Abbiamo intervistato Kiave, il quale ha recentemente pubblicato il suo nuovo singolo InForma.

É il 5 Giugno. Bologna è caldissima, a tratti invivibile. Sono ansioso: a breve dovrò intervistare Kiave. Il “clima di tensione” – riferimento acculturato per quanti siano in grado di coglierlo– che vivo dentro di me è motivato dalla caratura artistica del soggetto con il quale dovrò rapportarmi. É a causa di mc come Mirko Filice (e di Hyst, degli Uomini di Mare, Kaos One, i Colle der Fomento e tanti altri) se all’età di dieci anni venni folgorato dalla musica rap e dallo scenario Hip-Hop.

Superati i timori iniziali, ho condotto un’interessante discussione con il mio interlocutore che si è rivelato una persona ricca di valori, idee e cultura.

Ritengo che una delle maggiori risorse di questo movimento artistico sia la continua connessione con il quotidiano e con i più disparati argomenti d’attualità. L’Hip Hop possiede un’intrinseca capacità naturale di entrare in toto nella realtà e di apportare un significativo contributo tentando di  modificarla nella migliore maniera possibile. A testimonianza di ciò il progetto Voci Spiegate organizzato nelle carceri da Kiave assieme alla Streets Art Academy. O, più semplicemente, i We Reading in cui il suddetto artista è recentemente impegnato con cotanta devozione.

Questa intervista nasce proprio dal primo Reading realizzato da Kiave all’Off di Bologna, lo scorso Dicembre, al quale ho assistito con enorme piacere e interesse. L’incontro verteva sull'”Animale dentro: dalle strofe del rap italiano alle poesie dell’antimafia”. Inutile negare la mia vicinanza ad una simile tematica in quanto figlio di magistrati impegnati in Sicilia, durante il periodo delle stragi, a contrastare il fenomeno mafioso. Benché l’argomento necessiti di un’approfondita conoscenza, mi sento di consigliare questo breve documentario al lettore meno esperto (l’ostacolo più avverso da affrontare è il barboso tono di voce di Paolo Mieli).

Tuttavia il colloquio non ha riguardato solamente l’argomento mafia. Vi è al contrario stata occasione di spaziare tra la scena (t)rap italiana, il freestyle e le questioni di politica interna. Forte è stata l’attenzione rivolta dall’artista calabrese verso il problema immigrazione che è -come egli stesso ha osservato- in primis sinonimo di umanità (“homo sum, humani nihil a me alienum puto” avrebbe detto Terenzio).

Personalmente definirei Kiave un musicista in grado di suscitare nell’ ascoltatore domande, curiosità e atteggiamenti resilienti: qualità inusuali da trovare nella maggior parte degli artisti odierni. Il rapper cosentino è attualmente tra i massimi esponenti della scena underground italiana: quella che produce musica per esigenza vitale, che ha ancora molto da dire e che rappresenta gli emarginati. Dell’Hip Hop mi ha –invero– sempre affascinato il fattore identitario: “Qualcosa è cambiato dal giorno in cui ho sentito le rime in un disco, la scritta in copertina, qualcosa mai visto era Hip Hop: cioè esisto!” cantava Fibra nella traccia Hip Hop remixata da Mastafive. Non siamo semplici ascoltatori, noi siamo b-boy che vivono l’hip-hop nel quotidiano. Sopprimere questa musica significherebbe sopprimere la nostra stessa esistenza.

Qual è il tuo primo ricordo legato alla criminalità organizzata? Quando è stata la prima volta che hai sentito parlare di mafia? Non vorrei sbagliare, ma al We Reading tenuto lo scorso Dicembre all’Off di Bologna mi pare avessi raccontato che il negozio di tua madre venne bruciato due volte in seguito ad un suo chiaro rifiuto di pagare il pizzo. Immagino che non sia stato semplice vivere a Cosenza negli anni ’90.
«All’epoca ero molto piccolo. Il negozio di mia madre bruciò, è vero. Mi ricordo perfettamente ogni singolo particolare di quella sera: la disperazione dei miei, le lacrime di mia madre. Tuttavia all’epoca avevo dieci anni, ancora non ero conscio della situazione che stavo vivendo. La consapevolezza arrivò qualche anno dopo e di ciò sono molto grato a mio padre, figura che è stata particolarmente attiva nella sensibilizzazione al problema della criminalità organizzata. Era un assistente sociale, ora in pensione, che lavorava presso l’Ospedale di Cosenza: mio padre personifica l’onestà. Lui mi spiegò cosa fosse la mafia, ovvero come agisse e come si potesse sconfiggere.

