Tra Inferno e Paradiso c’è uno spazio in cui si vive davvero, ed è lì che LYMB ha deciso di piantare Spirito Santo. Il nuovo album del collettivo di Besozzo e Leggiuno, in provincia di Varese, formato da Vmaki e Macrom, è uscito venerdì 25 settembre su tutte le piattaforme.
Il disco racconta la contraddizione di chi ha visto il fondo, ha intravisto qualcosa di più alto ed è ancora nel mezzo, in cerca della propria strada. Non ci sono santi, ma persone, come suggerisce anche la copertina, che reinterpreta le Sette Opere di Misericordia di Caravaggio mettendo i due artisti al centro della scena. Il tema della famiglia, intesa come comunità costruita su esperienze condivise e fedeltà reciproca, attraversa tutto il progetto.
Abbiamo incontrato Vmaki e Macrom per capire da dove nasce questo lavoro. Abbiamo parlato del titolo e dell’immaginario sacro, del rapporto con la provincia e del modo di scrivere in due, ma anche di Polo Nord, l’etichetta di Massimo Pericolo, di cui Vmaki è stato il primo artista. Ci hanno raccontato come hanno scelto di mettersi a nudo e cosa vorrebbero che questo disco dicesse di loro tra dieci anni.
LYMB: Spirito Santo racconta da dove siamo partiti
Perché “Spirito Santo” e non Inferno o Paradiso?
«Perché lo Spirito Santo è quello che sta in mezzo. Inferno e Paradiso sono due estremi, due condizioni opposte, mentre noi ci sentiamo proprio in quel punto di mezzo: abbiamo visto il basso, abbiamo intravisto qualcosa di più alto, ma siamo ancora qui, nel mezzo, a cercare la nostra strada».
C’è un momento preciso, nella vostra vita o in quella del collettivo, da cui è partita l’idea del disco?
«Più che un momento preciso, è stato un periodo. Sentivamo di avere accumulato tante esperienze, belle e brutte, e che fosse arrivato il momento di metterle tutte dentro un progetto. Dopo aver chiuso i primi 3/4 brani ci siamo decisi a voler creare un progetto più strutturato rispetto a vari singoli, qualcosa che potesse racchiudere le nostre potenzialità»
Perché le “Sette Opere di Misericordia” di Caravaggio?
«Perché in quell’opera c’è esattamente la contraddizione che volevamo rappresentare nel disco. È un’immagine sacra, ma allo stesso tempo è sporca, umana, reale. Non ci sono santi irraggiungibili: ci sono persone, corpi, strada, sofferenza e umanità».
Quale pezzo è stato più difficile da chiudere?
«Direi “Colombe”, perché è uno dei pezzi in cui ci siamo messi più a nudo. Quando scrivi qualcosa di personale è molto più difficile capire quando è davvero finito. Su altri pezzi magari cerchi il suono giusto, la barra giusta, il ritornello giusto. Su Colombe dovevamo soprattutto capire quanto raccontare e quanto invece tenere per noi».
Per noi “Colombe” è proprio uno dei momenti più introspettivi e particolari del disco. Come nasce questo brano e perché è stato scritto con questo tono?
«Colombe nasce dall’esigenza di voler mostrare una parte più fragile di noi stessi, parla ai sognatori come noi, a chi non si arrende e anche tra turni infiniti e una vita di eccessi, con un tono poetico cerca un lato più emotivo»
LYMB significa “Love you my bro” ed è un collettivo che si definisce famiglia. Dove finisce l’amicizia e dove comincia la responsabilità verso chi è nel gruppo?
«È nato in modo molto spontaneo, da un’amicizia prima di tutto, abbiamo cominciato ad uscire nella stessa compagnia, tutti e due facevamo rap e dopo vari singoli fatti insieme abbiamo deciso di creare un collettivo, Se fai parte di LYMB non sei responsabile soltanto di te stesso, ma anche di quello che rappresenti per gli altri. Questo non significa essere perfetti o non litigare mai. Significa però esserci quando serve. Se uno cade, gli altri non fanno finta di non averlo visto. È questo il senso di Love You My Bro per noi».
Siete di Besozzo e Leggiuno, lontano dai centri del rap italiano. La provincia è un limite o un punto di forza per quello che scrivete?
«A tratti potrebbe sembrare un limite per una questione di contatti, ma la provincia racconta una storia diversa, il modo di pensare cambia, si vive molto più lentamente lontani dal centro e va ad incidere sulla scrittura in una chiave di forza Non abbiamo mai avuto bisogno di fingere di vivere una realtà che non era la nostra. Raccontiamo quello che vediamo tutti i giorni. La provincia ti fa conoscere determinate persone, determinati problemi e determinati ambienti. E alla fine diventa materiale per scrivere».
Come lavorate in due sulla scrittura? Vi dividete i temi, vi correggete a vicenda o scrivete in autonomia?
«Nel processo di creazione abbiamo un’alchimia molto naturale per quanto riguarda la scrittura lavorando a determinati tipi di brani, altre volte in solitaria dopo aver iniziato un nuovo progetto, come può essere avere solo una strofa o un brano già a metà lo si propone a vicenda La cosa importante è che non c’è troppo ego. Se una barra non funziona, si dice. Se l’altro ha un’idea migliore, si prende quella. Alla fine viene prima il pezzo della singola persona».
Vmaki è stato il primo artista a firmare per Polo Nord di Massimo Pericolo. Che cosa vi ha dato e che cosa vi ha insegnato Massimo Pericolo su come si lavora a un progetto?
«Entrare in Polo Nord mi ha fatto capire soprattutto che fare musica seriamente significa anche imparare a lavorare. Non basta avere delle belle canzoni: devi saper costruire un progetto, avere una direzione e prenderti delle responsabilità».
Avete fatto un live a Barcellona e siete stati a Tolosa per lavorare in studio con alcuni vostri amici. Quanto vi hanno cambiato queste esperienze, vissute lontano dal contesto in cui siete cresciuti?
«In realtà abbiamo suonato solo a Barcellona. Lì c’è un nostro amico che si è dovuto trasferire per lavoro e siamo andati a trovarlo, e in quell’occasione abbiamo anche suonato. A Tolosa invece ci sono altri nostri amici che si sono trasferiti lì e siamo andati da loro. Ci hanno ospitato eravamo in sette in un monolocale 😂 però siamo stati bene abbiamo vissuto un po’ la loro realtà e soprattutto siamo stati in studio insieme a loro dove abbiamo registrato anche un pezzo del disco».
Tra dieci anni, cosa vorreste che raccontasse “Spirito Santo”?
«Vorremmo che raccontasse chi eravamo prima di arrivare dove saremo. Ci piacerebbe che, riascoltandolo, potessimo riconoscerci dentro. Vedere le nostre paure, le nostre ambizioni, le persone che avevamo accanto e capire quanto siamo cambiati. In fondo Spirito Santo è una fotografia non racconta dove siamo arrivati ma racconta dove siamo partiti»
Se ancora non l’hai fatto, puoi ascoltare Spirito Santo di Vmaki e Macrom qui:


