato, di un Kanye alla deriva.  

Altro elemento importante del disco è stato il massiccio utilizzo dell’autotune, che ha di fatto segnato un punto di non ritorno nella storia del genere. West preferì dare questa semplice spiegazione: “ C’erano delle melodie dentro di me, un urgenza di esprimermi che il rap non poteva colmare”.  

Quel disco è frutto del lavoro di diversi autori ( stesso metodo che fu poi applicato a MBTF), tra i quali figura anche Kid Cudi di cui parleremo più avanti – e che lo stesso Kanye definì come il suo artista preferito tra quelli ancora in vita: fu lui ad ispirare i sintetizzatori tristi, quasi senz’anima, di cui è permeato il disco. Per raccontarne l’impatto emotivo che ha avuto sullo stesso artista, vi invitiamo a dare un’occhiata alla performance di Love Lockdown al Letterman Show, andata in porto solo dopo diversi take perché l’artista dimostrava chiari segni di cedimento emotivo ad ogni prova. 

808’s Heartbreak è stato inoltre fonte di ispirazione principale per artisti del calibro di Drake (Say What’s Real) e The Weeknd (Can’t Feel My Face), così come della moltitudine di artisti, o aspiranti tali, della nuova generazione. 808’s è oggi un disco essenziale, che non contiene solo il dolore dell’artista, ma anche diverse influenze musicali del periodo. I RadioheadBon Iver, ma anche gli stessi Daft Punk con i quali ha poi collaborato in Stronger, sono presenti nel disco: un po’ nelle liriche, un po’ nel sound, un po’ nella malinconia che lo attraversa.

808’s è un disco che segna una transizione importante da una fase all’altra, da un concetto di definizione ad uno più liquido di mobilità. Ma principalmente è un’ode al dolore, avvalorando la tesi secondo la quale la miglior arte nasce sempre da una qualche forma di sofferenza. 

4:44 – Jay-Z

Quando la stampa chiese a Jay Z il perché il suo nuovo disco si intitolasse 4:44 rispose così: 

4:44′ è il punto cruciale dell’album, e sta proprio al centro. E mi sono svegliato, letteralmente, alle 4:44 del mattino per scrivere questa canzone. Quindi è diventato il titolo dell’album e tutto il resto. È la traccia del titolo perché è una canzone così potente, e credo che sia una delle migliori canzoni che abbia mai scritto. ” 

Anche Beyoncè ha rivelato alcune delle ragioni per cui il numero è così significativo per lei e suo marito: “Il mio compleanno è il quattro, così come quello di mia madre e di Jay. Mi sono sposata anche il 4”. Così come il numero 4 rievoca la volta in cui Jay ha portato il numero agli estremi linguistici con la sua traccia 44 Fours, sequel della traccia 22 Two’s. Non è chiaro se l’attrazione di Jay e Bey per il numero si basi sulla superstizione o se sia un fattore affettivo, ma queste sembrano essere ben più che delle coincidenze… 

Fatto sta che il tredicesimo album in studio di Jay Z è forse il più importante della sua carriera, subito dopo Blueprint4:44 è un disco che parla di tradimenti, di pentimenti, di angosce e di memorie. Una vera e propria confessione, quasi una richiesta di perdono, da parte di uno dei personaggi più influenti della attuale cultura pop, che decide di rivelarsi in quanto essere umano con un disco ambizioso e privo di dinamiche estranee alla pura necessità espressiva. 

4:44 è un album che chiude il cerchio, discografico e umano di Jay Z. Un lavoro che al contrario di 808’s Heartbreak, potremmo definire caldo, pieno di sonorità variegate, ricco di sample che affondano le radici nella storia di black music, e che parlano anch’essi di tradimento e di storie finite male, come testimoniano i campioni di diverse tracce: Late Nights & Heartbreak di Hannah Williams contenuto nella title track, è sicuramente uno dei più belli. 

Lungo le 13 tracce che compongono l’album, Jay Z attraversa le sue colpe senza timore e lo fa con l’aiuto di persone e colleghi a lui cari, che riescono a rievocare ciò che sarebbe impossibile anche solo da raccontare: la frattura creatasi tra due persone apparentemente inseparabili ed indistruttibili, vista dall’interno. Si possono quasi assaporare i litigi con Beyoncè, le urla di Blue, la loro figlia, o la vergogna con la quale Jay-Z rimane paralizzato nel lusso dei suoi ambienti. Il merito, oltre agli artisti presenti – come Frank Ocean o Damian Marley–  va dato in buona parte a N.O. I.D., suo storico producer che per l’occasione veste i panni del regista perfetto. 