Purtroppo nella mia vita ho commesso alcuni errori che mi hanno fatto “inciampare”, tanto da provare sulla mia stessa pelle cosa fosse la ‘ndrangheta. Combattere la mafia non significa solamente agire nella legalità e nella piena onestà, ma più semplicemente -e più decisamente -reagire al cospetto di atteggiamenti prevaricatori o mafiosi cui siamo abituati nel quotidiano».

Ne ho viste tante man non sai quante
Partito da Cuse’ che sembrava Harlem
Dopo a Roma in una zona fra teste fasciste
Ed ora mi intesisce parlarne

(Kiave, Asociale)

La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione ed avrà anche una fine>> (Giovanni Falcone). Se ti dico 23 Maggio 1992? Cosa ricordi di quel giorno e quali furono le tue primissime sensazioni?
«Anche in quell’occasione mio padre mi spiegò che vi erano uomini disposti a sacrificare la propria vita pur di rendere il mondo in cui viviamo un posto migliore. Mi insegnò che “Un solo uomo può cambiare il mondo” come dico in Top Ten. La mafia, invece, ci fa credere che un solo uomo sia insignificante. I mafiosi presi singolarmente sono una massa di codardi, per questo si associano. Instillare sfiducia nelle proprie capacità di singolo fa sì che si assumano, di conseguenza, atteggiamenti mafiosi.

Vi è un’altra frase di Falcone che, personalmente, trovo formidabile. Nel corso di un’intervista un giornalista chiese al magistrato per quale motivo si impegnasse così tanto, rischiando ogni giorno la vita, nella lotta alla criminalità organizzata. Giovanni Falcone ribatté con un semplice, ma conciso: <<spirito di servizio>>. E’ una risposta che trovo sensazionale. Da ciò traspare che per dei valori, e degli ideali migliori, alcune persone sono disposte a morire. Come dico nei miei Reading è molto importante avere la misura del male che ci circonda, che contrasta il <<bene>>, per poter reagire in maniera adeguata».

Nel 2019 ricorrono cent’anni dalla nascita di Andreotti ed ottanta da quella di Falcone. Due figure che sono legate all’argomento Mafia in maniera simbiotica, seppur per motivi diversi. Ora, senza esprimere giudizi di carattere politico, volevo domandarti: ritieni che le istituzioni non abbiano sufficientemente combattuto il fenomeno della criminalità organizzata? Ad oggi invece qual è lo scenario che ci si prospetta davanti secondo il tuo punto di vista?
«Purtroppo è risaputo quanto la criminalità organizzata sia presente all’interno delle istituzioni così come nelle strade. Spesso non ce ne rendiamo conto, ma assistiamo quotidianamente ad episodi che, senza averne intenzione esplicita, è chiaro, possono apparire come una sorta di pseudo acquiescenza nei confronti della criminalità organizzata. Vogliamo fare un esempio? Matteo Salvini. Questi sta prendendo alcune decisioni che comportano il grave rischio di veicolare un messaggio in grado di alimentare atteggiamenti di stampo mafioso. Quando il nostro ministro dell’interno riduce la scorta ad alcuni testimoni di giustizia come Rocco Mangiardi il quale ora, fuori dalla Calabria, non è più protetto, involontariamente minimizza la pericolosità effettiva della criminalità organizzata. Rocco va in giro per parlare ai giovani, alle persone, della propria esperienza ed in particolare del fenomeno della ‘ndrangheta.

Dunque il provvedimento del ministro, che probabilmente considera il costo della scorta ad un testimone di giustizia uno “spreco di soldi” (e già ciò dovrebbe farci riflettere), può finire per essere, nei fatti, un limite al processo di sensibilizzazione della società riguardo il fenomeno della criminalità organizzata che si combatte in primis mediante la diffusione della cultura e la conoscenza dei fenomeni che interessano la società».

