Quali rapporti ci sono tra queste tre branche artistiche, storicamente importanti per il nostro Paese?

Qualche mese fa, quando non sapevo assolutamente cosa fosse Rapologia, mi sono imbattuto nel loro articolo – il primo della rubrica – riguardante le differenze e le eventuali analogie tra rap, poesia e cantautorato. A tal fine erano stati intervistati alcuni artisti e la loro risposta nella maggior parte dei casi era negativa, scettica e spesso divertita. Mi sono subito reso conto di un fatto lampante: gli stessi artisti non possedevano auto-coscienza delle loro opere.

Per capire ed analizzare questa problematica, bisogna innanzitutto chiedersi: cos’è la poesia? Cos’è l’atto poetico? Esiste un linguaggio poetico? Ogni parola può essere poesia o esistono parole migliori di altre?

Nell’accezione più classica per poesia si intende un componimento in versi, ma è vero anche che il linguaggio si evolve, la poesia si evolve e lo stesso atto poetico è in continuo divenire. Tutto è contenuto in un lasso temporale all’interno di uno spazio, tuttavia sia lo spazio che il tempo non sono elementi statici. Quindi è fondamentale conoscere e approfondire il contesto socio-culturale del Rap e di conseguenza il linguaggio utilizzato in esso.

L’Hip-Hop nasce e si sviluppa nell’Hype-economy: ma cos’è l’Hype?  L’ambiente e la società che ci circondano ci obbligano a cambiamenti repentini; la sovrastimolazione mediatica ci impone un adattamento continuo al cambiamento di significato dei segni; lo strapotere dei media ci orienta fin da bambini a una sterilità intellettuale, da sempre abituati e avviliti al pensiero di una vita di sussistenza, immersi tra la disoccupazione e il degrado culturale.

È questa la società “dell’hype”, in cui, disorientati uomini, donne e bambini perdono ogni legame umano, ogni punto di riferimento: è più semplice avere una conversazione in chat che camminando in strada; il residuo dei valori dell’amicizia e dell’amore si traducono in denaro. Le masse abbindolate dalla televisione e dai reality non pensano più, e in un simile contesto sembra quindi inevitabile la rovina culturale. Ma è in questo contesto che nasce e si sviluppa l’Hip-Hop e di conseguenza il Rap.

Per comprendere le linee di sviluppo dell’Hype-economy, dobbiamo partire “dalla crescente integrazione tra dominio semiotico e dominio economico” (Bifo 1992 : 10), ovvero del potere del significato dei segni e del denaro. L’avvento della radio, della televisione e dei nuovi media ha creato una sorta di realtà parallela, virtuale ed effimera. L’emissione, la ricezione e l’interpretazione di nuovi segni si lega sempre più a un valore di tipo economico.

Tale fenomeno ha un impatto sconvolgente sugli individui e sulle diverse etnie, accomunate linguisticamente e culturalmente. Una produzione sempre maggiore di segni porta al disorientamento, al sovraccarico dei segni che diventano sempre meno decodificabili, dato che il tempo di ricezione si accorcia sempre più. Tutto è ravvicinato e sovrastimolato, portando ad effetti di panico: questo fenomeno prende il nome di effetto Hype. “Hype è il motore concettuale della nostra cultura sovrastimolata.” (Newman 1985 : 14).

Il Rap riprende l’effetto hype e lo riporta nella produzione poetica, scomponendolo e riproponendolo. “La macchina pubblicitaria” ha creato attese di godimento illimitato, la gente credeva che sarebbe stata investita del lusso omologato in dosi omologate, ma non fu così. Nel giro di pochi anni lo shock: mentre una piccola fetta di popolazione si avvicinava sempre di più alla vita degli spot pubblicitari, la stragrande maggioranza viveva in una situazione sempre più di miseria e di fame; non solo nei paesi sottosviluppati ma anche nel potente occidente (pensiamo ai ghetti americani, le banlieues francesi, alle periferie italiane) creando emarginazione e rancore, stritolando i residui di solidarietà sociale.

Il rap è prodotto del’Hype e si ribella ad esso, lo contesta e lo scompone, tramite la poetica dello scratching e il testo. Lo Scratch è un collage sonoro, il testo dev’essere anch’esso pidgin di linguaggi, ovvero attingere da diversi contesti, la regola è quindi divenire, mixare ed evolversi. Come due persone che parlano lingue differenti e devono comunicare: rimescolano il linguaggio e ne creano uno nuovo. Così è nato anche il creolo delle west-indies, lingua utilizzata dal reggae e dall’hip-hop in America e in Inghilterra. L’unico modo per adattarsi al contesto era divenire, evolversi e creare.

