Casini di Marracash e Guè nel mirino delle critiche: perché tanto accanimento?

Marracash e Gue Pequeno

Casini, il nuovo singolo di Marracash e Guè uscito per celebrare il live per i dieci anni di Santeria, sta ricevendo in queste ore una mole di critiche che, a guardare bene il resto del panorama rap italiano del 2026, appare fuori scala. Il sample riconosciuto tra Gangsta’s Paradise di Coolio e Pastime Paradise di Stevie Wonder è diventato il pretesto principale per bocciare il pezzo, insieme all’accusa di aver seguito una moda, quella del campionamento dichiarato di brani storici, che negli ultimi anni ha attraversato mezza discografia internazionale.

Casini di Marracash e Guè, un pezzo poco memorabile ma non il disastro raccontato

Lo ribadiamo fin da subito: Casini non è il brano migliore nella storia della coppia. È un regalo per i fan legato al decennale di Santeria, non un tassello pensato per essere ricordato tra dieci anni. Ma tra dire che non è il pezzo più riuscito e trattarlo come un fallimento creativo ce ne passa, e la sproporzione tra il peso reale della critica e la natura occasionale del brano è il primo elemento che salta all’occhio.

Il campionamento esplicito di brani riconoscibili è pratica antica nell’hip hop, non un’invenzione recente né tantomeno un’operazione furba pensata per rincorrere l’ascolto facile. Ha attraversato tutto il mondo, diversi generi musicali, ed è tuttora uno strumento che, se usato con criterio, permette di costruire ponti tra epoche musicali diverse. Il punto è che la stessa critica, applicata con coerenza, dovrebbe travolgere buona parte della scena, italiana e non, che negli ultimi anni ha fatto lo stesso, spesso con risultati meno interessanti di quello ottenuto con Casini.

Qui arriva il punto che vale la pena mettere nero su bianco. In questo momento, in Italia, hanno spazio e ascolti rapper oggettivamente meno bravi di Marracash e Guè (ma dai?), autori di testi dove spesso non si dice nulla di rilevante, dove alcune idee restano abbozzate senza essere sviluppate, o peggio, dove la dizione e la scrittura sono talmente approssimative da rendere incomprensibile quello che viene detto. Sono contenuti triti e ritriti, ciclici, che si ripetono da stagione a stagione con variazioni minime. Eppure di questi brani, di questi rapper, i media di settore parlano continuamente, li seguono, li rilanciano, li mettono nelle proprie playlist e nei propri contenuti social, perché generano numeri e perché il ciclo dell’attenzione premia chi fa rumore, non necessariamente chi scrive meglio.

Perché tanto accanimento?

Da questa settimana sembra invece che si faccia a gara a chi smonta di più Casini. Un pezzo che, con tutti i suoi limiti, resta scritto con più cura e più consapevolezza tecnica di buona parte di quello che circola oggi nelle classifiche italiane. La domanda, a questo punto, sorge spontanea: perché succede proprio con Marracash e Guè, due degli artisti più solidi e influenti nella storia recente del rap italiano, e non con chi scrive oggettivamente peggio e viene invece coperto di attenzione mediatica?

Forse perché è diventato cool criticare chi prima non veniva mai criticato e Marra e Guè, dopo Santeria, come duo sono rimasti per molti fuori da quella lista.