Abbiamo realizzato un’intervista a Gianni Bismark, artista di Roma fuori con il suo primo album ufficiale, Re Senza Corona.

Quando ho ascoltato Gianni Bismark per la prima volta sono rimasto totalmente spiazzato. Tiziano Menghi, questo il suo vero nome, riusciva  a calibrare nella sua musica una serie di elementi che non lo facevano assomigliare a nessuno. Questo nonostante la scuola romana sia ormai più che consolidata, così come il testamento che hanno raccolto le nuove leve, descritto da un’attenzione particolare alla scrittura ed un sound sempre riconoscibile e ispirato.

Ma Gianni riusciva a mescolare con estrema naturalezza un racconto autobiografico di un ragazzo come tanti a sfumature inedite e ricercate su più livelli.  Basta ascoltare la sua musica precedente a Re Senza Corona per capirlo: beat variegati che spaziano dalla trap ad un sound più classico sino ad un mare di citazioni in grado di portarvi tra le strade delle capitale, trasmettendovela senza il bisogno di viverla. Non a caso il suo nome è un tributo a Gianni Guigou, calciatore che ha militato nella Roma nell’anno del suo ultimo scudetto.

Poi è arrivato l’annuncio di Re Senza Corona, con tanto di comunicato che parlava di Nas, Califano e di stornelli romani nel descriverlo. Una scelta di nomi che ha aumentato sensibilmente la curiosità del sottoscritto, e che è stata presto premiata dall’ascolto intero del disco. Re Senza Corona è un ottimo debutto, non perfetto ma sicuramente autentico, che pone delle basi importanti per il futuro dell’artista romano. Non fatevi ingannare dalla presenza di feat che vi faranno storcere il naso, perché se prestate un po’ d’attenzione vedrete bene come tutti si inseriscono bene nel contesto del disco. Tutti i nomi presenti nel disco sono dettati da un legame personale prima che da una logica commerciale e queste scelte si riflettono poi nelle tracce, molto varie tra loro e tutte necessarie per andare a definire il quadro di un ragazzo che è emerso dalle sue insicurezze grazie alla musica e che – dalle cucine di un ristorante romano – è pronto a conquistare Roma e non solo, proprio come il suo idolo Francesco Totti è riuscito a fare nel mondo del calcio.

Lo abbiamo raggiunto telefonicamente per parlare del disco, e dall’altro lato abbiamo trovato un ragazzo umile ma allo stesso tempo ambizioso. Qualità che confermano la spontaneità con la quale Gianni Bismark si è approcciato a questa musica e che siamo sicuri gli daranno tante soddisfazioni. Mettete da parte ogni pregiudizio e date una possibilità concreta a Re Senza Corona, un disco valido sotto diversi aspetti, che non vuole proclamarsi miglior disco dell’anno e non vuole ostentare, ma vuol soltanto presentare al rap italiano un nuovo ed interessante artista.

Ciao Tiziano, complimenti per il primo milione raggiunto su Spotify con Pregiudicati.
«Ciao, ti ringrazio! E’ un bel traguardo, ce l’abbiamo fatta.»

Considerando che Totti è il tuo idolo e questo è il tuo esordio ufficiale, ti senti un po’ come lui quando ha esordito in Serie A? E credi che Re Senza Corona sia un disco da Serie A?
«Guarda, il capitano è sempre stato il mio idolo da quando ero bambino, quindi paragonarmi a lui mi sembra eccessivo. Per me Totti è tutto. Riguardo al disco, invece, speriamo di arrivare in Serie A! Partiamo dal basso per arrivare molto più su. Il pubblico è sballato completamente appena lo ha ascoltato, sono stra contento, mi hanno scritto una cifra di messaggi e devo dire che mi hanno anche emozionato. Da lacrima proprio.»

Perché Re Senza Corona? E cosa pensi arrivi al pubblico con questo disco?
«Il Re solitamente è con la corona ed il più delle volte è un gradino sopra a tutti gli altri, mentre io mi sento alla stessa altezza di tutti quelli che mi circondano, di quelli con cui vivo. Gianni è del popolo, quindi è un Re Senza Corona, perché mi sento di parlare io per loro, sono la voce di tanti altri ragazzi come me. Spero che con questo disco arrivi il messaggio di credere sempre in quello che fai, di fare sempre il tuo e di non stare lì a copiare. Se una tua cosa esce ed è bella è perché è tua, perché l’hai scritta te ed hai deciso te di farla uscire.»

C’è molta Roma nella tua musica. Quanto ti influenza? E pensi che il dialetto possa essere un limite per un pubblico più ampio?
«Penso che se non ci fosse stata Roma non mi sarei chiamato nemmeno Gianni Bismark, sarebbe stato tutto differente. È la mia cifra stilistica, è quello che mi distingue anche nei contenuti. Penso comunque che la città in cui vivi ti stimoli molto, soprattutto a noi che parliamo di quello che viviamo e delle cose nostre. Per quanto riguarda il dialetto c’ho pensato anch’io spesso, ma non è che ora mi metto a cantare di più in italiano. Gianni Bismark secondo me piace anche per questa ragione qui ed inoltre è quello che mi riesce meglio. Una mia canzone senza il dialetto non sarebbe una mia canzone.»

Con N.Brown sei cresciuto non solo a livello musicale ma anche nella vita privata.
«Sì, è un grande fratello Nino Brown. Pensa che Re Senza Corona l’ho riscritto tre volte e la prima volta doveva uscire proprio con lui, poi sono successe diverse cose che mi hanno spinto a riscrivere più volte il disco fino a quando non ho incontrato G.Ferrari, che l’ha prodotto interamente. Con lui già ci conoscevamo da un po’, poi ho sentito alcune sue strumentali e mi ha stimolato molto. Ho fatto della roba che non avevo mai tirato fuori, con tutti questi beat più allegri, più aperti, più suonati. Cose che prima magari non avrei fatto uscire. Abbiamo fatto il disco insieme in studio, così lavoravamo entrambi su i beat anche se li faceva lui ed io stavo lì a scrivere i pezzi.»

Parlavi di beat più allegri, più aperti e nel comunicato si citavano Nas, Califano e stornelli romani. Qual è la direzione che vuoi prendere a livello musicale?
«Guarda, io scrivo molto in base a come mi sento io. Ad esempio, oggi voglio scrivere una canzone trap perché mi va di parlare quella cosa oppure voglio scrivere di una ragazza perché ci sto pensando e quindi mi viene automaticamente di farlo. È tutto naturale, così come il sound che accompagna i testi.»

A proposito di aver riscritto il disco più volte. Anche in Sesto Senso (il suo mixtape, ndr) dicevi che non eri sicuro di far uscire la tua roba ma poi c’hai ripensato. È una cosa che è capitata più volte, come mai?
«Non so, ho avuto tanti dubbi per motivi diversi. Forse sono state alcune zone di Roma dove stavo che mi hanno fatto sentire un po’ più chiuso o ad esempio non avevo tanta voglia di cantare con l’autotune o di utilizzare dei beat trap. Poi ad un certo punto ho capito che le mie robe piacevano ai miei amici e mi sono detto: perché lasciarle lì allora?»

Quando è nato l’interesse di Universal e la firma con la Dark?
«Con la Dark siamo amici da molto tempo, quindi la firma era solo il passo successivo, una formalità. Mentre la firma con la Universal rappresenta un importante passo avanti, anche se è solo l’inizio.»

Molti featuring sembrano essere gente a cui tu sei legato prima che nomi importanti per vendere. Inoltre sei riuscito a far coesistere nello stesso disco la Dark e Nto’: pensi che questa scelta possa cancellare i pregiudizi con i quali molte persone vedranno il tuo lavoro?
«Sì, ci mancherebbe. Per i feat il primo lato che ho visto è stato quello umano, perché erano i miei fratelli, delle belle persone. Mi hanno aiutato un botto a crescere anche a livello artistico, mi hanno supportato sin dall’inizio. Il collettivo 126 ad esempio, lo conosco da una vita, usciamo anche insieme, siamo amici per la pelle già da quando eravamo molto più piccoli. Siamo cresciuti insieme anche artisticamente parlando.

I miei feat sono tutti diversi tra loro, non solo la Dark e Nto’, ma anche la roba con Franco e con gli altri è completamente diversa. Ci sono tante cose diverse nel disco e spero che il pubblico lo ascolti bene per capirlo. Perché quello che dico in Vita Amara non lo dico in Pregiudicati, così come non lo dico in Università. Ci sono tante sfumature. Se ascolti il disco mio partendo da un pregiudizio significa che non c’hai capito nulla.»

