I Cor Veleno pubblicano Rock n’Roll Cassaforte edition

Cor Veleno

Forse stiamo tornando a metterci il veleno. Forse tutto questo conformismo, questo logorante, castrante ed effimero politicamente corretto ha raggiunto il suo massimo e non può darci altro che il suo rifiuto. Forse, oggi, il discrimine tra vita e linguaggio è tornato ad assottigliarsi, e abbiamo la necessità di avere meno filtri, e un rapporto più diretto con ciò che ascoltiamo. In questi giorni così “affollati”, con focolai di proteste che hanno toccato il nostro Paese, e una situazione di guerra perpetua e quotidiana, con le nuove tecnologie e questa nuova, intelligente e sempre più asfissiante società digitale abbiamo bisogno di pensare che la piccola storia personale dilaghi nella Storia universale, ed eventi apparentemente piccoli (come l’uscita di un disco) abbiano a che fare con quello che succede là fuori, con la politica, le lotte, e le sconfitte.

In questi giorni così convulsi abbiamo avuto il piacere di ritrovare un classico del rap italiano, in una nuova ristampa celebrativa: i Cor Veleno, a 25 anni di distanza dall’uscita originale, pubblicano Rock n’Roll – Cassaforte edition. Un disco che, ad ascoltarlo oggi, mantiene intatte quelle caratteristiche di verità e realtà che stiamo cercando, spesso senza trovarle.

Rock n’roll: Cor Veleno, gli anti-rapper

Sintomatico fin dal titolo – provocatorio, in un contesto chiuso, come era la scena rap nei primi anni Duemila -, Rock n’roll,  secondo progetto in studio dei Cor Veleno (dopo l’EP Sotto Assedio), mantiene intatte certe sue peculiarità, anche in questa ‘nuova’ veste. Anche dopo tutto questo tempo.

Quell’energia irrazionale e potente in culo che si sprigiona nelle rime, e che ti avvolge/sconvolge per la sua essenzialità e per la sua profondità, e soprattutto per quella sua naturale carica anti-sistema. Usare il rap come un mezzo sì d’espressione, ma che – se usato nel modo giusto – ti permette di riflettere su tutte quelle piccole inerzie sociali “che in realtà ti inculano”.

Il rap come presa di coscienza di stile e di contenuti: è il saper usare le proprie armi, qualunque esse siano. Perché un rapper ha (deve avere) le sue parole, e le usa (le deve usare) anche solo semplicemente per lamentarsi, prendere atto e non accettare la società (in senso lato) in cui si trova costretto a vivere.

Un chiodo fisso/Sto dove professori mi impartiscono lezioni che subisco/Gonfia quel microfono se hai più pompa/Fuori dal mio perimetro chi insiste con l’idea di farmi ombra/Situazioni di imbarazzo/Pronti a darsi un tono nel film, fuori dal film sono insicuri del cazzo…

I Cor Veleno lo hanno sempre fatto. Questo disco è ancora interessante, oggi, proprio per questo motivo: stanno alla base di quel discorso autocritico sul rap e i suoi dogmi, che si allarga e comprende (ne è compreso) il tema del rapporto tra musica e politica. Se la politica, nella musica, è la conservazione, i Cor Veleno sono la ricerca di un’alternativa, la novità. Sono gli anti-rapper per eccellenza. Anche più anti del rap originario (quello delle Posse e dei centri sociali).

Servono artigli, se non tutto scivola tranquillo!

Questo loro essere anti-rapper, questa loro ‘carica’ (energia, fotta, cazzimma: la si chiami come si vuole) è la caratteristica che getta un ponte tra ieri e oggi. Perchè oggi, forse ancora più di ieri, è necessario alzare la voce, e prendersi il proprio spazio, con gli artigli e il veleno necessari.

Perché, come insegna Primo, qui è selvaggio. E perchè, come insegna Grandi, il palco non è un podio. Il rap deve tornare alla sua dimensione di condivisione orizzontale, e quello dei Corve – così caciarone e allo stesso tempo ‘ordinato’, così incompatibile con la robba artificiale, è un buon esempio da cui ripartire.

Non ho teorie per spiegarti l’universo/però so dirti dove sono – con una cazzo di spada nel cesso

I Corve vengono da un’epoca in cui i media tradizionali nutrivano una certa superficialità nei confronti del rap inteso come musica. Ne parlavano come di un rumore fastidioso e incomprensibile. Ora che questa superficialità (si suppone) non c’è più, possiamo affrontare questo disco come un nostro classico. Anche perché lo stile è stile, in qualsiasi forma si presenti. E di stile, in Rock n’roll, ce n’è a pacchi.

Rock n’roll. Heavy Metal e Hardcore

In sostanza, il disco è lo stesso. Ce lo possiamo godere come se lo s0no goduto quelli che lo hanno ascoltato in contemporanea (anche se, quando uscì, il disco fu un flop commerciale, e vendette meno di quanto si erano aspettati i Corve).

Alla struttura originaria sono stati aggiunti tre brani – i miei 3 brani preferiti, aggiungerei, per inciso – che sono altrettante rivisitazioni di 3 brani storici dell’album. Non parlerei di remix, quanto piuttosto di versioni aggiornate, con le nuove strofe dell’ospite di turno che si vanno ad aggiungere alle parti og.

Troviamo così Gemitaiz in Tigre, Tigre (stroa calda e scritta con evidente entusiasmo e trasporto ma che, ahi noi, non lascia il segno che ci aspettavamo da Gem); dentro Trastevere, il pezzo da singolo di Grandi Numeri, troviamo una strofa di Masito dei Colle, con rime rodate anche se abbastanza in linea con il pezzo. Infine, c’è Claver Gold in uno dei brani più toccanti della loro intera discografia, Nelle mani. 

Venerdì 16 novembre, allo Zalib di Trastevere, a Roma, per presentare questa edizione celebrativa di Rock n’Roll, verrà proiettato il documentario “Primo – Sempre grezzo“. Prendetevi dunque un permesso dal lavoro, e andateve a trastevere a godervi questo bellissimo omaggio ad uno dei rapper più cazzuti della penisola, scomparso troppo presto. Chissà, oggi, come si sarebbe rinnovato Primo…

Recentemente, in un intervista, è stato chiesto a Squarta e Grandi se fosse in programma un live come quello fatto nel marzo del 2016 all’Atlantico, con un sacco di ospiti al microfono per celebrare un rapper che, a pieno titolo, è stato uno dei più forti e prolifici.

La loro risposta è stata inequivocabile: ce ne saranno sicuramente di live, ma come quello, mai. Perché sarebbe impossibile da replicare, con quella morte ancora così recente e tutto quel bagaglio emozionale da gestire e che ha reso tutto così magico.

Io c’ero a quel live. Ricordo tutti quegli ospiti così infuocati, Danno senza cappello insieme a Masito a fare le strofe di Tanti saluti; le luci che si abbassano durante Con la morte non si scherza, con Hyst insieme alla tromba di Roy Paci…tutto ciò è irreplicabile. E tanto basta. Per chi lo ha vissuto.