A livello discografico invece, possiamo dire che Jay Z abbia realizzato il suo sogno nel cassetto, quando ai  tempi di Black Album affermava di voler rappare un giorno come Talib Kweli e Madlib, ma solo dopo aver ottenuto i soldi e la fama. In 4:44 sembra esserci riuscito, e sembra esser riuscito anche a portare la sua musica ad un nuovo stadio, insieme a sé stesso.  

4 Your Eyez Only – J.Cole

J.Cole è riuscito a far diventare mainstream il conscious rap. Il merito è delle liriche, da una visione ben definita e di temi importanti che vengono sviscerati lontani dai soliti clichè. A volte mi chiedo come sia possibile non apprezzarlo fino in fondo, dato che la sua crescita negli anni è stata esponenziale: da Born Sinner sino a KOD, l’artista nato a Francoforte ha dato all’ultimo decennio americano una marcia in più. 

Nel mezzo però c’è un disco a cui lo stesso Cole ha detto di tenere più degli altri, un concept album che ha avuto bisogno di tempo per essere assimilato anche dallo stesso artista: 4 Your Eyez Only è un film più che un disco. Qui Cole veste i panni del regista maturo ed ispirato, dando vita a 10 tracce che raccontano l’importanza degli affetti, il legame con la famiglia, la precarietà dell’esistenza e la conseguente paura di perderle. Lo racconta con grande lucidità e con un liricismo portato ai massimi livelli, filtrando le parole dagli occhi di un caro amico che ha perso improvvisamente la vita, lasciando da sola la propria figlia e causando un vuoto incolmabile nell’artista.

Il suo nome era James McMillian  e aveva solo 22 anni. 

Un distacco inequivocabile dal precedente Forest Drive Hills rende 4 Your Eyez Only un lavoro adulto, nonostante vi siano tracce come Neighbours che insistono nello scavare più a fondo in quelli che sono stati gli anni della sua formazione, nella sua FayetvilleEyez riflette anche sulla morte, sulle disuguaglianze di cui gli afroamericani sono vittime, della responsabilità di esser padre e del doversi prendere cura di qualcuno.

L’artista naturalizzato statunitense compie un’analisi dell’essere umano, nutrendosi in modo più consapevole di quanto mai fatto della cultura black: la presenza della voce di Tupac in Immortal ad esempio, o il ricercato utilizzo dei sample che porta al top l’efficacia di un team come quello della sua Dreamville. 

Potremmo definire Eyez come un disco politico, intimo, che contiene una morale ed un insegnamento. Ci sono delle fasi calanti, in cui alcuni brani non mantengono forse il livello promesso ma – proprio come accade nel cinema – è errato giudicare la qualità di un progetto in base ai suoi ritmi, quanto piuttosto all’ispirazione che comunica. Ed in questo Eyez sembra avere pochi rivali.

E poi c’è la title track, dove Cole sveste i panni del regista per indossare quelli dell’attore protagonista, dedicando una lettera a cuore aperto all’amico scomparso, alla sua famiglia  ed alla comunità intera. Traccia che vale da sola il prezzo del biglietto.  

Passion, Pain & Demon Slayin’ – Kid Cudi

Passion, Pain & Demon Slayin’ è stato il disco giusto in un momento sbagliato. Così rispondeva Kid Cudi al direttore di Vogue, in un’ intervista centrata sulla sua felciità ritrovata: merito della figlia e quindi del suo essere diventato padre. In un discorso sulla sofferenza e sull’attraversamento del dolore sarebbe impossibile non citare Cudi, una sorta di padre spirituale per certi temi. Basti pensare a Man of the Moon, che ancora oggi risulta essere uno dei suoi lavori più influenti, nonostante la gravità e la pesantezza delle atmosfere. 

Il disco di cui abbiamo deciso di parlare non ha però avuto le stesse fortune: colpa di una gestazione lunga e faticosa (che ci ricorda quella degli ultimi Kanye) e di un sound davvero troppo unico per trovare una vita commerciale. Anche Cudi si è servito di alcuni mostri sacri per lavorare al disco, primi tra tutti il solito Mike Dean (un guru dei classici) e Pharrell, il quale ha avuto un ruolo primario nella ricerca della dimensione giusta, proprio come lui aveva fatto tempo fa con Mr.West nel suo Heartbreak.

Cudi non interessa piacere, tanto meno inglobare gli altri nella sua musica facilitandone la comprensione. Come aveva affermato nell’Intro di Man of the Moon, siamo noi ad essere accolti nei suoi sogni e non viceversa. Kid Cudi ha la peculiarità di trattare i suoi problemi come se non fossero esclusivamente a lui legati, quanto piuttosto inseriti in una visione cosmica del destino in cui l’essere umano brulica.

