Fare una label rap underground oggi: parla Time 2 Rap

Time 2 Rap

Quando ascoltiamo un disco rap underground, di solito ci fermiamo a rime, beat e attitudine. Raramente ci chiediamo cosa c’è dietro: chi ha deciso di crederci, chi ha anticipato i soldi, chi ha aspettato la consegna dei vinili sperando che arrivassero in tempo. Eppure, ogni streaming, CD o vinile che mettiamo in play, è il risultato di un lavoro che il pubblico non vede quasi mai.

Nel 2026 pubblicare musica non è mai stato così facile, ma farsi ascoltare, e continuare a farlo, resta un’altra storia. In mezzo c’è una scena fatta di persone che lavorano per passione, di scelte difficili e di conti da far tornare. Una scena che per esistere ha bisogno di label, negozi, locali, radio e di chi continua a crederci anche quando i numeri non sono quelli del mainstream.

Time 2 Rap è una di queste realtà: nata a Roma nel 2020 da una costola del metal, ha costruito il suo percorso tra nomi storici e nuove voci. Abbiamo incontrato il suo fondatore, Enrico Giannone, per capire com’è davvero, oggi, tenere in piedi una label rap indipendente in Italia.

Enrico Giannone e la sua Time 2 Rap: la label underground nel rap oggi

Time 2 Rap nasce nel 2020 come costola di Time To Kill, storica label metal. Com’è nata l’idea di portare il rap dentro una realtà del genere e che accoglienza hai trovato nelle due scene?

«L’idea nasce dalla volontà di mettere l’esperienza e la struttura di Time To Kill a disposizione di artisti con i quali riconoscevamo un’affinità, anche se utilizzavano un linguaggio musicale diverso. Nel rap più ruvido e indipendente ritrovo molte cose che conosco bene: urgenza espressiva, personalità, voglia di dire qualcosa senza dover piacere necessariamente a tutti. L’adesione di artisti con una storia importante è stata una prima risposta concreta. Il pubblico, poi, va conquistato disco dopo disco. La credibilità costruita nel metal è un buon punto di partenza, ma nel rap devi dimostrare di capire quello che stai facendo e rispettare la sua cultura».

Hai trovato punti in comune tra alcuni artisti rap e altri metal?

«Sì, soprattutto nell’attitudine. La determinazione, il rapporto con il proprio pubblico, la capacità di costruire qualcosa anche con mezzi limitati. In entrambe le scene trovi persone che dedicano anni a un progetto senza avere la certezza di un ritorno economico. Chef Ragoo è un esempio concreto di quanto questi mondi possano comunicare: il suo percorso attraversa hardcore punk e rap. Poi esistono differenze musicali e culturali che vanno rispettate. A me interessa riconoscere una voce personale, che arrivi attraverso una chitarra o un beat».

Come ci si trova a operare come label rap underground in Italia nel 2026? Che cosa è cambiato rispetto al 2020, considerando anche il Covid?

«Il lavoro richiede una presenza continua. Devi seguire musica, distribuzione, stampa, contenuti, campagne, ordini e rapporti con gli artisti. Pubblicare è diventato accessibile; ottenere attenzione e mantenerla resta complicato. Durante il Covid mancava una parte fondamentale: il contatto dal vivo. Potevi preparare un disco e promuoverlo online, ma non accompagnarlo con tutta quella vita che si crea intorno ai concerti. Oggi quella possibilità è tornata, mentre la comunicazione digitale continua a chiedere molto tempo. Il rischio è dedicare più energie a raccontare l’uscita che a costruirla. Il nostro lavoro deve tenere insieme entrambe le cose, con un programma sostenibile anche per l’artista».

Dal punto di vista economico, si vive di questo o la label si affianca ad altre attività? Quanto è sostenibile oggi un progetto indipendente?

«Nel mio caso la discografia si affianca alla produzione di eventi con Kick Agency. È il mio lavoro da molti anni e fa parte di un percorso imprenditoriale più ampio. Una label underground deve comunque avere una propria disciplina economica. La passione ti fa partire, poi devi pagare fornitori, collaboratori e artisti, gestire gli anticipi e capire quando rientreranno le spese. La sostenibilità si costruisce sul catalogo, sulla continuità delle vendite e su investimenti proporzionati. Ogni uscita non può dipendere dalla speranza che arrivi il successo improvviso. Bisogna poter continuare a lavorare anche quando un disco vende meno del previsto».

Da dove arrivano davvero gli introiti: streaming, fisico, merchandising, live? 

«Bisogna distinguere gli incassi dell’artista da quelli dell’etichetta. Il live può essere fondamentale per un musicista, ma non entra automaticamente nei ricavi della label: dipende dal lavoro svolto e dagli accordi. Per il nostro modello il fisico e il rapporto diretto con chi compra hanno un ruolo importante; il merchandising può contribuire quando è coerente con il progetto. Il peso delle singole voci cambia da artista ad artista. Sullo streaming terrei le aspettative economiche molto concrete. È uno strumento essenziale per far circolare la musica, ma un numero di ascolti che appare significativo non coincide necessariamente con un ricavo capace di sostenere tutta la produzione. La distanza tra visibilità e incasso è il punto più delicato».

Quanto costa oggi produrre e promuovere un disco underground e quali sono le spese che incidono di più?

«La prima domanda è che cosa comprendiamo nel budget. Ricevere un master già finito oppure finanziare registrazioni, produzioni, mix e mastering cambia completamente il conto. Come ordine di grandezza, si parla di alcune migliaia di euro anche per un progetto contenuto; aggiungendo produzione completa, formati fisici, video e una promozione articolata si può arrivare a budget a cinque cifre. Non esiste però una cifra standard valida per tutti. Pesano la produzione audio, la stampa, i contenuti visivi e la promozione. E c’è un costo spesso dimenticato: il lavoro delle persone. Se non contabilizzi il tempo dedicato a un disco, rischi di considerarlo sostenibile soltanto perché qualcuno sta lavorando gratis».

Puntate molto su vinile, CD e musicassetta. Nel 2026 il fisico è identità o necessità economica? Quali sono le difficoltà pratiche?

«Le due cose convivono. Il fisico dà una forma completa al progetto: copertina, testi, crediti, grafica. Per chi segue davvero un artista può essere un acquisto significativo, oltre all’ascolto. Deve però funzionare anche economicamente. Stampare copie significa anticipare denaro, gestire magazzino, imballaggi e spedizioni. Una tiratura sbagliata immobilizza risorse che potrebbero servire al disco successivo. Con gli impianti devi coordinare preventivi, disponibilità, prove e consegne: una modifica tardiva può compromettere il calendario. Per questo i formati vanno scelti in base al pubblico e al progetto. Non considero obbligatorio pubblicare tutto su vinile, CD e cassetta».

Che cosa cerca oggi un artista da una label indipendente, quando può pubblicare da solo? E che tipo di accordo proponete?

«Un artista cerca qualcuno che si assuma una parte concreta del lavoro e del rischio: organizzazione, investimenti, distribuzione, promozione, produzione fisica e continuità. Deve poter capire che cosa aggiunge la label al suo percorso. Gli accordi vanno costruiti sul progetto. Una distribuzione e una produzione finanziata dall’etichetta comportano impegni diversi. Bisogna definire con chiarezza durata, diritti concessi, formati, territori, ripartizione dei ricavi, eventuale recupero dei costi e rendicontazione. Per me il punto è che entrambe le parti sappiano che cosa devono fare e che cosa possono aspettarsi. Anche l’artista deve partecipare: la firma di un contratto è l’inizio del lavoro insieme».

Come cambia il rapporto con Chef Ragoo, Suarez e Kento rispetto a Oyoshe e L’Elfo? Come scegliete chi mettere sotto contratto?

«Oyoshe e L’Elfo hanno già un percorso alle spalle: parlerei di nuovi ingressi nel nostro lavoro, più che di esordienti. Con un artista di lunga esperienza trovi generalmente un’identità definita e una consapevolezza precisa di quello che vuole. Il confronto parte da lì. Con chi sta ancora costruendo il proprio percorso può esserci più lavoro sulla direzione e sulle priorità. I criteri per me restano la musica, la personalità e la disponibilità a lavorare seriamente. Guardo anche il rapporto con il pubblico e l’affidabilità. I numeri aiutano a capire una situazione, ma voglio soprattutto capire se abbiamo qualcosa da costruire insieme».

Quali infrastrutture italiane funzionano ancora e quali sono sparite?

«Continuo a considerare importanti i negozi specializzati, le radio indipendenti, la stampa di settore e i locali che fanno una programmazione riconoscibile. Quello che mi preoccupa è la continuità dei luoghi in cui un artista può crescere. Servono palchi piccoli, serate ricorrenti, persone che seguano una scena anche quando non porta grandi numeri. Non direi che sia sparito tutto. Il problema è quanto sia difficile mantenere una rete stabile. Un singolo evento riuscito è importante; avere spazi e interlocutori presenti per anni permette di costruire un percorso».

Come si promuove oggi un disco underground? Contano ancora i media di settore o decide tutto l’algoritmo dei social?

«Serve un lavoro coordinato: scegliere i brani da presentare, preparare contenuti credibili, coinvolgere i media adatti, impostare le campagne e dare continuità alla comunicazione anche dopo l’uscita. I media di settore contano perché possono spiegare un progetto e portarlo a persone realmente interessate. I social aiutano a raggiungere pubblico, ma bisogna capire che cosa succede dopo una visualizzazione: qualcuno ascolta il disco, torna, compra una copia, viene a un concerto? L’algoritmo condiziona la visibilità, certamente. Io però voglio costruire un rapporto che duri anche quando un contenuto smette di girare. E nessuna campagna può garantire da sola che un disco trovi il proprio pubblico».

A breve escono i nuovi album di L’Elfo e Zinghero. Che cosa ti aspetti da questi due progetti?

«Mi aspetto che rafforzino due identità artistiche molto riconoscibili e riescano ad avvicinare anche persone che finora le hanno seguite meno. Con Sicilia Bedda, previsto per il 30 ottobre, L’Elfo porta al centro il rapporto con la propria terra e il suo modo personale di raccontarla. Vorrei che questa identità arrivasse ancora più lontano, mantenendo tutta la sua forza. Il Male Necessario di Zinghero, in uscita il 6 novembre, ha radici profonde nel rap romano e mette in relazione diverse generazioni. Mi interessa valorizzare quello che Zinghero ha da dire oggi, dando al progetto il tempo e l’attenzione che merita. Naturalmente mi aspetto anche risultati economici: investiamo per far crescere questi lavori. L’obiettivo è che entrambi continuino a essere ascoltati e acquistati oltre la settimana di uscita».