Abbiamo provato a riflettere sui motivi per cui i rapper italiani dovrebbero o meno riportare l’impegno politico e sociale all’interno dei propri testi.

Da qualche tempo a questa parte, una delle (tante) accuse mosse al rap italiano riguarda la progressiva perdita di contenuti, una discesa inesorabile nel nome dell’egotrip, dell’autocelebrazione e del materialismo sfrenato. A rafforzare questa credenza nell’immaginario comune, ha contribuito anche l’idea che certi media italiani restituiscono del rap (ve ne avevamo parlato qui), tanto che una delle frasi più frequenti che si sente pronunciare è che “il rap parla solo di tre cose: sesso, soldi e droga”. La santissima trinità, o – per dirla con il titolo di un disco uscito recentemente – Padre, Figlio e Spirito.

Quasi sempre però, a fare queste illazioni è chi si ferma alla superficie del rap, al cosiddetto mainstream, senza andare poi effettivamente a scavare nella scena underground italiana, in cui le tematiche sono decisamente ben più consistenti di quelle proposte da FSK et similia (e lo dico senza alcuna intenzione di demonizzare chi decide di intraprendere questo percorso artistico, la bellezza di questo genere risiede anche nella sua immensa varietà), non avendo dunque un quadro generale del panorama. Una scena in cui – tra i temi cardine – ci sono la politica e l’impegno sociale, e che però, alla fine dei conti, fatica ad emergere e ad uscire da un contesto che rimane circoscritto ad un numero di ascoltatori – se messo a confronto coi numeri da capogiro che giorno dopo giorno macina il rap italiano – relativamente esiguo.

Alla luce di ciò dunque, i rapper che godono di un’alta esposizione mediatica dovrebbero tornare a parlare di più di politica? E per quali motivi dovrebbero o meno farlo? Abbiamo provato a dare una duplice risposta.

Sì, il rap italiano dovrebbe tornare a parlare di più di politica perché:

Per il motivo più ovvio: in Italia più che altrove, il rap nasce con un’identità politica ben precisa. Affonda infatti le proprie radici all’interno dei centri sociali (tra le roccaforti emblematiche il Leoncavallo a Milano, il Forte Prenestino a Roma e l’Isola nel Kantiere a Bologna) e dunque in un contesto di fervido attivismo e antagonismo. Lo spiega molto bene Numero zero – Alle origini del rap italiano, il documentario uscito nel 2015 diretto da Enrico Bisi e una vera e propria miniera d’oro (di cui vi consigliamo vivamente la visione) per ripercorrere quella che è stata definita la golden age dell’hip hop nel nostro Paese, grazie soprattutto alle preziose testimonianze di coloro che l’hanno vissuta in prima persona.

Tra questi anche Militant A, che riveste sicuramente un ruolo cardine per il connubio tra rap e politica nell’era delle posse, prima con gli Onda Rossa Posse e poi con gli Assalti Frontali: era il 1990 infatti quando gli Onda Rossa Posse pubblicavano Batti il tuo tempo, il primo vinile del rap italiano e l’inno delle proteste giovanili che in quegli anni infuriavano nelle aule e nei corridoi della Sapienza, come lui stesso racconta nel suo libro Batti il tuo tempo – Da Onda Rossa Posse ad Assalti Frontali, trent’anni di poesia della strada:

“Affermavamo nuove forme di vita e di lotta. Il mondo se ne accorse il giorno del corteo circense dentro La Sapienza, io aspettavo il fiume di persone in cima alla scalinata di Geologia, la mia banda aveva preparato tutto, le casse, l’amplificazione, i fumogeni, partì la base e il rap invase l’aria.
Batti il tuo tempo. Batti il tuo tempo per fottere il potere.
Migliaia di persone rimasero a bocca aperta, elettrizzate. Che gioia lottare! E cantare!
Tutti i movimenti avevano avuto la loro musica, a noi piacevano De Gregori e i King Crimson, ma avevamo bisogno di un altro ritmo. Il rap ci rappresentava.
C’erano duemila persone sulla scalinata di Geologia e non vedevano l’ora di risentirla e la cantammo a Piazza del Popolo assaltando letteralmente il palco della manifestazione nazionale e annunciando con quella canzone che si poteva fare politica in un altro modo.”

Ed effettivamente, nulla meglio del rap – con il suo linguaggio sfrontato, irriverente, diretto e libero da qualsiasi condizionamento che potesse imbrigliarlo – avrebbe potuto ergersi a cassa di risonanza del malcontento, della ribellione e degli ideali di una generazione.

