Ora che il rap italiano ha raggiunto uno status all’interno della Cultura Ufficiale, ci sembra giusto proporre degli spunti di riflessione, tentando anche, dove sarà possibile, di elaborare alcune conclusioni (anche se, sempre provvisorie e parziali). Con Back in the Crates vorremmo dare spazio a quei dischi che per motivi prettamente cronologici non abbiamo analizzato, ma che storicamente hanno in qualche modo influenzato – direttamente e indirettamente – tutti noi: quei dischi, dunque, che hanno tracciato strade, aperto porte, indicato traiettorie.
Back in the Crates vuole essere un contenitore critico, uno strumento storico e (anche) un dispositivo affettivo. Affrontando dischi del passato cercheremo sempre un rapporto con l’Oggi, offrendo ai nostri lettori la possibilità di riscoprire le radici di una cultura che, pur cambiando pelle, ha mantenuto intatte alcune sue caratteristiche peculiari.
In The Panchine, dall’underground al culto
Iniziando questa nuova rubrica, ci sembrava giusto partire con un disco iconico, un progetto partito dall’Undergorund più sporco e diventato culto, leggenda, classico. In The Panchine è lo sconvolgente disco d’esordio del gruppo omonimo nato all’interno del Truceklan, e formato da Cole, Gemello, Chicoria e Benassa.
Un disco truce, spontaneo, totalmente libero e ‘politicamente scorretto’, con una sua evergreen – Deadly Combination -, una sua ‘Ghetto Hit’ – Verano Zombie – e una serie corposa di ‘imitatori’ e continuatori, che hanno sviscerato e sviluppato la filosofia-In The Panchine (ad esempio la Love Gang), ampliando alcuni aspetti e mitigandone altri.
In The Panchine è un disco totalmente Underground – un mixtape, in fondo – che ha saputo, in virtù di un’identità forte e di un’originalità inconfondibile, conquistarsi negli anni uno spazio sempre più grande, annullando quei gap che potevano essere dettati da quella lama a doppio taglio costituita dai temi affrontati e dal linguaggio adottato.
Lo slang romano-americano e l’immaginario truce – le caratteristiche principali del disco – costituiscono la forma e la forza di ITP: sbagliati, tossici e contraddittori, portano all’estremo un vissuto, che convince chi lo condivide e che affascina chi non lo conosce. Le immagini strappate alla violenza, alla droga e al fallimento sono, in fondo, delle costanti nel rap di oggi.
La freschezza e l’attualità che questo disco continua a promanare non dovrebbe sconvolgerci più di tanto: il mondo è cambiato, certo, ma per restare lo stesso. L’emarginazione e la fuga continuano ad attrarre la maggior parte di noi, e la follia dell’essere umano – che ci sta conducendo passo passo verso il prossimo disastro globale – non può non far vibrare le corde dell’Arte. Anche e nonostante oggi.
Bevo rum, fumo crack, faccio rap
C’è un piccolo aneddoto che vorrei condividere. Un mio amico, una volta, a Roma, ha incontrato Gel. Questo mio amico, vedendolo, non ha resistito. Andandogli incontro a braccia aperte, con un sorriso cannabinoidale a 36 denti, gli dice; “Cazzo, Gel! Per me sei un MITO. Te posso abbraccià? Io con la musica tua ce so cresciuto“.
Gel, sardonico, risponde solo: “No, tu con la musica mia te ce sei drogato“. E in parte, è vero. Per molti di noi, ITP è entrato nelle quotidiane rotazioni musicali durante esperienze-limite, durante i pomeriggi di noia, in quelli di pillole e schede, di notti e mattine fuori dalle discoteche e dai rave.
In The Panchine è arrivato, per molti di noi, quando avevamo bisogno di rabbia, quando avevamo bisogno di gridare la nostra solitudine e la nostra differenza, quando la diversità che ci avevano affibbiato addosso volevamo rivendicarla. Avevamo finalmente trovato chi poteva parlare per Noi, chi riusciva a dare forma ai nostri pensieri.
Brucerò da giovane, per non arrivare a vecchio/guardarsi la mattina ad uno specchio/fare i conti con me stesso/come ho campato fino a adesso? A domani non ce penso./La coscienza che ho perso, la società del resto/ne sono il riflesso…droga soldi potere e sesso/ora è unita l’Europa:/ognuno beve, fuma e scopa.