Concordi con me se dico che la mafia è un fattore culturale? Appurato ciò volevo chiederti quanto concretamente ritieni che la musica (il rap nello specifico) possa -come?-  combattere la criminalità organizzata. Dopotutto l’Hip Hop è un medium che veicola informazione spesso con finalità socio-educative…
«Il Rap può veramente cambiare le cose, ne sono fermamente convinto. É per questo motivo che continuo imperterrito a fare musica. I laboratori che svolgo nelle carceri e in luoghi, diciamo “difficili”, ne sono la prova. Il Rap ti toglie dalla strada; è un mezzo per potersi sfogare e compiere una sorta di autoanalisi. L’Hip Hop offre un’alternativa: mostra una finestra dove tutti vedono un muro. Purtroppo nel tempo l’originaria funzione di questo potente mezzo è cambiata radicalmente».

Colgo la palla al balzo per lanciare una provocazione. Secondo te l’originario messaggio -e spirito- dell’Hip Hop è stato totalmente rinnegato da parte della nuova scena?
«É inutile addossare colpe a qualcuno: non ho più né voglia, né tempo, di identificare un responsabile. La questione è complicata e certamente non può essere risolta <<puntando il dito>>. Posso però dire che molti artisti della mia generazione hanno anteposto l’individualismo a discapito di un’ottica collettivistica. L’Hip Hop è un coltello, un’arma: ognuno decide di utilizzarla come meglio crede. Puoi cucinare un piatto che è paragonabile a un’opera d’arte o puoi usarlo per uccidere qualcuno.

Voglio comunque spezzare una lancia a favore di alcuni ragazzi della nuova scuola: soprattutto tra i freestyler si incontrano molti giovani con una grandissima consapevolezza riguardo determinati valori Hip Hop che portano fieri -ogni fine settimana- sui palchi in occasione delle battles nelle quali si sfidano. Sono orgoglioso della scena freestyle nostrana di adesso: ragazzi fortissimi ed in gamba anche nel comporre testi».

Nel tuo ultimo singolo dici: “Limito l’apparenza, non mi limito ad essa. L’antidoto alla violenza è l’accoglienza”. Non posso che concordare con te circa il significato di questa frase. Tuttavia va sottolineato come l’immigrazione costituisca -al contempo- un business redditizio per le associazioni criminali. I migranti infatti vengono spesso schiavizzati e costretti a lavorare in nero, in quanto costituiscono forza lavoro a basso costo. E’ la loro unica alternativa dinnanzi ad uno Stato assente burocraticamente -e non- parlando. E’ nota la frase pronunciata da Salvatore Buzzi contenuta nelle sentenze del caso Mafia Capitale: “Hai idea di quanto guadagno con gli immigrati? Il traffico di droga rende meno”. Partendo dal presupposto che vi sono molteplici interessi dietro il caso in questione, come si può -secondo te- risolvere il problema? Io credo che più che chiudere i porti si dovrebbe debellare il marciume che trae profitto da povere vite umane. Concordi?
«Assolutamente sì, concordo. Salvini, a mio avviso, sbaglia perché non combatte la mafia, ma l’immigrazione. Penso non ci voglia molto a rendere pubblici i nomi di coloro che hanno costruito un business attorno a povere vite umane. Proviamo per un secondo ad immedesimarci nei panni altrui, ovvero in quelli di ragazzi che arrivano qui, soli, sconsolati, traumatizzati ed impauriti: è normale che qualora ci si ritrovi su una strada in condizioni disperate si divenga la manovalanza di chi ti ha portato in Italia. 

L’attuale governo non combatte i sintomi del problema, ma le cause che ne conseguono.  Purtroppo alla base di ciò vi è una forte dose di razzismo che è un elemento fortemente limitativo. Accoglienza è sinonimo di evoluzione, di umanità. E’ necessario offrire continue opportunità e cose da fare a questi ragazzi. Parallelamente sarebbe necessario agire in via giudiziaria contro chi lucra sul business dei migranti. Questo per lo meno è il mio pensiero e cerco di contribuire al cambiamento».

