Roma. La città eterna. Antica, gigante e disillusa. Una vecchia signora piena di acciacchi, sapiente e sorniona, che coccola i suoi figli prediletti, e ammalia tutti gli altri, i suoi figli adottivi. Il suono che viene da Roma ha sempre una direzione precisa, riconoscibile, unica. Il rap romano, vuoi per la lingua – quella lingua ‘popolare’ che dal Belli e poi dal Trilussa arriva al Grande Pubblico, passando per il cinema ‘coatto’ degli anni 70-80, e all’icone di stile che ha generato, ha sempre un suo fascino particolare, suscitato da tutta una serie di caratteristiche che mantiene nel tempo. Roma è sempre diversa, e sempre uguale a se stessa.
Pills, il nuovo lavoro di Suarez, è un disco per chi cerca certezze. Un rap “quadrato”, spigoloso e aggressivo, ironico e coerente, che non ha bisogno di inseguire le ultime mode del momento, perché segue sempre sé stesso. Con tutto l’inevitabile carico di fisime, difetti e qualità.
Pills: Suarez e il fardello dell’Antieroe
Imprescindibile, per me, partire da un ricordo personale. Siamo più o meno nel 2014. Il Brancaleone è in quel periodo la cassa di risonanza del rap a Roma. Dal giovedì alla domenica si susseguono eventi, concerti, jam. C’è Welcome to the Jungle, nel suo periodo d’oro, e una serie di personaggi che gravitano attorno a quel mondo.
Suarez ha appena pubblicato Antieroe 2: 1,21 Gigawatt, e in quel periodo al Branca si esibisce spesso. Sul palco porta, la prima volta che l’ho visto dal vivo, uno dei suoi pezzi più iconici, contenuto nel mixtape, fatto insieme a Lino, Squadra Antialternativi: Io so stanco. Sul palco, quello che trasmette, è pura potenza. La caratteristica “erre moscia”, il cappellino con la visiera dritta, il look semplice ma decisamente Hip Hop. Anche visivamente la sua coattaggine riverberava quella Roma fascinosa, che stava scomparendo: era Nico Giraldi; era Manuel Fantoni. Era Mario Brega. Erano i Colle e i Corveleno.
L’eredità del Rome Zoo sulle sue spalle; l’estremizzazione della romanità come filosofia di stile. Un “Supercafone” che sveste i panni da macchietta che gli sono Stati cuciti addosso dalla stampa – che ha sempre visto il romano solo ed esclusivamente come una ‘maschera’, come un Trucido da non prendere sul serio – per indossare quelli dell’Antieroe.
Il fardello dell’Antieroe. Pills in qualche modo è questo. Essere contro, inevitabilmente, ti conduce a confrontarti quotidianamente con le tue zone d’ombra. Ecco dunque un disco ‘scuro’, notturno, ‘antialternativo’: un disco che non cerca la novità in sé, perché non ne ha bisogno. Un disco maturo perché consapevole. innanzitutto della propria lingua.
Alla deriva del Politically Correct Roma non può che rispondere col suo linguaggio. Un linguaggio non edulcorato, reale, crudo, senza filtri. Un linguaggio che sa distinguere le parole dalle intenzioni; un linguaggio inclusivo di tutte le espressioni – anche le più turpi – perché sa che sono le parole a veicolare i concetti, e non il contrario. Un linguaggio che le usa tutte, le parole, perché sarebbe ipocrita non farlo.
Pills, beats and rhymes
Ascoltando attentamente Pills di Suarez – con tutto il suo carico di rime, concetti, skit e campionamenti – mi è venuto in mente un lavoro di Carlo Verdone, uscito nel 1999, che raccoglieva il meglio dei suoi sketch (che altro non sono che piccoli frammenti, “pillole”, appunto) televisivi: Pillole, capsule e supposte.
Il disco di Suarez sembra, sotto questo punto di vista, incarnare il meglio (e il peggio) della sua produzione musicale. Un rap ‘semplice’, che alla schematicità – o, se vogliamo, alla ripetitività – degli argomenti sa ovviare con una dosa massiccia di stile naturale.
