Analisi della penultima traccia di “Santeria”, l’album culto di Marracash e Guè Pequeno.

Quelle di Fabio Rizzo e Cosimo Fini sono da sempre considerate come tra le penne più raffinate del rap italiano. La scrittura tagliente, incisiva, spesso provocatoria ha fatto sì che la maggior parte dei testi da loro realizzati contengano uno spessore artistico e di contenuto mai banale, molto ricercato, ma soprattutto unico. Unico perché entrambe le menti si sposano perfettamente con l’immaginario che l’Hip Hop è solito rievocare, tra sogni allucinanti, ambizioni viscerali ed amori difficili, ossessionati dalla necessità straripante di imporsi, percorrendo al buio questa selva oscura lastricata di rovi che è il nostro Bel Paese.

Nonostante lo strettissimo rapporto, sia a livello umano che a livello artistico, le loro collaborazioni si sono sempre limitate a svariati featuring sino al rilascio di “Santeria” la scorsa estate. Il disco è la loro prima collaborazione ufficiale, un progetto ambizioso che è riuscito a raggiungere l’obiettivo di imporsi come status in un panorama musicale complesso come quello italiano. Parafrasando Marracash, a solo un anno di distanza dal rilascio dell’album, Santeria simboleggia oggi il vademecum per molti rapper italiani. Il disco ha infatti avuto, come era ovvio che accadesse, un’ampia risonanza mediatica e artistica tra i colleghi i quali hanno espresso il loro consenso , chi più chi meno, sull’importanza che questo progetto ha avuto, alzando nuovamente l’asticella in questa fase di massima competizione, non solo artistica ma anche di immagine, dove ognuno fa a gara per riuscire a vendere meglio sé stesso e la propria musica.

Il testo che abbiamo deciso di sviscerare è “Film Senza Volume”, una perla lirica in un mare di esercizi di stile, che comunque non hanno mancato di coinvolgere sia gli ascoltatori più esigenti che quelli occasionali. Il brano è prodotto da Zef, artefice tra le altre della loro hit senza tempo, “Brivido“. Questo è’ il tassello conclusivo di un disco che ci porta all’ interno di un mondo che i due hanno costruito minuziosamente nella loro trasferta d’ispirazione in Brasile. Dentro ci troviamo tanto materiale da poter soddisfare, seppur in minima parte, i palati più fini oltre che la vostra curiosità nei confronti della loro poetica e della loro tecnica di scrittura. A voi l’analisi.

 “Vivo mai, morto mai, pace mai, sogno mai, sonno mai, cuore mai.. Guardo un film senza volume. Frigo vuoto, quattro Lucky Strike… Non so più se è notte o giorno ormai.. Mentre piano volo via da me… Guardo un film senza volume”

I due artisti creano sin dalla prima nota della strumentale uno stato d’animo appannato ed ingrigito, figlio di un momento negativo che li costringe a vagare senza meta dentro la loro casa e dentro sé stessi. La voce pitchata rende l’atmosfera ancora più surreale, esasperata da questa impossibilità di porle fine. Proprio come se fossimo al cinema, Marracash e Guè Pequeno ci presentano quello che sarà una vera e propria pellicola in versi.

“Sta passando un film d’orrore in tv mentre fra ne giro uno dal vivo,
con la morte che è così vicina che potrei stamparle un bacio in viso,
la mia psico mi ha prescritto il litio perché dice che ho un disturbo bipo
Ho la Paola che mi salva come Tropic Thunder quando lancia il TiVo”

Marracash esordisce incatenando una metrica secondo lo schema ABBA di un intensità spaventosa, regalando sin da subito all’ascoltatore parte delle sue paure e dei suoi demoni descrivendo in versi quanto è difficile fare in conti con sé stessi una volta soli. Interessante l’ultimo verso dove utilizza una similitudine paragonando la sua manager Paola Zukar, nota per aver contribuito alla sua affermazione di artista, ad una scena del film Tropic Thunder, dove Matthew McConaughey, che interpreta il manager (!) del protagonista Ben Stiller, salva il suo assistito ed il resto del gruppo deviando proprio col TiVo, una valigetta dal contenuto misterioso, un missile diretto proprio verso di loro.

“Soldi come un’armatura, però distaccano, fanno di me carne dentro un barattolo
Tappato in casa all’ergastolo, non c’è nessuno al mio angolo
Senso di colpa nel silenzio, tomba, fra non essere cattivo
Snaturato figlio, pessimo marito, ho mancanze come amico”

Continua l’introverso flusso di pensieri di  Marracash che utilizza delle vere e proprie rime emozionali utilizzando molte assonanze e rime interne che ben si sposano con l’inquietudine descritta.  Questa volta sdogana un altro tema fondamentale e spesso distorto dai media e dal pubblico. I soldi. Desiderarli per poi ottenerli è un percorso che spesso e volentieri parte in salita con molte perplessità sulla discesa. Riuscire ad ottenere qualcosa per poi desiderare di perderla è peggio di non averla mai ottenuta. Lo sa bene Marra che si trova a fare i conti, nonostante un conto in banca florido, con una solitudine che il denaro non può colmare. Nei versi viene citato anche il film cult Non Essere Cattivo, che affronta i temi del disagio, del rimorso e del senso di colpa. Riflessioni che in seguito prendono corpo mettendo in discussione la sua natura di figlio, amico e, potenzialmente, marito.

