Abbiamo davvero bisogno della rage in Italia?

Playboi Carti Milano
Photo by Burak Cingi

Quando uscì I AM MUSIC di Playboi Carti, ormai più di un anno fa, il pensiero conclusivo del nostro articolo fu: sarà interessante ora vedere come (o se) influenzerà la scena rap nei prossimi mesi. Ebbene, guardando alla scena del nostro Paese, pensiamo che i primi germogli di rage stiano sbocciando, seppur ad enorme fatica.

Il fascino che esercitano su noi europei artisti come Carti, Osamason, Yeat, Lil Uzi (ma anche lo stesso Travis) è innegabile. Ma cosa aggiungerebbe alla nostra scena una contaminazione sonora di questa wave? Abbiamo davvero bisogno di artisti che emulano questi nomi, questa attitude, questo sound, in lingua italiana?

Parliamo dei primi esperimenti fatti, e proviamo a ragionarci, provando a non partire prevenuti.

Abbiamo davvero bisogno della rage in Italia? Ciò che funziona negli States non sempre attacca qui da noi

Trattare questo tema ci ricorda l’ingresso a gamba tesa della trap in Italia di 10 anni fa. Anche in quel caso con molti attacchi, incomprensioni, chiari-scuri. Se pensiamo a come gli artisti emergenti di allora si sono trasformati oggi, viene da ridere. Ragazzini, innamorati della nuova wave dagli USA, con un sound tutto nuovo, fresco (forse incomprensibile alle generazioni prima) oggi fanno palazzetti e stadi.

La rage è di fatto un sottogenere della trap, ma l’ingresso nella scena di oggi consta delle profonde differenze rispetto al 2016. L’accoglienza sembra più tiepida, meno entusiasta e, forse, meno speranzosa per il futuro del nuovo genere. Siamo sicuramente tutti condizionati dalla velocità con cui ha brillato la trap ai tempi, usiamo quello come punto di riferimento e, forse, sbagliamo.

Prendiamo per iniziare un progetto (accolto relativamente bene) uscito qualche mese fa, in pieno stile rage. The Spring Breaker di DrefGold è un EP molto esplicativo per la nostra riflessione. Si tratta innanzitutto di un cambio di rotta significativo nella crociata artistica di Dref, e dopo l’ultimo album ne siamo solo contenti. L’aspetto positivo è proprio la voglia di reiventarsi, osare, fare musica nuova e fresca.

Il mood d’ascolto è assolutamente folle, furioso, quasi ispirato ad un’esperienza allucinogena. E funziona, senza dubbio, nel far provare all’ascoltatore italiano della trap di Dref qualcosa di diverso e musicalmente stimolante. Manca ovviamente tutto il resto. Manca un contenuto, un testo, una rima. Il messaggio arriva, sicuramente, col sound, con l’idea. Ma manca completamente anche solo un briciolo di lirica.

In questo caso non è un problema, perché il progetto è così breve, fulmineo, che si coglie la volontà di favorire l’esperienza alla sostanza. Del resto, la trap specialmente in Italia non ha (quasi) mai avuto come focus il testo, e non ci sarebbe motivo per cui la rage dovrebbe essere da meno.

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Il grosso problema soggiunge quando la rage non è il filo conduttore di un EP, o un mixtape, ma di un album intero, con più di 20 tracce. Sulla linea di Carti, Glocky ha voluto creare un album completamente in stile rage, che ha completamente spaccato in due il pubblico, fan compresi. Un’esperienza d’ascolto lunga, estenuante, crudissima, che ci pone ad una realtà inevitabile.

Carti, in Italia (in italiano), probabilmente non avrebbe funzionato. Se un album trap base, anche molto plasticoso, prova a inserire qualche barra più sentita qua e là, in Freestyle di Glocky questo non avviene. Sicuramente il mood non lo permette, ma in Italia ormai anche l’ascoltatore medio ha bisogno di un gancio col testo, anche piccolo e frammentato.

A fare tutto il lavoro sono le produzioni (seppur non per tutti) di alto livello. Glocky tenta di cavalcare il beat senza riuscire a portare a casa nulla. E se l’obbiettivo è quello di far provare qualcosa ben venga: ma vedendo anche altri artisti giovani provare a fare la stessa operazione, sorge la domanda. Ne abbiamo davvero bisogno?

La (non) risoluzione del problema

Le contaminazioni rage, dubstep, hard-tecno, ci sono da ormai alcuni anni nel nostro rap. Non stiamo quindi parlando di un suono completamente alieno, arrivato improvvisamente dall’altra parte dell’oceano. Piuttosto, di una sua possibile evoluzione, quando le influenze smettono di essere elementi inseriti in una traccia e diventano il fulcro di un artista o di un progetto.

Ed è qui che, secondo noi, la questione si complica. Perché non è solo “importare un sound“: è anche importare un immaginario, un’estetica, un modo di stare sul beat. La storia della musica italiana ce lo ha insegnato varie volte: quello che arriva dall’estero funziona davvero solo quando viene metabolizzato e fatto nostro. La trap italiana non è mai stata semplicemente la trap americana tradotta in italiano. Nel tempo gli artisti hanno costruito un linguaggio diverso, adattando suoni e formule alla nostra lingua, al nostro pubblico e soprattutto al nostro modo di raccontarci, seppur pacchiano e provocatorio in questo caso.

Il problema non è che gli artisti italiani facciano rage. Il problema è che sembra stiano semplicemente rifacendo la rage degli altri.

Ed è un problema innanzitutto perché la rage non è soltanto una tipologia di beat su cui mettere sopra un flow. Carti non sarebbe Carti senza l’utilizzo musicale della voce, senza quella capacità di trasformare le parole in suono. Uguale per Lil Uzi, Yeat e molti altri: la componente melodica e vocale dell’artista è parte integrante della strumentale. Per dirla in parole povere, il rapper, nella rage, deve essere tutt’uno con la produzione.

Questo manca nei progetti visti prima. Pensiamo che stia venendo affinata, progetto dopo progetto, solo da 18K, soprattutto nell’ultimo album IO. Un progetto molto rage in alcuni punti, ma con una struttura solida e più varia rispetto a un album full-rage come quello di Glocky. Il che non ci stupisce, da un artista che rifiuta le etichette di questo genere. E forse è proprio questo il punto di svolta.

Continuiamo a chiamarla rage perché abbiamo bisogno di una definizione, ma probabilmente gli esperimenti più interessanti arriveranno quando gli artisti smetteranno di preoccuparsi dell’etichetta. Glocky ha fatto leva per mesi sull’originalità del genere proposto, della wave che stava portando, ponendosi un po’ come il Carti italiano. Ma la contaminazione elettronica hard nel rap italiano può andare in moltissime direzioni. Può diventare più techno, più industrial, più pop, più punk, incontrare la melodia oppure distruggerla completamente (vedi 18K). La rage può essere semplicemente il punto di partenza.

Ed è anche per questo che non bocciamo completamente esperimenti come quelli di DrefGold o Glocky. Anzi, probabilmente il loro valore più grande non sta nemmeno nel risultato finale, ma nel fatto stesso di esistere. In una scena che spesso si lamenta della mancanza di novità, vedere artisti disposti a rischiare dovrebbe essere sempre una buona notizia. Non tutti gli esperimenti devono funzionare: qualcuno deve anche fallire.

La trap italiana del 2016 che oggi ricordiamo con tanta nostalgia era piena zeppa di brani discutibili, copie evidenti e artisti spariti dopo pochissimo tempo. Oggi ricordiamo soltanto chi è riuscito a trasformare quell’influenza in qualcosa di epocale. Tra tutti i tentativi di imitare Carti, Yeat, Osamason o chi arriverà dopo di loro, qualcuno prima o poi troverà una strada propria, e magari non la chiameremo nemmeno rage.

Quindi, abbiamo bisogno della rage in Italia?

Probabilmente no. La domanda giusta, forse, non è se la scena italiana ne abbia bisogno. La scena italiana non ha bisogno di nessun genere in particolare: ha bisogno di artisti che abbiano qualcosa da aggiungere e da raccontare. Se la rage diventerà soltanto un nuovo vestito da indossare, durerà poco a nostro avviso. Se invece servirà a spingere una generazione di artisti e producer fuori dalla propria comfort zone, allora avrà avuto un senso. Per ora siamo ancora all’inizio, i primi germogli ci sono, ma sono fragili. Alcuni sembrano già troppo simili a ciò che abbiamo visto altrove, altri non sono ancora riusciti a capire davvero quale direzione prendere.

Ma è normale: nessun movimento nasce già completo, nessuna scena trova la propria identità ai primi tentativi.

Dieci anni fa guardavamo i primi trapper italiani con la stessa diffidenza con cui oggi molti guardano chi prova a fare rage e (chissà) forse tra dieci anni lo ricorderemo come un momento di gran cambiamento. Oppure non ci ricorderemo nemmeno che è successo.