In fondo, è solo questione di stile. Lo stile è ciò che ci contraddistingue, che ci differenzia, che ci rende riconoscibili. Perchè si può continuare a parlare di numeri, dati e statistiche, ma se andiamo ad analizzare la sostanza della Musica, sappiamo bene che tutte queste cose, lasciano il tempo che trovano.
Un buon disco rap deve avere pochi elementi, ma tutti necessari. Una persona reale, che vive e soffre quello che racconta. Un ritmo che crea interesse nell’ascoltatore, e che è dato da come è stata pensata e strutturata la scaletta, la sequenza delle tracce. Un tappeto musicale coerente, e rime sensate. E tutto questo Pills ce l’ha.
Suarez è arrivato a un punto della sua carriera e della sua credibilità nella scena che non ha bisogno di stupire, o sperimentare, solo perchè adesso si fa così. Il rap per Suarez è una necessità, da espletare quando si ha tempo, voglia e cose da dire. Non certo per seguire il mood del mercato, o stare al passo dei tempi.
La scelta dei beat, le citazioni, lo schema rimico non si collocano oltre la realtà. E quello che a qualcuno può suonare come riproposizione del suono classico e del ‘gusto romano’ a qualcun altro suonerà come una presa di posizione doverosa nei confronti della nostra cosa, un marcare il territorio, come fanno i gatti.
GDB: Gatti de Borgata
GDB: Gatti de Borgata, insieme a Dj Craim, è il piatto forte di Pills, il singolo del disco. Il parallelismo con i gatti è interessante. Per le strade di Roma, la città che sà già tutto, devi essere diffidente, schivo e solitario. E impari in fretta ad essere affettuoso: ma solo con chi vuoi tu, e a piccole dosi.
Mai lavorato pe’ le guardie come fanno i cani/c’ho i miei ideali e poi sti cazzi dei cazzi legali/abbiamo i nostri piani siamo gli animali più ruffiani/ma non ti azzardare a darci degli infami
Come i gatti, dobbiamo imparare ad essere indipendenti, nonostante cerchino tutti e in tutti modi di castrarti, e incastrarti, e addomesticarti. Come i gatti, dobbiamo imparare anche noi a mauoverci nell’ombra, e prepararci alla resistenza in solitaria. Insieme ad altri gatti, come noi.
Nel complesso, Pills di Suarez è un disco che merita di essere ascoltato tutto. Tante le collaborazioni di spessore: Danno e Masito, rispettivamente in Come Loro, Puppets e Cronokillaz. Ci sono Il Turco, Rak, Lino, Lucci (presenze costanti nei suoi dischi). Ci sono Dj Drugo, Dj Stile, Dj Ceffo e Dj Craim.
C’è la produzione dei beat curata interamente da Suarez stesso, che come beatmaker si è sempre fatto valere (penso ad esempio all’EP Percorsi, di Supremo) anche se forse – come in questo caso – un po’ troppo limitato nel gusto, ma che resta comunque un punto di forza.
E poi ci sono due pezzi che svettano su tutti gli altri. Innanzitutto c’è Pillmatic, il dispositivo centrale, la chiave d’accesso al mondo di Suarez, con una base aggressiva e un rap perfetto, che fonde e mescola stile e riflessione personale:
La sensazione che ci siano qui troppe persone/comincia la mia confusione/il mondo si deforma mentre mi rimpicciolisco intorno aumenta la pressione/con l’affanno alla ricerca di una soluzione
Mai puntato al Teatro Ariston/solo a pensacce sale alto il voltastomaco: livello Gaviscon (“problematico”)/mi salva avecce nella tasca un farmaco/antipanico pe risultà meno antipatico
E poi c’è Crepe, l’outro, con strofe potenti e incisive, e quella bellissima skit finale, che raccoglie audio presi ds Whatsup di amici e colleghi, assemblandoli in un collage efficace, romano e romantico, a suggellare quella semplice quotidianità che il rap di Suarez si è sempre incaricato di rappresentare.
Trovi il link per ascoltare Pills, il nuovo album di Suarez pubblicato per Tak Production, qui sotto:


