Suarez, Pills: l’intervista sul disco dell’Antieroe

Suarez

Roma ha un suono che si riconosce al primo ascolto e Suarez ne è da sempre una delle voci più coerenti. Con Pills, uscito per Tak Production, torna con un disco che parla di ansia e di quotidianità, tra il farmaco come metafora e la città come sfondo. È un lavoro in cui i beat portano la sua firma e gli ospiti sono scelti con cura, tra cui nomi pesanti della scena come Danno e Masito.

Abbiamo approfittato dell’uscita per fare due chiacchiere con lui. Si è parlato di produzione, di romanità e del peso dell’Antieroe, ma anche delle collaborazioni e di come si costruisce un disco senza inseguire le mode del momento. Ecco cosa ci ha raccontato.

Suarez: Pills, un disco senza inseguire le mode – L’intervista

Hai prodotto tutti i beat da solo. Cosa ti dà questa scelta e cosa ti ha tolto secondo te?

«Mi produco i beat da oltre 20 anni, questo è il quinto prodotto che produco per intero, questa scelta mi permette di avere sicuramente un controllo maggiore, totale in realtà, dell’intero progetto. Ho sempre avuto un modo di lavorare particolare, spesso ho un processo creativo inverso, mi capita di scrivere interi testi senza avere nessun tipo di musica di sottofondo, mi concentro molto sulle parole, mi ci ossessiono, per poi cucire invece la produzione sul testo. A livello di sound ovviamente questo mi permette anche di mantenere una certa coerenza, di negativo c’è che a volte ascoltando l’intero progetto nella sua interezza riconosco io stesso che ci sono alcune produzioni che possono risultare simili tra loro, il fatto che lo dico io stesso è perché è stata una scelta voluta».

In GDB: Gatti de Borgata, con Dj Craim, usi la metafora dei gatti: indipendenti, diffidenti, mai “infami”. Cosa rappresenta per te questa immagine oggi?

«Sono nato, cresciuto e rimasto una persona di “strada” e do un’importanza fondamentale a determinati valori. L’indipendenza deve essere un obbiettivo di tutti, riguardo la diffidenza, sono l’abate della diffidenza, fidarsi è male, il mondo è una giungla schifosa».

Pillmatic fa pensare subito a Illmatic di Nas. È un omaggio voluto?

«Ovvio che si, vi rivelo una chicca. Volevo chiamare direttamente Pillati l’album, e avevo fatto una cover alternativa che richiamava il capolavoro di Nas, forse un giorno la tiro fuori. Ci ho riflettuto su, e considerando che questo è un disco a cui tengo troppo, quella scelta magari lo avrebbe fatto sembrare piú un mixtape, peggio ancora una parodia, e non mi sembrava più il caso».

Il tuo rap è molto legato al romano e alla romanità. Pensi che oggi sia più difficile farsi capire fuori da Roma o è invece un valore in più?

«Difficile che un rapper romano non tiri fuori la sua romanità, per me sarà sempre un valore. E poi non ho mai badato a questo, ogni cosa esce come sento che deve uscire, scrivo e performo esattamente come penso/parlo/mo rapporto nella vita di tutti i giorni».

Crepe si chiude con una lunga skit fatta di audio WhatsApp di amici e colleghi. Come è nata l’idea e perché, vista la sua posizione nella tracklist, hai scelto di finire così?

«Crepe è un’analisi di me stesso, sono io davanti a un cazzo di specchio. Potrebbe essere un Suarez che parla con Valerio e viceversa, ma in sostanza tra i due non c’è mai stata alcuna differenza. Voi immaginatela cosi, finito il monologo mi metto sotto le coperte e anziché addormentarmi, mi torna in mente prima tutto quello che ho fatto durante la giornata, i dialoghi con le persone con cui mi sono interfacciato, frasi di altre persone che ho ascoltato, poi tutto si allarga e i ricordi prendono anche quello che è successo durante la settimana, poi durante il mese, poi durante gli anni. Quando mi metto a letto il mio cervello fa veramente questo viaggio infinito, tanto che addormentarmi per me è sempre stato e sarà sempre un’impresa. Quei vocali whatsapp, quelle registrazioni, sono casuali, ma anche no, è un frullato di persone diverse che parlano di cose diverse tra loro, ci sono amici stretti, parenti, animali, persone con cui lavoro, persone per me importanti che oggi non ci sono più, e questo miscuglio è esattamente quello che succede nella mia testa la notte in attesa di resettarmi».

Sei stato in tour con Danno e lo hai inserito in ben due tracce di questo disco. Cosa ti lega a lui e com’è farci i pezzi insieme?

«Siamo amici e facciamo pezzi insieme da tantissimi anni ormai, collaboriamo insieme in generale, non solo al microfono, Simone mi ha voluto in Kill Bozo, c’è un rapporto che va aldilà della musica, per me é famiglia».

Sei anche uno dei pochi che è riuscito ad avere nel disco come featuring Masito: è stato semplice convincerlo? Raccontaci di più di questo pezzo.

«Anche qui, Masito ovviamente per me è un king di Roma, un king d’Italia, è una collaborazione che mi ha fatto particolarmente piacere perché prima di questo disco avevamo lavorato insieme più volte ma solo a livello grafico, spesso unendo il suo lettering alle mie illustrazioni. Ci siamo confrontati su un paio di beat che gli avevo proposto e ho fatto scegliere a lui quello che magari sentiva più speciale rispetto a gli altri, da lì è nato poi tutto il resto. Io a Massi gli voglio bene ma faccio prima a dirvi che tutte le collaborazioni in questo o nei dischi passati, le ho praticamente fatte sempre con persone che per me sono importanti a prescindere dal discorso musica».

Hai alle spalle una lunga carriera e non sembri voler smettere. Come vivi il rapporto tra coerenza con chi sei stato e la necessità, se c’è, di rinnovarti?

«Se mi evolvo in qualche modo, magari mi sono già evoluto anzi spero di si rispetto agli inizi o perlomeno a 25 e passa anni fa, è avvenuto (o avverrà) in maniera del tutto naturale. Non sono uno di quei rapper che per creare deve guardarsi intorno e capire “cosa va oggi? Come il rap che funziona oggi?” Anzi più facile che ne resti deluso, dall’altra parte vorrei non essere ripetitivo in quello che faccio, e questa è sicuramente la parte più difficile e sulla quale sono sicuro che dovrò lavorare ancora tanto, specie quando come me fai sta roba da una vita, sei un ultraquarantenne e odi quando hai l’impressione che stai a fa un po’ sempre la stessa cosa. Magari non mi riesce ma il mio obbiettivo è sempre quello di non ripetermi, nei limiti ovviamente».

Dopo cosa viene? Ti vedi più dentro il personaggio dell’Antieroe o sei pronto a lasciarlo andare?

«Non ne ho idea, probabilmente gran parte l’ho già lasciata andare come una parte non se ne andrà mai e la ritengo comunque presente anche in questo disco. Non so sinceramente in questo momento cosa ci sarà dopo, quando e come. Io amo sta roba, è parte della mia vita, da un lato me l’ha salvata dall’altro me l’ha anche rovinata, ormai sono questo, rimarrò ad esserlo probabilmente anche quando non pubblicherò più, o quando mi farà tutto cosi estremamente cacare che non ascolterò neanche più nulla. Se ne sarò in grado fosse per me farei altri 50 album, ma devono avere senso almeno per me, vedremo».