J.O.D. e Ceasar, da Pescara a Los Angeles: READYMADE II è il ritorno di una coppia affiatata

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Ci sono collaborazioni che resistono al tempo e riescono a ritrovare la propria identità senza rimanere intrappolate nel passato. È il caso di J.O.D. e Ceasar, due artisti abruzzesi che tornano a lavorare insieme con READYMADE II, seguito del progetto pubblicato nel 2013.

J.O.D., pescarese, nasce artisticamente come rapper per poi dedicarsi sempre più alla produzione e al beatmaking, senza mai abbandonare la scrittura. Nel suo percorso ha collaborato con nomi della scena internazionale come Benny the Butcher, Planet Asia, Tha God Fahim, Guilty Simpson e Hus KingPin, confermando una ricerca musicale che guarda oltre i confini italiani. Ceasar, invece, vive da dieci anni a Los Angeles, dove porta avanti il proprio percorso tra Italia e Stati Uniti, sia da solista sia con Marco PStarr nel progetto The Ceasars. Nel corso degli anni ha lavorato con nomi del calibro di Guè, Gemitaiz e Achille Lauro in Italia, e Jadakiss, Rick Ross, B.G. e Styles P oltreoceano.

Il titolo READYMADE richiama una filosofia che appartiene da sempre all’hip hop: raccogliere elementi preesistenti, rielaborarli e attribuire loro un significato nuovo. Un approccio che attraversa tanto il lavoro sui campioni quanto la scrittura di J.O.D., costruita attraverso immagini, riferimenti cinematografici e suggestioni provenienti dalla cultura pop. Ma READYMADE II è anche il risultato di un’intesa consolidata negli anni, capace di superare la distanza geografica e di lasciare spazio alla libertà creativa. Nel disco si intrecciano introspezione, riflessioni sulla cultura hip hop, il rapporto con il mercato musicale e il legame con Pescara, osservata da chi non l’ha mai lasciata e da chi ha imparato a guardarla da lontano.

Avevamo già incontrato J.O.D. e The Ceasars in due interviste separate. In occasione dell’uscita di READYMADE II, abbiamo approfittato della nuova collaborazione per riunirli e fare una chiacchierata a tre sulla genesi del progetto, le rispettive esperienze, il significato di fare rap oggi e ciò che potrebbe arrivare in futuro. Buona lettura!

J.O.D. e Ceasar: READYMADE II, il rap italiano con un piede in America – la nostra intervista

Vi avevamo già intervistati separatamente in passato, ma oggi siete qui insieme per lanciare READYMADE II. Come vi presentereste oggi a chi vi legge per la prima volta, raccontando chi siete e cosa fate?

J.O.D.: «Vengo da Pescara e musicalmente sono un beatmaker e producer, ma nasco inizialmente come rapper. Negli anni mi sono dedicato alla produzione e all’arte del beatmaking, senza mai abbandonare la scrittura».

CEASAR: «Sono abruzzese, ma vivo a Los Angeles da dieci anni. Ho sempre vissuto artisticamente a metà tra Italia e Stati Uniti e, nel corso degli anni, da solo o con il mio socio Marco PStarr nel progetto The Ceasars, ho avuto la fortuna di lavorare con artisti come Guè, Gemitaiz e Achille Lauro in Italia, e Jadakiss, Rick Ross, B.G. e Styles P qui negli States».

Il primo capitolo di READYMADE è uscito ormai diversi anni fa. Com’è nata la voglia di riprendere in mano questa saga, quanto tempo ci avete lavorato e come si è evoluto il vostro modo di fare musica insieme, a distanza tra Pescara e Los Angeles?

J.O.D.: «READYMADE II è il seguito di un primo capitolo pubblicato nel 2013, prodotto da Ceasar con me al microfono. Il volume 1 è nato quasi per gioco, in un paio di pomeriggi in studio. Le produzioni di Paolo erano stupende e il concept del progetto originalissimo, ma io non mi sentivo pronto: non avevo ancora le idee chiare sulla mia scrittura e sull’uso della mia voce. Con il secondo volume, invece, mi sento sicuro e sono completamente soddisfatto del risultato finale. Ci abbiamo messo molto poco a crearlo, un paio di mesi in tutto, credo. Essendo geograficamente distanti, lavoriamo soprattutto per via telematica, anche se ci siamo incontrati quando Ceasar è tornato a Pescara».