A questo punto è inevitabile l’accostamento tra rap italiano e cantautori italiani degli anni ‘60 /’70:  quest’ultimi raccontavano della realtà di tutti i giorni, delle ingiustizie, dei sogni dei giovani , della ribellione, della denuncia sociale… il rap, un certo tipo di rap, che chiameremo “rap cosciente”, è proprio questo; dagli inizi degli anni ‘90 l’Hip-Hop in Italia ha ereditato tutto il bagaglio dei cantautori come De Andrè, Guccini, Dalla, De Gregori e non solo.

Se questo accostamento potrebbe risultare forzato, analizziamo insieme questo testo:

“ … Tornare lì,
come per riposarsi,
e spostare il tempo (retro marcia)
già accaduto
c’era una volta in Tangier
tangerine dream
Morocco nord ‘Afrique made
elmà, l’acqua
due mari
due lingue
‘era una questione di radici’
Una lezione trasversale
Spanish french et arabie
e così se la dimentica
tornando quella fatica della resistenza
che è già valsa
lo spazio
della giovinezza
elementi indesiderati
laggiù nel pozzo profondo
in cui andò
in cui si calò
a profusione
color drugs
forse good vibrations…”

Questi versi appartengono a “C’era una volta in Marocco”, ovvero “Morocco made”, a sua volta tratto dall’opera “Non sempre ricordano” di Patrizia Vicinelli, edita tra il 1977 e il 1985. Quest’ultima era una poetessa d’avanguardia facente parte del gruppo ‘63, utilizzava un linguaggio che è sintomo della lingua che si evolve: prende le sembianze di un pidgin dinamico in cui si accostano ‘parole’ di lingue differenti (italiano, francese, inglese).

Le costruzioni delle frasi rimandano direttamente all’oralità e al parlato, veloci e dinamiche come il pensiero, offrono al lettore o all’ascoltatore (la Vicinelli usava molto leggere in performance le sue opere, per esprimere non solo la parola ma anche il suono) l’essenza del momento descritto. Leggendo questi versi si riesce ad entrare nel paesaggio marocchino: gli odori dell’Africa, le voci di culture diverse che entrano in contatto e il rimando alle sostanze ( “… laggiù nel pozzo profondo/ in cui andò/ in cui si calò/ a profusione/ color drugs/ forse good vibrations”). La poesia della Vicinelli è visionaria e  “forse allude anche al rock d’avanguardia, psichedelico e ‘cosmico’, dei Tangerine Dream” (Bello Minciacchi 2009 : XLVIII).

Qualche appassionato di rap potrebbe subito aver collegato queste dinamiche lirche alla musica del Truceklan ma forse il caso più emblematico è quello di Joe Cassano. Per capire le analogie con il rap italiano di inizio anni Novanta, riporto una parte del testo di “Dio Lodato”, storico brano del rapper bolognese morto a Bologna nel 1999 per arresto cardiaco, all’età di 26 anni.

“Dalle vie di Bo-lo da solo o con la clique
Faccio a singolare Hip un pandemonio a microchip
Jonny Jab sonda l’onda della jam e con i rega fionda rime quinto dan
Alta produzione coi soldi della strada
Dalla PM saga, slega e vada come vada
Gente araba con me qua come Saddam
Salaam Alaykum, Alaykum Salaam”

Il genere è molto diverso ma il linguaggio, riflesso della società multiculturale, come nella Vicinelli è sintomo di un incontro tra diverse culture e linguaggi, proprio di un pidgin. L’arabo s’interseca perfettamente con l’italiano, il dialetto e l’inglese, parole di ambiti differenti vengono in contatto: il risultato è un linguaggio nuovo, dinamico e improvvisato che si presta facilmente al freestyle, quindi all’improvvisazione poetica. A riprova di questa tesi è il fatto che i rap di Joe Cassano sono stati pubblicati in un album postumo alla morte, utilizzando registrazioni di diverse sfide di freestyle a cui Joe Cassano ha partecipato.

Pensiamo poi anche al rap di Dj Gruff, Neffa, Deda, i più irriverenti e creatori del “Bolo-Slang” Camelz Finezza Click, Dj Lugi, o il profondamente tagliente Kaos One.


E il cantautorato cosa c’entra? Anche in tal caso le differenze non sono moltissime: gli argomenti trattati sono sempre reali, crudi, è questa la realtà, non si va certo per il sottile, ed è proprio questa la poetica del rap che entra nelle viscere del “vissuto”, del degrado e della denuncia; da qui la solida   connessione tra contestazione cantautoriale degli anni ‘70 e denuncia rap dagli anni ‘90 in Italia.

Guccini con “L’avvelenata” ed “Eskimo” sdoganava, con la stessa inconsapevolezza dei rapper, in una produzione poetica, termini come “cazzo” o “scopata”. Allo stesso modo dei Rappers, anni più tardi, anche i cantautori italiani hanno usato il linguaggio parlato per descrivere il loro momento storico.