Ed effettivamente, ascoltando questo disco ci si accorge come di un distacco dall’atmosfera terrestre, ci si sente imprigionati negli ambienti psichedelici in cui vive il disco, e ci si ritrova all’improvviso in uno di quei set che parlano sì dello spazio, ma che causano emozioni parecchio discordanti, in un misto di stupore e angoscia. 

Ascoltare Passion, Pain & Demon Slayin’ è un po’ come guardare 2001 Odissea nella spazio, entrambi ambiziosi e dal difficile approccio. Le strumentali così dichiaratamente sospese, le liriche legate al dolore ed alla sofferenza, un massiccio uso di sintetizzatori colmi di tormento e dei featuring (Andrè 3000, Travis Scott, Willow) che sembrano essere sfumature della stessa persona. Ascoltare un album simile significa perdersi nelle fantasie di Cudi, nei suoi eccessi e nelle sue depressioni, non esiste una scorciatoia.

Altro segno distintivo è la durata, quasi imbarazzante e folle, che lo accomuna al film del cineasta americano Kubrick: 87 minuti suddivisi in quattro capitoli che sembrano voler esplorare i vari livelli della coscienza: Tuned, Prophecy, Niveaux de l’Amour e It’s Bright and Heaven is Warm.  Trovargli un senso comune sarà difficile, bisogna trovare la frequenza giusta sulla quale sintonizzarsi.

Swimming – Mac Miller

Swimming è uscito lo stesso giorno di Astroworld, album che ha svoltato definitivamente la carriera di Travis Scott, come qualche tempo dopo ci avrebbe raccontato in Look Mom I Can Fly. Swimming  rappresenta invece il testamento spirituale ed artistico di Mac Miller, scomparso poco tempo dopo a causa di un’overdose di farmaci. Qui il dolore non è spettacolarizzato, ma incanalato, ed il concept risulta essere ben chiaro: provare a stare a galla in un mare burrascoso.

Il quinto disco solista di Mac contiene tutto il male che l’artista di Pittsburgh ha coltivato negli ultimi anni della sua vita, anche a causa dell’interruzione della relazione con la sua partner storica, Ariana Grande, che nonostante tutto continua ad esser dipinta come il suo “angelo custode”. Qui c’è un abisso di distanza che lo divide dal suo Divide Femine, dove la donna è ancora il tema principale, ma con una prospettiva diversa: dalla voglia di “conquista” e di condivisione si passa all’amara consapevolezza di una solitudine che sembra non trovare una fine. 

Swimming si divide bene tra il rappato e il cantato, ognuno dei quali dà voce in modo fedele alle sue emozioni. Già dall’apertura di Come Back To Earth, si evince subito come solo fisicamente Miller fosse qui, mentre la sua anima e la sua testa sembravano essere già altrove.  

Nonostante sia un disco che tratta le dipendenze, non c’è niente di tossico al suo interno. C’è la nostalgia di qualcosa che non c’è più, ma non c’è rancore né odio: “Lei mi ha messo i pezzi apposto quando ero distrutto” dice in Perfecto, riferendosi ad Ariana: qui l’introspezione non è sfiorata, ma approfondita. Sono pochi gli episodi in cui la motivazione vince la sofferenza, accade quasi sempre l’opposto. Swimming non trova redenzione ma accetta soltanto la sconfitta, lasciando un segno nei suoi ascoltatori che ritroveranno le parole di conforto che Mac non ha trovato nel momento – fatale – di massimo bisogno. 

Questi sono – secondo il parere di chi scrive – cinque dei dischi più rappresentativi del rap americano quando parliamo di musica in quanto mezzo per attraversare il dolore, non sempre con un lieto fine. Artisti differenti, accomunati da un’ispirazione gigante che vuole lasciare traccia nella caducità del tempo che scorre. Di esempi ce ne sarebbero molti altri, ma quelli proposti, per influenza e qualità, sono sicuramente quelli che descrivono meglio il concetto di espiazione, che a volte riesce solo a spiegare senza necessariamente risolvere.  

Altri dischi legati al tema e di cui vi consigliamo caldamente l’ascolto sono:  

  • Axtrocity Exibithion di Danny Brown 
  • Flower Boy di Tyler The Creator 
  • Some Rap Song di Earl Sweatshirt, 
  • HNDRXX di Future
  • Tha Carter V di Lil Wayne 
  • The Book of Ryan di Royce Da 5’9  
  • ? di XXXTentacion 
  • Recovery di Eminem

Grafica di Mr. Peppe Occhipinti.

Commenti
Ho 21 anni e mi nutro quotidianamente di questa musica. Preferisco gli autori profondi a quelli superficiali e sono fermamente convinto che il rap possa veramente tirare fuori le persone dalla m*rda.