A dieci anni da Aspettando Orange County, Tedua torna al formato mixtape con RYAN TED, sedici tracce che il genovese ha presentato come un ritorno alle origini. Ascolto alla mano, la questione è più complessa e più interessante di così.
RYAN TED di Tedua: non un passo indietro, ma una conferma di crescita
Parlare di “ritorno alle origini” rischia di sminuire quello che RYAN TED effettivamente è. Chi segue Tedua dall’inizio sa che il suo percorso è stato segnato da una progressione costante, evidente soprattutto nella capacità di lavorare sulla metrica e sulla delivery. Quel lavoro non è stato abbandonato qui: si sente, eccome. Le barre sono costruite con la stessa cura degli ultimi dischi, il posizionamento sul tempo è preciso, e il salto qualitativo rispetto ai primi lavori è tangibile e non reversibile.
Le sonorità confermano questa lettura: nessuno strappo netto verso il passato, nessuna nostalgia forzata. Il disco suona come il naturale step successivo, con produzioni che dialogano con i lavori più recenti senza risultare ridondanti.
La struttura del disco: banger, introspezione e qualche filler
RYAN TED non è un progetto monolitico. Al suo interno convivono tracce pensate per colpire subito e pezzi che richiedono ascolti più attenti. Tra i momenti più riusciti c’è Hoola Hop, in cui Tedua ritrova Ernia: un featuring che funziona proprio perché non è costruito sopra le righe, ma si regge sull’intesa di due artisti che si conoscono da anni e non hanno bisogno di dimostrare niente. È uno dei picchi del progetto.
Il disco porta con sé anche Chuniri, il singolo uscito mesi fa che aveva già alzato l’hype attorno al progetto, e Lettera A Tedua, traccia recente che richiama apertamente (con le dovutissime proporzioni) la struttura narrativa di Stan di Eminem: un ascoltatore che scrive all’artista, con tutto il peso emotivo che quel dispositivo porta con sé.
Non mancano gli omaggi, a partire da Veliero Di Carta, uno dei momenti più sentiti del disco, dedicato alla scena e alle persone con cui Tedua è cresciuto. Questa componente autobiografica e di riconoscenza è forse la parte più coerente con l’etichetta “ritorno alle origini”: non nel suono, ma nell’attitudine.
Il roster dei featuring comprende anche Latrelle (presente in due tracce), Nerissima Serpe, Anna e Sayf. Qualche filler c’è, come spesso accade nei progetti da sedici tracce, e non tutto convince allo stesso livello.
Un mixtape che fa il suo lavoro
RYAN TED non è un disco che stravolge la traiettoria di Tedua, né probabilmente vuole esserlo. È un progetto che consolida, che omaggia, che ogni tanto rischia e quasi sempre ci prende. Il formato mixtape, storicamente meno vincolante dell’album, gli ha permesso di muoversi con una certa libertà, e si sente.
Chi si aspettava una regressione stilistica resterà deluso. Chi segue Tedua sapendo già dove è arrivato troverà conferme solide e qualche momento alto.


