Con Stato di Coscienza “andrai dove devi andare”: intervista a Hyst sul nuovo album di Jesto

In occasione dell’uscita di Stato di Coscienza, il nuovo progetto di Jesto che ne prosegue l’eredità artistica, abbiamo intervistato Hyst, fratello, produttore e collaboratore storico dell’artista.

L’album è disponibile da oggi su tutte le piattaforme digitali e Hyst ne ha, ovviamente, seguito da vicino la costruzione e la finalizzazione. Un lavoro nato in continuità con un percorso condiviso negli anni. Il progetto si presenta come un album compiuto e già definito nella sua struttura principale al momento della scomparsa dell’artista, e si inserisce come sintesi del suo percorso umano e creativo. All’interno troviamo un insieme di brani che riflettono la sua evoluzione, tra scrittura, ricerca sonora e apertura verso una dimensione più ampia rispetto alle categorie di genere. Non si tratta di un’operazione celebrativa fine a sé stessa, ma della prosecuzione naturale di un lavoro artistico già impostato e condiviso, portato avanti da chi ha lavorato con lui fin dagli inizi. Abbiamo parlato con lui del significato di portare avanti un progetto di questo tipo e del rapporto artistico e umano che ha reso possibile la sua realizzazione. Da lì siamo passati alle domande sul processo creativo, sulla genesi dei brani e sulla costruzione finale dell’album.

Buona lettura!

Stato di Coscienza è il nuovo album di Jesto: intervista a Hyst

Che tipo di momento è questo per te, tra l’uscita di Stato di Coscienza e tutto quello che rappresenta?

«Un momento molto intenso. Grande fatica, grande concentrazione, grande dispendio di energia, passaggio del tempo ultra rapido. Vorrei però che non dessimo per scontato ciò che questo disco rappresenta. Non è l’ultimo capitolo della storia artistica di Jesto, quindi non lo vivo come “l’ultimo capitolo” prima di voltare pagina. Io e i supershalli avremo ancora a che fare con la produzione artistica di Justin per un po’ di tempo. Attualmente per me questo è “un disco di Justin”. Probabilmente il migliore dal punto di vista di scrittura, significato, energia da lui impressa, pienezza, suono, tutto. È monco del fatto che se fosse stato qui l’avrebbe promosso lui, dicendo le cose giuste nel modo più sorprendente come sapeva fare lui. Io lo vivo come uno dei miei compiti. Credo sia chiaro per quelli che mi conoscono che una grande parte della vocazione della mia vita è essere al servizio degli altri. Sono stato spesso molto più efficiente come produttore/maieuta che come artista. Per me è naturale asservirmi ad illuminare il talento di altri, quello di Justin come quello di Rancore, Shade o altri con cui ho lavorato. Non sono affatto spinto dal mio successo personale o individuale.

Quindi fare questo lavoro per Justin, di cui ho prodotto tutti i primi progetti, a cui ho fatto scrivere le prime rime, di cui ho registrato la voce per primo, è una prosecuzione naturale del nostro rapporto. Lui diceva spesso che era stata una chiara volontà delle nostre anime di nascere così vicine, che ci siamo “scelti” prima di incarnarci, e se guardo a come sono andate le cose non posso dargli torto. Io non sono la “stella”, non ho quella disposizione animica. Ma sono “l’allenatore” delle stelle, il facilitatore della luce. Quindi per me fare questo lavoro è naturale, non è un sacrificio, non è una missione suprema.»

Cosa significa per te portare avanti questo progetto?

«Significa espletare la mia natura, svolgere il compito per cui la mia anima e quella di mio fratello si sono sincronizzate in questo ciclo di esistenza. Fare ciò per cui sono venuto, come ha fatto lui. Chiaro, non ho solo questo nella vita, nemmeno lui aveva solo questo disco, ma è senz’altro una parte importante. Il resto è conseguenza di questo. La soddisfazione dei fan, la circolazione di certe idee e sensazioni, il depositarsi di quest’opera nella coscienza collettiva. Sono ricadute di un moto primordiale.

Se penso che qualcuno trarrà grande beneficio dall’esistenza di questo album è chiaro che mi fa piacere, ma non lo faccio per quello. Non lavoro nell’aspettativa di un risultato. Non “esisto” nella legittimazione dell’effetto che le mie azioni hanno sugli altri. E questo, per quanto possa sembrare stranamente cinico, è proprio ciò che mi salva dal contaminare la mia arte nella direzione del “compiacimento” di chicchessia. E fidatevi, vale lo stesso per Justin. Costruiva la sua arte affinché fosse potente, efficiente, penetrante, persino sconvolgente. Ma non è che dopo stava lì a misurare i like. Il focus è sempre stato il lavoro in sé. Lo dico perché un po’ lo conosco.»

Cosa pensi che questo disco rappresenti davvero di Jesto sia artisticamente che umanamente?