“C’è n’è voluto di amore per odiarti come ora ti odio
Parlo da solo, Platone, della mia natura umana, Simposio
Ombre dentro la mia stanza, la macabra danza
Un’amaca il mio umore mi manca
Qualcuno a cui importi davvero di me
Perché a me non importa abbastanza”

Marracash compie un climax espressivo vertiginoso che conclude la strofa. Nella prima quartina lo schema metrico utilizzato è un ABAB, che bacia per assonanza, dove crea un ossimoro concettuale dalla potenza espressiva infinita per descrivere i sentimenti contrastanti che albergano dentro di lui. Il filosofo Platone ed una tra le sue opere più note, il Simposio, sono giustamente citate poiché tra i punti di riferimento culturali di ogni epoca per ciò che riguarda la scoperta dell’io e  delle sue molteplici sfumature. Nell’ultima quartina sottolineiamo invece il sapiente e brillante uso di una rima interna nel primo verso che apre ad uno schema complesso di ABBA che sviluppa e manipola a suo piacimento nel frangente dei due versi centrali. Sono confessioni di una sincerità e di una profondità disarmante.

“Nell’ora più scura, quella prima dell’alba
Quella dei sogni peggiori, il vento che soffia là fuori
Sembra un lamento, il letto mi inghiotte da dentro
Ma non c’è Kruger, piove
Fumo una canna, di una Ruger 9″

Così come accaduto per Marracash nella precedente strofa anche qui troviamo una sintesi lirica di presentazione ambientale ed interiore dell’artista che si affida a schemi metrici non complessi ma che rievocano in modo cristallino le percezioni dello scrittore. Frequenti le rime interne che danno enfasi alla narrazione così come sono molto caratteristiche le citazioni cui è solito affidarsi in modo appropriato. Questa volta viene citato Freddie Kruger, l’indimenticabile protagonista di Nightmare, saga cinematografica cult, nel quale il personaggio in questione albergava nell’inconscio e nei sogni delle persone al fine di rendere la loro vita un incubo e di conseguenza impossibilitati nel fare sonni tranquilli. Situazione in cui Guè si immedesima, dando una doppia sfumatura di significato alla canna che è intesa sia in senso letterale, sia riferita ad una pistola.

“I pensieri lanciati, schizzati
Come delle auto di Formula 1
Non so chi pregare, come nello spazio
Se urlo non sente nessuno”

Guè Pequeno qui usa una similitudine per paragonare i suoi pensieri che si susseguono veloci come le auto di Formula 1, che sfrecciano pericolose a velocità estreme. Anche qui rima alternato per assonanza non trovando risposta alle sue preghiere, come se fosse rimasto solo al mondo, come se si trovasse nello spazio infinito, vuoto e silente.

“Triste monologo, il microfono è il mio psicologo
Diazerpina ed Ipnotico, confondo il colore dei soldi, daltonico
E queste sirene con la coda a scaglie mi danno da bere
stendono raglie, mettono taglie sulla mia testa
La notte non dormo, mi han detto che sonno è cugino di morte”

La metrica utilizzata da Guè continua ad essere ordinata e cerebrale ma non possiamo dire lo stesso per l’intensità espressiva, semplicemente da lodare. In questa quartina, con molte rime interne, per assonanza crea il suo cinema tramite rime cui spesso ci ha abituati. Diviene consapevole dello sterile e triste monologo creato in precedenza e decide quindi di dare un’accelerata alle sue sensazioni ed alle sue emozioni, percezioni proprie di chi ha appena assunto uno psicofarmaco o comunque è sotto effetto. E via di riflessioni sulle tentazioni e i demoni coi quali convive, che prendono vita nelle paure, nelle droghe, nella mancanza di fiducia. Alchimia negativa che inevitabilmente sfocia nell’insonnia parafrasando il celebre verso di cui Nas si fa profeta in N.Y State Of Mind: “I never sleep, ‘cause sleep is the cousin of death”.

 “Le corde vocali non vibrano, ora sono afono
Ti chiedo aiuto
Non faccio più cinema ma faccio cinema muto”

Ultimi versi che sanno di lettera d’addio, di monologo conclusivo, di epilogo che non lascia alcun dubbio. L’immaginario di versi, di emozioni, di sensazioni contrastanti proprio dell’espressività cinematografica fatta di suoni e colori lascia il posto al grigio intorpidimento del cinema muto, metafora dell’assenza ma che, a suo modo, continua a rimanere mezzo d’espressione del sentimento umano.

Come ben vedete, dietro ad un prodotto destinato alla vendita ed al giudizio, critico o meno, della gente e degli addetti al settore, ci sta dietro un complesso ed analitico lavoro di scrittura e di costruzione del testo. Nonostante non sia certamente il brano migliore né di uno né dell’altro artista questo rappresenta alla perfezione il perché Marracash e Guè Pequeno siano molto spesso i rapper preferiti dei vostri rapper preferiti. Il tempo darà le risposte che tutti aspettiamo, in base a meriti e doti, per adesso però gustiamoci queste perle partorite dalla mente di due artisti che in ogni caso rimarranno impressi nella storia del rap game italiano.

Commenti