CEASAR: «Con Stefano ci sentiamo quasi tutti i giorni, nonostante la distanza, e nel corso degli anni abbiamo parlato spesso della possibilità di rifare qualcosa insieme. Il processo creativo è stato molto fluido: nella maggior parte dei casi gli ho mandato i loop senza nemmeno le batterie, praticamente lo scheletro dell’idea del pezzo. Una buona parte delle strumentali l’ho abbozzata in cinque o dieci minuti, mentre parlavamo del disco su WhatsApp. La scorsa estate sono tornato in Italia per circa un mese. Ci siamo incontrati in studio per definire meglio i pezzi e poi ho completato produzione e post-produzione una volta rientrato a Los Angeles. Credo che l’unico beat già prodotto fosse quello di “Easy Breezy”, che è poi l’ultimo, o forse il penultimo, brano che abbiamo realizzato».

Il titolo READYMADE richiama il concetto artistico di prendere elementi già esistenti per attribuire loro un nuovo significato. Come si riflette questa filosofia nel lavoro di produzione sui campioni di Ceasar e nella scrittura di J.O.D.?

J.O.D.: «Il concetto di readymade è la cosa più vicina al mio modo di concepire il rap, soprattutto quello basato sui campioni. Prendere elementi appartenenti ad altri brani e farli propri, dando loro una veste nuova. Il mio modo di scrivere è molto personale, ma è anche un grande collage di immagini provenienti da film, libri, cultura pop e altro. Il ritornello di “Sample Based” rappresenta al meglio il mio stile: “La mia vita è sample based, da cosa nasce cosa, ciò che faccio è readymade”. Per me è importante non copiare o riproporre uno stile già creato da altri. Mi piace far capire da dove arrivano le mie ispirazioni, quasi come fosse un omaggio, ma con l’obiettivo finale di sviluppare uno stile mio».

CEASAR: «L’hip hop, per sua natura, è readymade: riprende, mangia e digerisce tutto, per poi riproporlo in una veste nuova. Vale per la musica, che campiona generi diversi, ma anche per l’abbigliamento e per tutto ciò che ruota attorno alla cultura.

Artisticamente ho sempre pensato che “sei quello che mangi”: nel senso che, intenzionalmente o inconsciamente, sei ciò che ti piace, ciò che ti ha influenzato, quello che ascolti, leggi e osservi. Alla fine, la tua identità artistica è una combinazione di tutte queste cose».

J.O.D., tu nasci e cresci artisticamente come producer e beatmaker, ma in questo disco sei al microfono dall’inizio alla fine. Quanto l’orecchio di chi produce influenza il tuo modo di scrivere, stare sul beat e costruire le metriche?

J.O.D.: «Il mio modo di scrivere è il risultato di quello che mi trasmette il beat. Parto quasi sempre dalla base: non riesco a scrivere senza un tappeto sonoro, soprattutto per quanto riguarda il flow. Mi annoto pensieri, rime e concetti, ma non riesco a creare una strofa senza il beat. Quando scrivo sulle produzioni degli altri, metto completamente da parte il mio lato artistico da producer: non voglio mettere bocca su drum, sample e tutto il resto. Con Ceasar è stato molto semplice lavorare, perché ci conosciamo bene e lui sa già cosa propormi».

J.O.D.

CEASAR, avendo curato interamente le produzioni del disco, com’è stato cucire il suono addosso a J.O.D.? C’è stata una direzione precisa che volevi dare alle basi per valorizzare la sua voce, rispetto ai tanti artisti americani con cui lavori di solito a Los Angeles?

CEASAR: «La cosa che ci siamo detti più volte mentre lavoravamo al progetto è stata: “Facciamo quello che ci pare”. Penso che questa libertà abbia permesso a entrambi di andare in direzioni diverse, senza troppe preoccupazioni. Credo che, in fondo, le liriche siano state influenzate dalla produzione tanto quanto è vero il contrario. Anche per quanto riguarda il mix, ci sono diversi pezzi che avrei voluto produrre in modo molto più “in grande”. Alla fine mi sono ritrovato a eliminare parecchio materiale, perché alcuni brani rischiavano di perdere il loro “cuore” nella ricerca della pulizia sonora».

J.O.D., nel disco rappi: “Rap in italiano, non rap italiano, sottile differenza vi lascio il tempo per capirla”. È una dichiarazione d’intenti forte: come la spiegheresti nel dettaglio a chi ascolta hip hop oggi?

J.O.D.: «Per me la differenza è sottile, ma fondamentale. Quando dico “rap in italiano, non rap italiano” intendo che l’italiano è la lingua che utilizzo, ma non necessariamente il confine della mia identità musicale. Con “rap italiano” identifico qualcosa di più preciso: un insieme di stili, riferimenti, sonorità e modi di intendere il rap che si sono sviluppati qui e nei cui codici non mi riconosco completamente. La mia formazione, i miei riferimenti e il modo in cui concepisco il rap arrivano dalla scena americana. Per questo non ho mai sentito la necessità di costruire la mia musica cercando di capire quale fosse il “suono italiano” del momento o adeguandomi a ciò che funzionava maggiormente qui. Il rap americano è sicuramente una parte fondamentale della mia formazione e del mio immaginario, come lo è stato per tantissimi altri artisti, ma non mi interessa riprodurlo o importarlo in Italia così com’è. Quindi sì, faccio rap in italiano, a modo mio, utilizzando l’italiano come lingua».

In un brano emerge il fatto che Ceasar vorrebbe che J.O.D. andasse a vivere con lui in California. Paolo, quanto insisti davvero per fargli fare il salto? E per te, J.O.D., Los Angeles è un’ipotesi reale o Pescara rimane la tua dimensione ideale?

J.O.D.: «Non è solo Ceasar a farmi questo invito: anche altri amici e parenti che vivono all’estero me lo propongono spesso. Conosciamo tutti la situazione generale attuale in Italia, soprattutto nell’ambito artistico, dove forse è ancora più complessa. Trasferirsi all’estero, però, è una scelta di vita personale, che cambia da individuo a individuo. Io ho la libertà di scegliere il mio domani, quindi non si sa mai. Pescara, comunque, resta casa mia».

CEASAR: «Lo dico spesso a molte persone, soprattutto a quelle che rispetto. Sono sempre stato dell’idea che il tuo posto non sia necessariamente quello in cui nasci e che, a volte, debba essere cercato nel mondo. Quando dico a Stefano di venire qui a Los Angeles, intendo che può andare ovunque si trovi il suo posto. Io, nel mio piccolo, ho scoperto quanto sia bello tornare in Italia in vacanza».

Parlando della vostra terra d’origine: in La lunga strada di sabbia, Pier Paolo Pasolini descriveva Pescara come «l’unico caso di città che esista totalmente in quanto città balneare», cogliendone il legame con il mare, tra vocazione turistica e storia di pescatori. Voi che la vivete da prospettive diverse, uno da residente e l’altro dalla California, qual è oggi il vostro rapporto con Pescara e l’Abruzzo? E cosa significa rappresentare le proprie radici?

J.O.D.: «Sono cresciuto vicino al mare, dietro la riviera, quindi per me Pescara rappresenta proprio quello stile di vita. Come tutte le città di mare, anche Pescara vive una dicotomia tra estate e inverno: ci sono lunghi mesi di spiaggia, feste sul lungomare e tutto il resto, alternati ai mesi invernali, quando i ritmi rallentano un po’. Non ho una mentalità troppo campanilistica, ma credo che Pescara sia una città in cui si possa vivere bene».

CEASAR: «Come dicevo prima, da quando me ne sono andato ho scoperto il piacere di tornare in vacanza. Ho visitato tantissimi posti che per tutta la vita ho avuto a un’ora da casa e ho scoperto un legame con il mio territorio che non pensavo di avere. Credo che, alla fine, guardare le cose da lontano aiuti a metterle in prospettiva».

Murale sul lungomare nord di Pescara che riporta la frase di Pasolini

Pescara è da sempre una fucina di talenti musicali e artistici, ma negli anni sono venuti meno molti luoghi di aggregazione e spazi per le sottoculture, penso ai tanti locali storici chiusi. Credete che sia una condanna inevitabile della provincia o c’è margine per costruire di nuovo una scena locale più viva?

J.O.D.: «Il mio sogno è vedere nascere un polo, uno studio capace di connettere diverse figure artistiche. Me lo immagino vicino al mare. È un pensiero che porto avanti da diversi anni: magari un giorno da sogno diventerà un progetto. Come hai detto tu, Pescara è sempre stata ricca di talenti, anche di quelli meno raccontati: writer, producer, fumettisti, grafici. Essendo una città commerciale, credo che ognuno tenda a pensare più a se stesso che agli altri. Eppure il potenziale è enorme, e non parlo soltanto della scena rap».

CEASAR: «Pescara non supporta Pescara: storicamente è sempre stato così. In parte è un modo di fare tipico del Sud e della provincia in generale. Sicuramente mancano i luoghi, ma forse è mancato anche l’artista capace di creare un movimento, come successe ai tempi di Lou X».

J.O.D., il disco affronta più volte il tema dell’equilibrio interiore e della salute mentale, come nel brano “Corpo e Mente” o nella barra “Se non sei a posto con te stesso poi ti porterai l’inferno nei tuoi paradisi”. Quanto è stata importante per te la scrittura come strumento di consapevolezza personale?

J.O.D.: «Credo che la scrittura, come qualsiasi altra attività artistica, possa essere una forma di terapia. Nel mio caso, scrivere di determinati stati emotivi e di esperienze personali è stato il punto d’arrivo di anni in cui ho dovuto rimettermi un po’ “a posto”. In passato, quando scrivevo, non entravo mai in contatto con certi pensieri, perché ne avevo timore o non sapevo come articolarli. Adesso, invece, mi piace aprire alcuni cassetti mentali, perché riesco a dialogare con me stesso».

Nei testi e nelle atmosfere ci sono tantissimi riferimenti alla settima arte: da Fellini a Sorrentino, passando per Sergio Leone e De Niro. Che rapporto avete con il cinema e quanto l’immaginario cinematografico influenza le vostre produzioni e le vostre rime?

J.O.D.: «Oltre al rap, il cinema è la mia più grande passione. Amo anche il teatro e la recitazione. Non a caso, queste passioni sono entrate nella mia vita quasi contemporaneamente: mi sono innamorato di entrambe verso gli otto o nove anni. Inoltre, sono figlio di quel rap ricco di riferimenti cinematografici, presenti non solo nei testi ma anche nei video. Penso ad artisti come Nas, Jay-Z, Mobb Deep, The Notorious B.I.G., Raekwon e tanti altri. Quando scrivo mi piace creare un’immagine. Anche quando produco, visualizzo sempre il beat accompagnato da immagini».

CEASAR: «Credo che tra rap e cinema ci sia da sempre una forte affinità. Soprattutto negli Stati Uniti, tanti artisti hanno giocato sulla creazione di un “personaggio”: da quello quasi fumettistico di MF DOOM a quello da gangster movie di Biggie, fino a Rick Ross in tempi più recenti. Per me il cinema è sempre stato importante quanto la musica. Ho prodotto tantissimi brani con campioni presi da colonne sonore o comunque ispirati al cinema: gli archi di “Micidiale” di Mecna, per esempio, devono parecchio a Hans Zimmer. Tra l’altro, negli anni ho avuto la fortuna di unire queste due passioni lavorando come compositore per alcuni film e cortometraggi che hanno anche ottenuto riconoscimenti importanti».

Nel disco c’è una stoccata diretta: “La chiami cultura quando è solo consumismo”. Guardando al mercato della musica urban in Italia, uno da dentro e l’altro da oltreoceano, che rapporto avete con quello che esce oggi? Vi sentite del tutto estranei a questo flusso?