Parlando di sfumature, hai dimostrato di saperci fare benissimo sia su beat trap che su sound più classici. A questo si aggiungono dei ritornelli curatissimi.
«Sincero? Mi fa piacere, considera che io ero anche contrario ai ritornelli, non ne avevo mai scritto uno prima di questo disco. Anche in Sesto Senso ce ne stava solo uno, forse due.

Non sono uno che scrive ritornelli quindi tutto parte dal fischio, mi creo una melodia sentendo la strumentale. Fischio per dieci, quindici minuti fino a quando non mi entra in testa il giro giusto e poi lo scrivo. Sembra facile, ma andare poi a scrivere quello che hai soltanto fischiato ed adattarlo a tutto il resto è un’altra cosa.»

Anni 70 e So Finiti I Giochi simboleggiano questa storia. Come a dire, Gianni Bismark non assomiglia a nessuno.
«Te l’ho detto, quando scrivo mi sfogo, parlo sempre e solo di me. Per me Anni 70 è la canzone più bella del disco perché mi descrive bene, così come il mio rap, che è autobiografico al 100%. Ho detto molto di me in Re Senza Corona ma ancora ne ho tante di cose da dire e tanto da scrivere.

Quello che volevo dire a sto giro è tutto qua, questo è Re Senza Corona. Considera che l’ho riscritto più volte e per la versione definitiva ci ho messo un bel po’, praticamente un annetto. In un pezzo ho anche detto che il rap è il mio psicologo perché il più delle cose che riesco a dire grazie al rap allo psicologo neanche gliele andrei a dire.»

Collegandomi a questo discorso. In Università racconti delle difficoltà di adattarti ad un mondo che non ti appartiene. Pensi che la musica possa colmare queste differenze?
«Assolutamente sì. Lo dimostra come in Università ad esempio io sia riuscito a mixare il mio stile con uno totalmente diverso come quello di Franco. Quel pezzo può arrivare a chiunque, anche a gente molto diversa da me. Poi chiudere un pezzo con Franco126 è un onore vero, per me più che un artista è un poeta, uno dei più forti che puoi trovare in giro. Quindi non potevo abbassare l’asticella in sto pezzo, anzi.»

Due curiosità. Tornando al calcio, la tua musica è piena di citazioni alla AS Roma ed al calcio in generale. È ancora così importante?
«Beh non so se segui la Roma, ma per adesso va un po’ male, c’è anche sto presidente qui che è un po’ così..»

Pero in questo momento lotta per il quarto posto.
«Eh sì, ma se sta male uguale. Guarda io non sono uno che si atteggia tranne per due cose: cucinare e giocare a pallone. Sulla cucina c’è anche una rima in Università che lo dice. Ormai so cambiate le cose rispetto a prima, adesso quando mi vedo con le ragazze so sempre io che cucino, gliela faccio la carbonara e chi sennò?» (ride, ndr)

Finiamo con la musica. In una delle tue dirette hai detto di apprezzare parecchio MF DOOM tra gli artisti americani. Mi ha incuriosito questa scelta, finalmente qualche nome diverso dai soliti detti di circostanza.
«MF DOOM è tutto, un po’ come Totti ma nella musica. C’è un suo brano, One Beer, che mi fa andare fuori di testa. MF DOOM è uno di quei motivi per cui mi sono avvicinato a questa musica, che ho scoperto grazie a mio fratello maggiore che mi ha fatto ascoltare un sacco di robe americane. Molta roba classic, come Dj Premier e artisti simili, gente di un certo calibro. Ma i dischi che fa MF DOOM sono superiori a tutto secondo me.»

Per concludere, quali sono i progetti futuri per Re Senza Corona.
«Beh, per adesso abbiamo un giro di instore, che stanno sulla mia pagina social, e poi stiamo lavorando su un tour che senz’altro si farà. È stato un piacere, ci si vede in giro.»

Grazie Gianni e buona fortuna!
«È stato un piacere, ci si vede in giro.»

Re Senza Corona è disponibile ovunque. Date un’occhiata all’intervista e una chance al disco, poi fateci sapere cosa ne pensate.

Foto di Claudia De Nicolo.

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