Per me, come per molti altri, ITP è stata una scoperta ‘postuma’: Nel 2005 facevo le elementari e giocavo a calcio… ma il successo di questo disco è andato oltre le contingenze immediate da cui è scaturito, ha superato il fenomeno-Truceklan ed è diventato una tappa obbligata per ogni adolescente ‘fuori dagli schemi’. Per molti è stato la soglia per accedere al Rap.
In The Panchine, un disco per tutti
In The Panchine nasce e si pone come prosecuzione diretta e ideale dello spirito iniziale dei Truceboys, che in quegli anni (siamo nel 2003) con Sangue avevano solcato una strada parallela per il rap italiano. Le periferie – reali ed esistenziali – entrano nel rap, e si raccontano senza filtri.
In tutta Italia (i Truceboys a Roma, ma anche i Club Dogo a Milano, e i Co’Sang a Napoli) lo spettro tematico del genere si allarga, i canoni classici dell’Hip Hop vengono demoliti – vedi un pezzo come Fuck Hip Hop, contenuto in Sangue – a favore di una maggiore realtà nei testi, anche se questa realtà è brutale. Ciò che non ci rappresenta, deve restare fuori.
Affanculo, le c*zzate da rapper/le p*ttane, i gangster, il sogno americano e gli hamburger/lo schifo dove vivo non è mica un ghetto/e i miei problemi del ca*zo, non li risolvo col pezzo.
Lo spirito iniziale dei Truceboys, dunque, gruppo totalmente dissacrante che ha come riferimenti Necro e i Non Phixion, i B-Movies e gli Horror, viene colto da ITP e in qualche modo modificato: la serietà ‘realistica’ dei Truceboys viene qui diluita, si rilassa e si prende in giro. Alla rivendicazione dell’emarginazione subentra una spensieratezza post-adolescenziale, una divertita presa di coscienza sul voler mettersi in pausa, “Far away from problemi“.
In The Panchine, lo abbiamo già accennato, in fondo è un mixtape, uno street album: con questo non si vuole assolutamente farne una questione di valore. Nonostante Spotify, l’algoritmo e le piattaforme, il mixtape è uno strumento Hip Hop, e come tale va rispettato e capito.
A simple joint with sex
Chicoria ha raccontato in un podcast quest’aneddoto: “All’epoca noi ci vedevamo tutti quanti all’Atelier del Gemello che stava alla Balduina, lui dipingeva e noi facevamo ballotta lì, e c’era questa panchina dove noi c’andavamo a fumà le canne, che era un punto d’incontro, e un simbolo che ci riuniva a tutti quanti”.
La panchina come punto di ritrovo tipico di Roma – e non solo, crediamo – , la panchina come simbolo d’incontro e relazione: ovunque c’è una panchina dove stai con gli amici, a far passare il tempo. In The Panchine come risposta spontanea, come il rap di chi ci si è seduto.
Immediatezza, rapidità e libertà sono i punti cardine di questo progetto. Attraverso questi elementi si dipana la ‘storia’ del disco, ossia la quotidianità di quattro ragazzi ormai adulti, raccontata con uno stile peculiare e immaginifico. Il quadro che traccia è quello di una realtà liminare, della soglia che precede l’accettazione dei compromessi imposti dalla società.
La verità, l’attualità e la bellezza dietro un disco come questo è proprio il racconto/resoconto/analisi di quella soglia, dell’attimo di spensieratezza che precede tutte le rinunce dell’età adulta in senso stretto, l’attimo in cui l’idealismo diventa maturità prima di spegnersi nell’amara disillusione.
La scelta e il gusto musicale sono ‘classici’: c’è molta New York nella Roma di In The Panchine. Ci sono sicuramente Notorious B.I.G. (Warning, in Chicoria Dirty) e Nas (Tick Tock) oltre a quel meraviglioso ‘mezzo latricinio’ (parola di Noyz) che è la base di Verano Zombie.
ITP è tutto questo. Riscoprirlo oggi è un’esperienza che dobbiamo fare. Perchè l’ossessione del politically correct e degli asterischi nelle parole è una cazzata, detta come va detta, perchè abbiamo bisogno più che mai di realtà e di libertà d’espressione. E perchè oscurare certi problemi non li fa mai sparire. Oggi più che mai sento il bisogno di ITP.