«È l’antologia digerita ed elaborata del suo percorso di consapevolezza spirituale, psicologico, esoterico. C’è il succo delle sue riflessioni, scatenate da anni di letture di centinaia di libri, film, musica, fumetti. È il suo tentativo finale di mettere in musica cose che non potrebbero essere tradotte con le parole, ma in questo senso è il massimo che si può fare. È matematica dell’esistenza espressa con parole che anche un bambino può capire, mosso da quella spinta empatica che lo ha sempre contraddistinto. Justin non sapeva odiare. Amava fortemente, al limite troppo fortemente. Certo era delicato e non poteva esporsi al mondo in modo plateale, ma il suo moto di amore prendeva vita nella solitudine della sua scrittura, nel suo spazio sicuro in cui poteva lasciar esplodere il bene che avrebbe voluto per tutti gli altri. Ed è proprio questo che passa in questo disco, forse anche più chiaramente di altri dischi precedenti.»

Come lavorava Jesto in studio nel periodo in cui stava lavorando a questo album? Puoi raccontarci qualcosa del suo processo creativo?

«Il processo creativo non era nulla di straordinario in sé. Scriveva sui suoi quaderni, generalmente pezzi interi e non gruppi di punchline come fanno molti. Ricavava un atmosfera nella mente, aveva molti riferimenti sonori. Spesso lavorava con gli stessi produttori con cui stabiliva un rapporto di comprensione che consentiva di arrivare rapidamente a sviluppare le sue idee, al principio ero io, poi spesso era 3d, negli ultimi album quasi sempre Pankees che è appunto il produttore dei beat di questo disco nella forma che avevano appena prima della fase di arrangiamento orchestrale. Il suo difetto è che non rifiniva molto le tracce, piuttosto ne produceva a tonnellate e buttava quelle che non gli piacevano. Il che costringeva me spesso a recuperare alcune cose cestinate per mostrargli che se affrontate diversamente avevano un potenziale.

Nello specifico di questo album so che è stato molto felice di passare un paio di giorni con i musicisti che, diretti da Fernando Alba, hanno risuonato i beat in studio, aumentando la portata emotiva dell’album. La questione è che il processo creativo in sé non cambia più di tanto. Nel suo caso la spontaneità e l’immediatezza erano garanzia di attinenza con l’emozione da cui il brano era sorto, perché lui funzionava così. C’è chi arriva ad essere onesto solo con l’elaborazione estrema. Lui d’altronde era un freestyler, l’immediatezza era come un marchio di sincerità. Chi lo ha conosciuto di persona sa di cosa parlo.»

A che punto era il disco quando è venuto a mancare? Era già definito o ancora in evoluzione?

«Per nostra grande fortuna era finito.

Come viveva questo periodo ricco di progetti rap dopo la parentesi “indie”?

«Non c’è una reale distinzione in questo senso. Questo disco è tecnicamente un po più rap se vogliamo ma cosa cambia? Usa spesso la voce in modo melodico, anzi mi ha chiesto di fare un paio di session in studio proprio per dare un po di profondità a cori, armonizzazioni, per sviluppare qualche melodia che lui sentiva come troppo banale o scontata. Ha continuato a sentire il bisogno di strumenti veri, come in IndieJesto. Era sempre più proiettato verso alzare il livello del contenuto musicale, ad impegnarsi con melodie più articolate, voleva emanciparsi dal limite del “rapper” senza doverlo ripudiare, ma era chiaro che aspirava a potersi esprimere in modo più ampio ed universale.»

Secondo te si sentiva riconosciuto e supportato dalla scena rap negli ultimi anni?

«Riconosciuto lo era. Non ci sono molti dubbi in merito. Supportato non capisco bene cosa significhi. Esiste un po’ questo falso mito che “la scena” debba supportare qualcuno per qualche motivo, onestamente io non ho mai visto accadere questa cosa né comprendo come dovrebbe funzionare. L’hip hop non è un consorzio o un’associazione a cui ci si tessera, nessuno deve niente a nessuno. Chi ha fatto qualcosa per gli altri lo ha fatto per vocazione, per sua natura.

Personalmente ho conosciuto molti più egoisti, egocentrici, individualisti che non generosi ed altruisti in questa scena ma non ho mai avuto l’illusione che dovesse essere diverso da così. Non c’è uno statuto del Rap, non c’è mai stato. Ci sono molti bei rapporti, collaborazioni fruttuose per tutte le parti, stima reciproca. Poi nel momento in cui per le persone il fare musica diventa il lavoro che fanno per campare tutti diventano ancora più individualisti, per necessità. E lo trovo piuttosto comprensibile, no?

Il riconoscimento delle qualità intrinseche di un artista è tutt’altra cosa ma non credo che ci sia qualcuno nella scena italiana che sia pronto a dire che Jesto non era forte. Ad alcuni piace, per alcuni è un genio, ad altri dà fastidio.»

Jesto

Come sono nati i feat di questo disco? Erano già stati coinvolti da lui stesso o sono stati inseriti dopo?