Col tempo questa connotazione è però andata via via a perdersi (complice anche il progressivo sopirsi del fuoco della rivoluzione) sopravvivendo saldamente solo – come si diceva poc’anzi – in un contesto undeground che solo in rari casi riesce a guadagnarsi un posto nelle classifiche (tra questi spicca Willie Peyote, che da anni porta avanti un’idea di rap se non militante quantomeno impegnato, e che allo stesso tempo colleziona un sold out dopo l’altro nei maggiori club italiani). Pochi sono infatti i rapper che oggi pongono al centro della propria musica l’impegno sociale (tra i più attivi ci sono indubbiamente Kento, Principe, Lucci, Drimer, solo per citarne alcuni) e ancora meno sono quelli che lo fanno ad un livello mainstream, (come ad esempio Fabri Fibra – da sempre caustico nei confronti della politica –, e più recentemente Salmo Marracash, entrambi schieratisi contro Matteo Salvini e la Lega nei loro ultimi album, così come ha fatto Gemitaiz, che proprio negli ultimi giorni è stato protagonista di una diatriba social con l’ex ministro dell’interno dopo una sua dichiarazione che non possiamo non condividere):

“se ho fan razzisti, significa che non stanno bene, che non hanno capito niente della mia musica. non puoi essere fan mio e di salvini”

Un caso particolare è sicuramente Massimo Pericolo: pur nel suo ateismo politico, nel video di 7 Miliardi il rapper di Brebbia ha compiuto uno dei gesti più politici degli ultimi anni, ossia bruciare la tessera elettorale (la sua, quella vera). Nulla più di quell’immagine ha raccontato il disillusione di una generazione e la rabbiosa apatia nei confronti delle istituzioni sempre più assenti in determinati contesti di disagio, ricordandoci che fare politica non vuol dire solo prendere una posizione da una parte o dall’altra, ma significa esprimere se stessi e rivendicare legittimamente di non sentirsi rappresentato da essa.

Considerando però la situazione politica in cui versa l’Italia – con una progressiva e sostenuta ascesa delle destre anche più radicali e il drammatico aumento di episodi a sfondo razziale (come il brutale omicidio di Willy Monteiro) – siamo sicuri che queste sparute prese di posizione possano bastare a scuotere le coscienze degli ascoltatori? Probabilmente no, e forse è arrivato il momento che anche il rap italiano che domina le classifiche di vendita recuperi le sue radici e la sua storia, riportando in auge i propri tratti militanti e riappropriandosi del proprio status di genere di protesta, così da non doverci chiedere, quando ci guarderemo indietro, “Rispetto a questo momento storico, la musica cosa ha prodotto? Cosa sta dicendo il rap ai ragazzi?” (Militant A).

No, il rap italiano non dovrebbe parlare di più di politica perché:

Perché talvolta l’arte non deve solo far riflettere, ma deve anche intrattenere in quanto evasione dalla realtà. Perché è meglio non parlarne piuttosto che parlarne in modo controproducente. Perché il rap è lo specchio della società, e se i giovani non meritano le attenzioni della politica, è giusto che la politica non meriti l’interesse dei giovani.

Estremamente significativa in quest’ultimo senso è – di nuovo – una delle barre di Massimo Pericolo sempre contenuta in 7 miliardi, “Non voto che tanto non serve”: nonostante – come detto poc’anzi – quella barra rimanga tra le cose più politiche viste nel rap italiano negli ultimi anni, Massimo Pericolo ci ha schiaffato in faccia con grandissima potenza il nichilismo, la rabbia, la perdita di fiducia che è ora più viva che mai dal momento che i giovani vengono lasciati indietro in ogni campo, dalla scuola al mondo del lavoro. Perché quindi un ragazzino che viene dalla strada dovrebbe preoccuparsi di parlare di chi si è dimenticato di lui e dovrebbe dare rilievo ad un qualcosa da cui non si sente rappresentato?

Del resto, ce lo insegna anche la letteratura del Novecento; alla decadenza morale del mondo consegue quasi sempre un abbassamento culturale: se la società non ha più nulla da dare e da dire, allora ai poeti non resta altro che abbassare i propri toni, fino a diventare muti.

Sia chiaro: il rap non è diventato muto, anzi, ma non si può non riconoscere che in molti casi ciò a cui si assiste è un appiattimento di contenuti e una sorta di apatia nei confronti di un reale impegno sociale.

L’arte poi si trascina sempre dietro i valori del proprio tempo, ed è innegabile che i valori di oggi non siano gli stessi dell’epoca delle posse, siano essi condivisibili o meno. Dunque – seppur in maniera diametralmente opposta a quella degli anni ‘90 –, ignorando ciò da cui viene ignorato, anche in questo caso il rap rivendica il proprio ruolo di genere di protesta. Silenziosa, sì, ma pure sempre protesta.

L’argomento è sicuramente complesso e quelli qui proposti sono solo due tra i motivi per cui l’impegno politico dovrebbe o meno tornare centrale nel rap: da un lato il recupero del passato e delle origini, dall’altro la disillusione per il presente.

Secondo voi il rap italiano dovrebbe occuparsi maggiormente di politica? Fatecelo sapere nei commenti qui sotto!

Grafica di Cristian Formica.

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