È importante comprendere la valenza del linguaggio, dello slang, per poter accettare una visione del rap in un ambito poetico e cantautoriale, se crediamo che per essere “classificati” poeti o cantautori gli artisti debbano utilizzare lingue arcaiche, definite per convenzione “belle” nel senso di estetiche, siamo completamente fuori strada, la realtà, il vissuto sono quelli di tutti i giorni con il linguaggio parlato, siamo eredi di film come “Amore Tossico”, perché, per creare un Opera, dovremmo attingere da un idioma che talvolta sembra non appartenerci più?

È impossibile non cogliere la cantautorialità di brani come “1500 lire” di Dj Gruff, avanti anni luce rispetto alla produzione “dell’epoca”: rime che s’intrecciano, si perdono, si rincontrano, slegano, rimescolano. Gruffetti gioca con l’Hype, lo scompone e lo riadatta: questo è senz’altro opera poetica contemporanea ed il valore letterario è immenso.

Un’altra interessante analogia tra le produzioni della Vicinelli e quelle del “rap cosciente” si riscontra nel romanzo “Messmer” in cui, proprio come in un testo Hip-Hop, “Il ritmo è rapido ma non affannato, le scene essenziali” (Bello Minciacchi 2009 : LIII), la presa sulla realtà è diretta ed è data da uno sviluppo del monologo interiore che viene a volte esibito e a volte nascosto, rendendo gli episodi narrati tangibili, il lettore s’immedesima con le situazioni, le difficoltà, le frustrazioni e le felicità della protagonista.

Ad esempio, prima del finale, la storia si conclude con la domanda, posta quasi come una sfida: “Pensi davvero di poter modificare la tua vita?”  e la risposta nel finale: ”sempre bocche che hanno fame, sempre un ‘Atmosfera da corridoio, che ci sarà dopo non si sa, sperare e tenere la bocca chiusa, si dice stringere i denti”. La sentenza è drastica, è cruda: siamo incatenati e imprigionati dalle nostre dipendenze, possiamo evadere col pensiero ma la nostra natura, alienata dalla “società hype”, rimarrà ancorata alla nostra essenza.

Lo stesso atteggiamento lo si denota in Cinque minuti di paura” di Lou-X che, oltre ad avere la stessa tematica narrata nel romanzo “Messmer” (il rap racconta la storia di un ragazzo di paese che si fa strada nella malavita per soddisfare la sua dipendenza dall’eroina e la sua “voglia di evadere”), utilizza un linguaggio che attinge direttamente dall’oralità e dal parlato, usando il dialetto e le sue costruzioni sintattiche.

 “Aveva fame e freddo dentro agli occhi … aveva l’odio per i ricchi e per le macchine dei poliziotti, entrò nel giro da frichino con un paesano”
“Non passava giorno senza svolta in mano, era un mio fratello, ma nemmeno mò io mi fidavo … c’era molta folla nella via, quando lasciò la sua casa accompagnato dalla polizia” 

Il ritmo è serrato, impulsivo, conforme al rap con basi “old school” e alle pratiche d’improvvisazione poetica, sintetiche ed aggressive. La rabbia verso una società dove si perdono i punti di riferimento, una società che ha visto moltissimi giovani protagonisti, compreso lo stesso Lou-X.

Nel succitato romanzo “Messmer” possiamo invece leggere:

“Salgo e sono in prima e ho i soldi nelle calze e nelle mutande la roba e in tasca la spada, e vi sfido a trovarmi, a trovarmi qualcosa di tutto questo, bastardi”

Nel discorso che ho sviluppato, vi sono tuttavia solo alcuni esempi di cos’è la poetica del rap e di come può essere letta in chiave cantautorale, nonché poetica. In realtà i punti da me sviluppati sono solamente la punta dell’iceberg di un discorso che meriterebbe molto più spazio e tempo, motivo per il quale torneremo a parlare sicuramente di questi temi in futuro.

A parte questo, è abbastanza evidente come, continuando a ricercare gli aspetti scatenanti della produzione poetica del rap come il riassemblamento dell’Hype o la denuncia sociale, ognuno di noi possa continuare a ricercare da solo “la poesia nel rap”, anche senza attingere necessariamente alla vecchia scuola.

Concludendo, infatti, è importante ricordare come il rap in Italia sia iniziato con il fenomeno delle Posse e con il riadattamento delle forme del rap americano, ma ad un tratto della sua storia ha cominciato a scrivere un percorso indipendente. Ad oggi è possibile ritenerlo il principale erede del cantautorato italiano, considerando elementi come il linguaggio – strettamente connesso al vissuto giornaliero – i temi trattati e come vengono affrontati ma non solo. Il futuro cambierà le carte in tavola? Staremo a vedere.

Fonti e bibliografia


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Grafica di Matteo Da Fermo

 

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