Il suono mutevole delle Cinque Terre – Intervista ai SomaRionda

SomaRionda

I Somarionda sono una delle scoperte più piacevoli fatte di recente. Un duo formato dal rapper Othavio e dal Dj e Beatmaker Bud Lee. Fanno musica molto particolare, con una forte valenza narrativa, che parte dall’Hip Hop per arrivare su territori più mutevoli – per farvi capire BudLee suona anche il flauto dolce! – sempre però rimanendo ancorati ai cardini della Black Music.

Nel giro di un anno hanno fatto uscire tre lavori di assoluto livello: nümei, di Othavio, una sorta di audiolibro illustrato tutto rappato in dialetto ligure; GEODE, un 7” strumentale di Bud Lee, che suona come Flying Lotus in vacanza alle Cinque Terre; e Padri, il loro primo album ufficiale a nome SomaRionda, un disco originale ed dilatato, il perfetto compimento di un’attività che dura da tanti anni, su vari fronti. Li abbiamo contattati per farci raccontare qualcosa in più sul loro lavoro.

La nostra intervista allo storico collettivo underground ligure SomaRionda

Presentatevi un po’, qual è il vostro background?
Bud Lee:«Il mio alter-ego musicale nasce ufficialmente all’interno del centro sociale RDA May Day di La Spezia, dove sono cresciuto come Dj e come persona. Da ragazzo ho suonato il piano; ma il tutto è scattato per davvero quando, durante i primi anni Duemila, mio padre mi ha lasciato il suo giradischi, con una cassa di vinili con dentro tutto quello che ascoltava da ragazzo. Weather Report, Quincy Jones, Earth Wind & Fire, Nina Simone. Ma anche tanto Rock di qualità, come Colosseum, Arzachel.

Poi sono arrivati l’Hip Hop e la Breakdance, per le strade di La Spezia. E folgorante è stato anche vedere un root down con i losangelini che sfidavano la scuola di New York a schiaffi di beat, tagliati in modo improbabile e sconnesso, aggiungendo padelle di synth imbarazzanti. SomaRionda nasce da tutto questo».

Othavio: «Io sono nato nel 1977. Da bambino stavo in fissa con Jovanotti, quando faceva Gimme Five. Nel disco For President c’era un brano con praticamente un elenco dei maggiori rappers americani del periodo e così scoprii i Run DMC, LL Cool J e i Beastie Boys. Poi mi stufai.

Mi tornò la scimmia dopo aver sentito Zach de la Rocha nel primo dei Rage Against The Machine. Poi sono arrivate le Posse, Frankie Hi-Nrg. La vera botta però fu La Rapadopa. Il resto è mitologia… SxM, il Colle. Ma anche Cypress Hill, BDP, la Def Squad, i Company Flow, il momento Rawkus fu incredibile, lo stesso quello della Def Jux di El-P».

SomaRionda

Com’è l’attività in studio dei SomaRionda, partite prima dai testi o dalle musiche?
B: «Non credo ci sia un metodo preciso, se non la via più salubre per quagliare. Io produco bozze di strumentali in quantità imbarazzante, che sedimentano negli anfratti dei giga del computer, e lì stanno per anni fino a quando non le butto. Quindi una volta varata una bozza, ed accettata da Othavio, finisce che aspetto del tempo per confezionarla, e per darle la possibilità di colpirmi, riascoltandola.

Ci deve essere della pressione sonora. Se questo succede possiamo cominciare a misurare le battute, a creare intorno o a svuotare, a degenerare sui termini fino a sublimare su qualcosa che è assolutamente lontano da quello che era all’inizio.

Nel frattempo si parla, o magari Othavio porta i suoi quaderni di rap e mi fa sentire, così si chiarisce le idee. Però è successo anche che le suggestioni di chi scrive dettassero un via di condotta per chi suona. Ultimamente abbiamo provato a creare sul momento per scrollarci un po’ di ruggine di dosso, e per assaporare di nuovo il friccicore del cotto e mangiato. E due volte su tre è stato molto interessante.»

Padri mi sembra un lavoro molto ragionato, è così? Quali sono i concetti cardine del disco?
B: «Più che ragionato, in realtà è stato un calderone catartico. Inteso come la necessità di liberarsi dal modus operandi classico della musica Hip Hop, dal solito Boom Bap e soprattutto dal celhodurismo imperante. Questo è un po’ il senso del progetto SomaRionda.

Sia io che Othavio abbiamo trascorso dei momenti veramente forti durante la stesura del progetto, emozioni che la musica credo abbia assorbito. Ecco, personalmente ritengo che sia un disco molto intenso, e credo sia così anche per il mio compare».

Nei testi c’è una forte componente narrativa e di critica sociale, come mai questa scelta?
O: «Quando più o meno ho iniziato, verso la fine dei ’90, nel Rap italiano c’era un’overdose di auto-celebrazione e troppa di poetica antiscarso: non se ne poteva più. Sembrava fosse una musica che non sapesse parlare altro che di se stessa. E infatti è implosa.

Il secolo nuovo, a livello sociale, si è aperto in maniera a dir poco cruenta, e se avevi un minimo di cervello e un paio di occhi – caratteristiche che a uno che scrive non fanno mai male – non potevi che rimanerne colpito. O almeno per me è andata così.

Ho preso quella linea per necessità, mi dovevo sfogare. E niente, mi è rimasta. SomaRionda è anche questo. Insisto a picchiare su quei tasti perché mi sembra che la situazione non sia migliorata, anzi: continua ad esserci un sacco di materiale su cui ritengo necessario dover scrivere.

Oggi sono un fante di mezza età e provo a portare un po’ della mia conoscenza ai più giovani. Tempo fa si diceva che la quinta disciplina dell’Hip Hop fosse appunto la diffusione del sapere: io cerco di basarmi su quello. Ho tenuto e tengo laboratori di Rap con pre-adolescenti (props a radiorogna.it!), ragazzi migranti e carcerati».

Ti va di dirci qualcosa in più sulla tua attività coi ragazzi in carcere?
O: «Io cerco di non fare il bacchettone: non voglio imporre un punto di vista, provo a dare supporto, a far passare ai ragazzi un paio d’ore assieme alla musica, e in un posto di merda come il carcere è già qualcosa. È il mio modo di vedere l’Hip Hop – diciamo così – pratico. La terza parte di The Manifesto di Talib Kweli per me è sacra. Consiglio a tutti di andare a risentirla!

In galera ci sono diversi ragazzi intorno ai vent’anni col mito del cashmoney, gang gang, bang bang, la Lambo e l’orologio. A riprova che mentre certi fenomeni sfoggiano queste tematiche di cartone, con le scenografie e le fighe di gomma, altri ci vanno sotto per davvero.

In ogni caso rimango sempre impressionato se penso all’immaginario che questa musica trasmette oggi a livello Mainstream: mi fa specie pensare che questa roba sia nata in mezzo alle macerie, dai cosiddetti migranti o dai loro figli, gente che si dovette inventare o reinventare tutto, in mezzo al niente, per darsi un senso.

Ora è popolare questo gangsta de’ noantri. Un gioco che pare gestito per la maggior parte da certi miei coetanei, gente che una volta era tutta d’un pezzo e ora ha il rigetto per ciò che è stato, in virtù di un’etica soltanto mercantile».

Passiamo alle musiche: quali strumenti utilizzi e cosa cerchi di ottenere nella composizione?
B: «Sia coi SomaRionda che come solista utilizzo tutto quello che ho, infatti passo troppo tempo a cercare suoni o sfrattarli dalle loro origini, per ghettizzarli dentro macchine che li distruggono. Quasi sempre chiudere un pezzo vuol dire fare lunghi percorsi tra strumenti analogici, DAW e strumenti VST. O tra percussioni raccolte tra i viaggi per il mondo, e filtri malati che né lacerano il senso e producono nuovi suoni.

Partire dai samples è una delle vie che preferisco: ma prerogativa delle mie produzioni è ritagliare in modo così minuto e/o ricostruire il tutto in maniera complessa, così da stravolgere il campione e non farlo riconoscere.

Amo quando nelle macchine che uso riesco a intravedere delle modalità non canoniche per la produzione dei suoni. Però per il resto non sono un tecnico e ho sempre qualche difficoltà, come per altro non sono un musicista e ho sempre qualche difficoltà a far tornare sullo stesso spartito toni fondamentali, glitch, frequenze di risonanza, campioni, melodie , arrangiamenti e tappeti ritmici».

Tra la radio e l’attività come Dj, che ruolo ha la musica nella vostra vita? Quali sono le vostre più grandi influenze?
B: «Ascolto tonnellate di musica. A volte riesco ad ascoltare brani che mi fanno piangere. Mentre corro invece metto musica lenta, e mi sembra di decollare sui chilometri. Quando mi alleno invece la Collina dei Cipressi tiene il ritmo degli schiaffi sui piedi sotto il sacco. Cose matte. Astrali o maledettamente etniche.

Ascolto di tutto e non riesco a fermare i nomi, se non pochissime volte. Per fortuna compro musica su vinile e le copertine colmano la mia anomia. La cosa che più mi manca è la musica dal vivo: perché le chiese sì e la musica dal vivo no? La mia più grossa influenza musicale comunque rimane il Funk».

O: «Anch’io da vari anni frugo un po’ nel Funk. Il Rap ultimamente mi attira poco. Pensavo giusto alle ultime cose di Aesop Rock, a RA the Rugged Man e ovviamente ai Run The Jewels. Ho avuto anche dei periodi “francesi” dove frugavo tra Hippocampe Fou, Gael Faye, Keny Arkana e Dooz Kawa. Noir Desir di Youssoupha secondo me è un disco stupendo.

Attualmente sto ascoltando anche parecchia Trap italiana, in maniera una e getta, perché lavoro con i giovanissimi e devo tenermi informato. E comunque in mezzo ai trapper ci sono dei veri fenomeni, mostri di tecnica che fanno cose assurde».

Progetti per il futuro?
B: «Come SomaRionda siamo impegnati in un progetto di Remix di alcuni brani, uno svarione sfaccettato che tocca sia musici, che anche un’artista visuale della nostra città, di nome Alessandro Ratti.

Il tutto è impacchettato in una sorta di promozione stampata che ha come prerogativa quella di riprendersi lo spazio dei flyer sulle bacheche e nelle strade, nelle lavanderie a gettone e tra gli spazi urbani. Le preview che abbiamo sentito dai produttori chiamati in causa sono strepitose. È roba di altissimo livello, e anche l’artwork non sarà da meno».

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