Quanto sono importanti associazioni quali Libera, Addio Pizzo, Musica contro le Mafie o la Casa della Legalità? E quanto è altrettanto fondamentale tenere vivo il ricordo di personaggi che hanno combattuto in tutti i modi possibili il fenomeno della criminalità organizzata? Penso a Falcone, Borsellino, Peppino Impastato, Giuseppe Fava, Libero Grassi e Rocco Mangiardi…
«Anche qui concordo con te in toto. Ho sempre definito Rocco Mangiardi un eroe, un simbolo. Quando glielo dissi mi rispose che lui non voleva essere un simbolo, ma un esempio da seguire. Peppino Impastato dovette addirittura contrapporsi alla propria famiglia. Tutte queste persone sono modelli che, pur di lottare contro ingiustizie, hanno rinunciato a quanto di più prezioso possedevano. Anche nel nostro genere vi sono esempi virtuosi: artisti che non si sono mai venduti o che non hanno mai <<piegato la testa>> dinnanzi a niente, per fortuna».

Il singolo che hai realizzato preannuncia un nuovo album?
«Sarò sincero senza risultare omertoso (ride, ndr): non ne ho idea. Gli ultimi mesi sono stati saturi di impegni tra laboratori, giurie di freestyle, reading e live. Ho realizzato questo pezzo perché avevo delle cose da dire, ed ho ricevuto -di contro- una bella ed inaspettata risposta da parte del pubblico. Per ora ho deciso di prendere una pausa di riflessione, tornare in studio e capire ciò che davvero voglio comunicare. Non ti nego che sia un periodo della mia vita alquanto stressante».

Ti andrebbe di spiegare ai nostri lettori in cosa consistono i We Reading che stai realizzando, e portando, in giro per tutta Italia? Quali sono le prossime date che effettuerai?
«Le date sono in costante aggiornamento. We Reading è una associazione che ha come obiettivo quello di portare artisti sul palco facendo loro leggere opere che rientrino nel proprio gusto personale, non necessariamente legate al genere artistico professato, anzi. Lo scopo è far appassionare quante più persone alla lettura. Nel periodo degli smartphone è importantissimo valorizzare i libri e la cultura. 

Io ho colto l’occasione per realizzare un percorso su “l’Animale dentro” ed i demoni interiori. 

Il mio intento è far capire alle persone che l’Hip Hop Italiano abbonda di persone che hanno scritto cose eccelse dal punto vista stilistico, sopratutto in passato. Poi colgo poi l’occasione per collegarmi ai poeti dell’antimafia. Negli ultimi Reading propongo Animalia, un brano che eseguirò solo in quella sede e che non uscirà altrove se non in un eventuale album. Il pezzo riassume tutto ciò che è stato fatto durante il Reading».

Fino a che punto ritieni che la scena rap attuale sia il riflesso della società consumistica in cui viviamo? Non è la solita domanda da purista, piuttosto una considerazione di natura socio-antropologica. Secondo te non si è verificato un appiattimento culturale nelle nuove generazioni e, di conseguenza, negli ascoltatori?
«Penso che purtroppo stiamo vivendo il riverbero di un cupo ventennio di “berlusconismo”. Molti artisti, che stimavo, hanno iniziato ad introdurre nei propri testi rap elementi quali sesso e soldi perché la classe politica italiana è stata rappresentata da un ricchissimo imprenditore che del sesso e dei soldi ha fatto il suo cavallo di battaglia a dispetto della solidarietà e del progresso della comunità.

Alcuni rapper, pur di ottenere soldi e conseguire facili prestazioni sessuali (ride, ndr) hanno inconsciamente finito per adattarsi e sottostare alle regole di questo gioco. 

La società attuale è ricoperta da odio e disprezzo: l’individualismo, l’egoismo e il mito dei soldi regnano incontrastati. Chi si prodiga per aiutare gli altri viene considerato l’idiota di turno, uno scemo fallito. Al contrario, viene stimato colui che appare stile Uomini e Donne mostrando fiero la propria ignoranza. Io dico sempre che il rap e la trap sono lo specchio della realtà. Elettra Lamborghini è il riflesso della società in cui viviamo: una persona superficiale che piace alla gente perché ha molti like sui social. É in atto quella che io definisco la <<sindrome di Fabrizio Corona>>. Il povero immigrato, o ragazzo, che cresce per strada ed è costretto a delinquere finisce a marcire in carcere mentre una persona pluricondannata per estorsione ed evasione è ospite fisso nei talk-show televisivi.