J.O.D.: «Quella frase non nasce tanto da una critica alla musica che esce oggi, quanto da una riflessione su cosa intendiamo quando parliamo di cultura hip hop. Mi capita spesso di sentire rapper, addetti ai lavori o giornalisti parlare di “cultura”, dire “lo faccio per la cultura”, anche quando dietro c’è semplicemente un meccanismo di consumo: un prodotto, una tendenza, un pubblico da raggiungere. Non c’è niente di male nel creare economia, anzi: è una risorsa preziosa per noi artisti, perché ci permette di continuare a creare con più leggerezza. A volte, però, ho l’impressione che in Italia il rap venga trattato soltanto come un prodotto e che, finché quel prodotto vende, lo si chiami cultura per nobilitare qualcosa che è semplicemente consumo o mercato. Sono cresciuto ascoltando con la stessa passione i dischi della Bad Boy e gli album della Rawkus. Non sono un estremista: a tutti piace guadagnare, quindi non mi sento estraneo a questo meccanismo. Mi chiedo, però, cosa resterà quando finiranno la moda, l’industria costruita attorno al rap e le carriere discografiche. Se tutto questo smetterà di esistere quando non sarà più conveniente, allora non è cultura, ma consumo».

CEASAR: «In Italia vedo tanta gente che fa “il rapper” e poca che fa rap. Intendo dire che vedo molte persone vivere lo stereotipo del personaggio del rapper americano, invece di limitarsi a fare musica. Succede a tutti i livelli, nell’underground come nel mainstream. Vedo un inseguimento di un’idea molto caricaturale di quello che dovrebbe essere un rapper e, in molti casi, mi chiedo se alla persona che ho di fronte piaccia davvero la musica o se abbia scelto semplicemente ciò che oggi può portarla al successo. Ho la sensazione che molti avrebbero fatto i DJ in un’altra generazione, i tronisti in un’altra ancora, e così via. E, lo ripeto, lo vedo a tutti i livelli: sia tra chi fa la musica più modaiola possibile, sia tra chi propone qualcosa di estremamente underground».

Entrambi avete a curriculum collaborazioni importanti con la scena americana: da Benny the Butcher e Planet Asia per J.O.D., a Styles P, Jadakiss ed Eminem per Ceasar. Cosa vi portate dietro da quel tipo di mentalità lavorativa statunitense quando vi mettete in studio a fare un disco a quattro mani?

J.O.D.: «Non saprei dirlo con certezza. Forse la libertà di creare senza riferimenti».

CEASAR: «Il modo di lavorare che ho con Stefano è abbastanza unico, perché per tanti aspetti abbiamo un linguaggio molto simile. C’è quindi tanto “non detto”: ci intendiamo senza bisogno di grandi spiegazioni. Sicuramente condividiamo la stessa libertà di fare quello che ci va».

Se doveste indicare a testa un disco e un film perfetti per entrare nel mood giusto prima di ascoltare READYMADE II, quali scegliereste?

J.O.D.: «Domanda difficilissima. Come disco direi The Blueprint di Jay-Z oppure Hell on Earth dei Mobb Deep. Per il film sono indeciso tra Bronx e Guida per riconoscere i tuoi santi».

CEASAR: «Come disco direi My Beautiful Dark Twisted Fantasy di Kanye West, mentre come film sceglierei Downtown ’81».

Quali sono i prossimi passi? Dobbiamo aspettarci un ipotetico READYMADE III, nuovi progetti da producer o altre novità su questo asse Pescara-Los Angeles?

J.O.D.: «Il cantiere è sempre aperto».

CEASAR: «Insieme abbiamo già del materiale: forse è l’inizio di un progetto, forse saranno dei singoli, forse butteremo tutto. È un processo in costante evoluzione. Io ho un paio di cose in uscita in Italia nei prossimi mesi di cui sono molto contento».

 A proposito di Stati Uniti: lavorando con artisti di quel calibro vi sarete trovati spesso in situazioni particolari. C’è un aneddoto, una curiosità o un retroscena assurdo legato al lavoro con gli americani che vi va di raccontarci?

J.O.D.: «È tutto molto più semplice di quanto si possa pensare. Una cosa che ho notato è che negli Stati Uniti rispettano molto la figura del producer e si fidano di più. C’è anche più umiltà nel fare complimenti e nel mostrarsi disponibili a collaborare. Condivido cartelle Dropbox con artisti fortissimi, mentre in Italia faccio fatica persino a ricevere una risposta su WhatsApp. Ovviamente non voglio generalizzare, ma almeno nella mia esperienza questa differenza l’ho percepita».

CEASAR: «Ho la sensazione che ci sia un rispetto maggiore per la musica. Chiaramente, come dice anche Stefano, è un discorso molto generale, ma questa è sicuramente la prima impressione che si ha».