Essere in the zone nel freestyle: cosa significa e quando può succedere.

Nello sport esiste una frase usata per descrivere una situazione molto particolare che raramente si presenta durante una partita: be in the zone. Letteralmente “essere nella zona”, la si trova soprattutto negli sport di gruppo in determinati momenti che possono essere costituiti da pochi attimi o da alcuni minuti.

Wordreference traduce la frase con “essere nel pieno della concentrazione”, mentre il Cambridge Dictionary definisce l’espressione così: “Se sei in the zone, sei felice o eccitato perché stai facendo qualcosa molto abilmente e facilmente”. Sport Psychology sostiene invece: “Quando sei testimone di un giocatore che si trova in the zone, non può sbagliare. Segnano ogni tiro, difendono alla perfezione e sembrano farlo con pochissimo sforzo. È il vero risultato di durezza mentale e preparazione fisica”.

Si tratta insomma di un periodo di strapotenza, in cui si è letteralmente in un altro mondo, isolati dal resto, e si riesce (sportivamente parlando) a fare tutto quello che si vuole. Vari atleti nel corso del tempo hanno cercato di spiegare questo stato, ognuno alla propria maniera.

Carmelo Anthony dopo aver segnato 62 punti al Madison Square Garden (record per un giocatore di NY) disse: “There’s only a small group of people that knows what that zone feels like. Tonight, I was one of them.” Kevin Durant dopo i 54 punti contro gli Warriors: “I made a few shots, and I felt good. (…) I saw the bench jump up every time I hit a shot, that’s one of the best feelings”.

Il rimpianto Kobe Bryant è forse quello che ha fornito una descrizione più completa, ed è forse anche il giocatore NBA che in più partite ha vissuto questa sensazione.

Il concetto di essere in the zone può essere allargato nel piccolo della nostra quotidianità a diversi ambienti ed esperienze. Alcuni esempi. A chi non è mai capitato di provare così tanta fiducia da non sbagliare niente in un match online? O di segnare tanti canestri di fila in una partita al campetto con gli amici? O di sfidare un amico in freestyle e chiudere in sequenza 5-6 barre letali?

Proprio nel freestyle questo concetto può essere ripreso e applicato. La contraddizione principale è che si può sperimentare questa forma sia quando la situazione è intima o la competizione è friendly, sia quando la competizione è altissima e l’adrenalina scorre a fiumi nelle vene.

Esempio calzante ne è il minuto di Shekkero nella seconda edizione del Mic Tyson, a detta di molti (e del sottoscritto) il miglior minuto ad argomento della storia del freestyle italiano.

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Argomento: religione. Parole tabù: chiesa, Dio e le bestemmie. Passano 26 secondi da quando Nitro e Shade comunicano l’argomento e le parole da non dire e parte il beat di DJ MS. Meno di 30 secondi in cui Shekkero cerca di incamerare idee e concetti da esprimere per un tema così ampio e per questo allo stesso tempo così difficile e ricco di spunti.

Dopo i primi quattro quarti in cui riprende l’argomento dello sfidante Frenk e lo unisce al suo (Quale era il tuo tema di prima? Non me lo ricordo, ma stasera ho visto una figa della madonna!) si entra in un mondo a parte.

Il pubblico inizia a tenere un sottofondo costante di brusio ed eccitazione, la giuria a più riprese si mette le mani nei capelli e lancia cappelli a terra.

“Non mi batti, flow marziano,
sarebbe come dare il corpo di Cristo ad un vegano”

Primo affondo, sale ancora di più la temperatura. Si comincia ad essere in the zone.

“Il corpo di cristo, corpo,
Non posso bestemmiare quindi non lo anagrammo”

Qualche secondo di esitazione in cui, giustamente, il pubblico elabora l’anagramma (corpo = porco) e da qui è tutta un’unica tirata per 30 secondi. Il linguaggio del corpo del freestyler cambia e la gestualità diventa molto più fluida e spinta. Da qui in poi è come essere in mare e lasciarsi dolcemente trasportare dalla marea: associazioni, anagrammi e giochi di parole compaiono nella cosiddetta Working Memory con una facilità che solo i fenomeni di questa disciplina, messi nelle adeguate condizioni, possono trovare. Questo è essere in the zone.

In rapida sequenza troviamo:

“Rappo con abilità
Guardami sul palco, io il mio rasta ed il microfono: Trinità
Quando arrivo con sti suoni è sicuro
Chi esagera (scandendo chi-esa-gera, parola tabù, ndr) nello spaccarti il culo”

Onnipotenza col microfono in mano in questo minuto, poco altro da dire. Lo stesso Shekkero ha poi commentato la battle, che è stata comunque equilibratissima grazie ad un Frenk in formissima che ha rigirato di tutto nei quattro quarti, così:

Da sempre preferisco le battle a tema perchè il confronto è messo sullo stesso piano e li viene premiata l’inventiva. Sul palco avvertivo un’elettricità tangibile ma nemmeno a sfida finita mi ero reso conto che probabilmente io e Frencone avevamo tirato su la nostra prestazione più fortunata.

Ci sarebbero molti altri esempi relativi al mondo del freestyle in cui un MC si infiamma e lascia andare una serie di rime che incidono sulla gara, basta pensare alla finale del Tecniche Perfette 2018 di Blnkay o al minuto di Ensi al 2 The Beat del 2005, ma credo che questo sia il più lampante.

Un minuto a tema (chi mastica il freestyle sa quanto sia probante questa modalità a livello di inventiva) con l’aggiunta di tre parole strettamente legate al tema da non poter utilizzare, tutte delicatamente sfiorate ed evitate con giri di parole ed espressioni di concetti per cui noi comuni mortali impiegheremmo ore a spremerci le meningi, il tutto in un totale di 86 secondi.

Il pubblico, il contesto, il beat, la propria autostima, possono aiutare gli artisti nello spingere, esattamente come per gli atleti, sempre un po’ più in là i propri limiti, fornendo prestazione al limite dell’impossibile.

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Mi chiamo Marco Carboni e sono uno studente nato a Pesaro. Ho la fortuna di vivere l'HipHop a 360 gradi, producendo per le realtà locali, organizzando un evento chiamato Carpe Riem ma soprattutto scrivendo e descrivendo una cultura che è molto più di quanto può apparire