Il mestiere che i ragazzi di oggi vogliono fare è l’influencer.  Le nuove generazioni, come la tua, dovrebbero essere veramente incazzate con la società. Il guaio è che spesso i giovani sono tediati, sopraffatti dalla noia, pigri. E questa cosa mi spaventa tantissimo. 

Tuttavia il discorso è sempre il solito: ognuno decide che musica fare. L’underground è vivo, molta gente continua a produrre della buona musica e non della musica prodotto».

Abbiamo parlato di informazione: vi sono letture o documenti visivi che vorresti consigliare a chi, purtroppo, non è sufficientemente a conoscenza del fenomeno mafioso il quale opprime quotidianamente il nostro paese?
«C’è una letteratura pazzesca in merito. Personalmente consiglio un libro di Musica contro le mafie che affronta il tema della criminalità servendosi dell’arte. Si intitola Change your step ed é stato pubblicato recentemente. É un’opera nella quale cento artisti hanno utilizzato tre parole per descrivere la lotta alla mafia. E’ un saggio “multimediale” con dei codici: si può usufruire dei video degli artisti che hanno realizzato monologhi o composto un brano. 

Mi sento di consigliarlo ad un ragazzo che non è sufficientemente informato riguardo questa complessa problematica. E’un inizio semplice per approcciarsi all’argomento. Come ti dicevo prima, l’unico modo per combattere la mafia è far conoscere il più possibile alle persone quale sia effettivamente il problema. É fondamentale parlarne. Nondimeno il fenomeno va conosciuto gradualmente evitando il solito approccio noioso e dannoso, di stampo intellettualoide».

Da quest’anno fai parte della giuria del Tecniche Perfette. Dal canto mio, mi reputo un appassionato di freestyle. Sono co-direttore artistico del Carpe Riem ed ho avuto qualche piccola esperienza in qualità di giurato (pochi giorni fa, ad esempio, al Bisboccia Fest). Il freestyle di ieri e quello 2.0 di oggi. Secondo me sono due scuole diametralmente opposte e differenti sotto vari punti di vista. Cosa ti piace di più e cosa noti di diverso?

«Esatto, da quest’anno faccio parte della giuria del Tecniche ed a Settembre si svolgerà la finalissima. Io non vedo tutte queste differenze tra le due scuole. 

Andando a ritroso: i mostri sacri come Danno, Moddi, Neffa e Deda -dai quali ho imparato a fare freestyle- sono ineguagliabili. Per quanto concerne la mia generazione, non ho mai temuto nessun avversario, eccezion fatta per Ensi. Con me, Ensi, Clementino e Jack the Smoker è nata una nuova generazione di freestyler. Da tre o quattro anni a questa parte il freestyle italiano ha raggiunto il culmine del proprio splendore: le teste di serie attuali sono spaventosamente brave ed incredibilmente forti. Possiedono un’ineguagliabile rapidità mentale di strutturazione logica del pensiero.

Cosa prevedo? secondo me ci sarà una riunificazione dei due mondi».

Nerone in un’intervista a noi lo scorso Aprile ha affermato che in passato il freestyle era complementare allo scrivere i testi, mentre oggi si è imposto come disciplina totalmente autonoma ed indipendente..
«Il freestyle aveva bisogno di questo momento di piena autonomia. Le teste di serie attuali stanno stabilendo nuove regole. E’un momento altissimo per la scena freestyle, e io sono fiero di essere stato presente in passato ed aver contribuito, in parte, a creare una situazione simile. 

Ci tengo a precisare che rispetto ai miei tempi ci sono molti più contest. Io, ad esempio, avrò fatto un decimo delle battles alle quali possono aver partecipato Drimer o Blnkay. Ciò è sintomo di una progressiva espansione del freestyle che, insieme alla break, è una delle arti più mainstream dell’Hip Hop».

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