«Erano già finiti, stabilitic contattati e registrati a parte Tarek che ha registrato durante l’inverno. Ma sono chiaramente pochi e scelti con precisione estrema per rispettare l’identità degli specifici brani. Spesso in passato Jesto ha fatto feat seguendo il naturale flusso degli eventi, inventando le tracce da fare senza troppi pensieri magari anche insieme in studio. In questo caso i brani esistevano quindi ha potuto pensare a chi avrebbe potuto completarli coerentemente. Con me ha voluto fare “Allo sbando” per sfruttare la mia vena di satira di costume, la scia dei contenuti che a volte faccio sui social di commento sociale e politico e la mia propensione alla musicalità, la traccia del disco che si può “ballare” persino nei club estivi del litorale, per intenderci.

Con Shade il brano più “punchlinaro” del disco, quello dall’evidente vena ironica che consente di trattare con leggerezza un tema che è tutt’altro che superficiale, quello dell’identità contrapposta alla conformità. Fare della propria unicità un punto di forza, anche di fronte ad una società che fa prima a bullizzarti, e chi meglio di Shade che è l’incarnazione della forza d’animo. Campione di freestyle quando appariva con un teenager nerd gracile ma così solido da diventare prima inattaccabile verbalmente e poi persino irraggiungibile fisicamente.

Con Nayt è stato realizzato un pezzo di splendida profondità ed immediatezza, quasi un parlato sottovoce col tono confidenziale dell’amico che ti confida i suoi pensieri, quelli che è difficile dire a qualcuno con cui non hai estrema confidenza. Anche questo preciso ed azzeccato vista la trasformazione autoriale che William ha percorso in questi anni, la sua ricerca di una fluidità espressiva concreta e non autoreferenziale.

Con Rancore l’articolazione formale, il tessuto letterario entro le cui maglie è possibile scorgere infiniti sensi, molteplici direzioni come in uno schema di Escher, in cui perdersi è facile ma gli scorci che si possono osservare sono fantasmagorici. In videogame sono venute fuori due strofe tecnicamente colossali e che oltre a questo puntano dritto al concept senza mollarlo per un secondo. Non sono in molti a saperlo fare in Italia oggi.»

Ci sono dei brani che consiglieresti per entrare subito nel mondo di questo disco?

«Quelli che abbiamo fatto uscire prima dell’album. La scelta è stata operata proprio per accompagnare nell’atmosfera dell’album, non è casuale. L’aveva abbozzata Justin e noi l’abbiamo seguita, così come abbiamo fatto per il mood generale, per le scelte estetiche e tutto il resto. Io sono stato incaricato per l’appunto di garantire una consecutio con la visione di Justin per quest’album in qualità di direttore artistico e poi ho finito per generare io stesso gran parte dei materiali, com’era naturale che fosse. Sono stato il suo primo produttore, grafico, regista, manager… da un certo punto di vista è giusto che io sia anche l’ultimo produttore, grafico, regista, manager. Posso dirti che personalmente ho un debole per Il viaggio dell’anima e per Non avere paura.

Il primo è quello che riassume meglio la possibilità di vivere quest’album con una tensione verso il metafisico, con un approccio filosofico e spirituale più espanso di qualsiasi altro album italiano e al contempo privo di quel “compiacimento” dell’esoterico che spesso mi da noia ascoltare. In Non avere paura invece sento il lato umano, carnale di mio fratello, la sua generosità autentica, la sua “finitezza” se vogliamo. Ma la finitezza dell’essere umano è il contraltare della sua infinitezza metafisica, la quotidianità e il modo in cui viviamo le relazioni con gli altri sono scelte così minuscole, così compresse nei nostri limiti fisici che diventano nucleari, sembrano contenere l’esplosione stellare della nostra anima.»

C’è qualcosa che vorresti che le persone capissero davvero ascoltando questo disco?

«Sorrido e penso che i due fratelli Yamanouchi danno due risposte diverse a questa domanda. Mio fratello riderebbe e ti direbbe “ma che sei pazzo?” e tu non capiresti perché. E dovresti fare i conti con questo interrogativo per anni. Io sono un mentore e ti spiego. Se provassi a dire io a parole quello che tu puoi prendere da quest’album ti farei un torto immenso e crudele. Perchè darei una direzione, un indirizzo alla tua percezione e tu ascolteresti l’album condizionato dalla mia descrizione, tentando di trovarci ciò che ho detto io, oppure di confutare rabbiosamente. E in entrambi i casi ti muoveresti lungo un unico vettore e finiresti con solo 2 visioni possibili. In questo album ci sono infinite visioni, infinite emozioni, infinite direzioni da prendere.

Mio fratello ha concepito per te un vascello, ti propone ora di metterti al timone e fare un viaggio. Andrai dove devi andare. Troverai cose, perderai cose. Ti accadranno cose e farai accadere cose. Per rispetto a te e a lui non mi permetterei mai di toglierti quest’esperienza.»

Potete ascoltare Stato di Coscienza di Jesto qui sotto: