TY1 ha presentato al pubblico JUNKIE MUSIK, producer album approcciato con la sapienza dell’esperienza accumulata dal produttore, abbinata ad una sana innovazione che vuole stare al passo coi tempi senza snaturare il background originario del proprio creatore. Il disco è articolato attraverso l’equilibrio tra vecchia e nuova scuola e gli ospiti selezionati hanno avuto l’opportunità di confrontarsi e misurarsi su un campo da gioco stratificato. TY1 ha provato ad imporre il suo stile senza inseguire i trend, ma allo stesso tempo focalizzandosi anche su quello che la musica in questo momento sta proponendo. Abbiamo avuto l’occasione di intervistare TY1 ed approfondire tutta una serie di chicche e retroscena sull’album. Prima di godervi la lettura, schiacciate play e pompatevi il disco!
Intervista a TY1: l’equilibratore
Ciao TY1, benvenuto e grazie! Oggi siamo qui per JUNKIE MUSIK, il tuo nuovo disco. Qual è il focus primario che ti sei prefissato per questo progetto e come lo hai rapportato rispetto a quanto sta accadendo nel panorama musicale italiano?
«Ciao Rapologia, grazie a voi per l’invito. Quando lavoro a un disco e mi concentro sulla musica, non mi lascio mai guidare da ciò che va di moda, dalle classifiche o dai numeri, ma seguo il mio gusto personale. Non mi sono mai messo a tavolino per cercare di costruire il suono o la canzone del momento. Quando si realizza un album, è importante riuscire a creare un suono riconoscibile e compatto, evitando che il disco diventi una semplice playlist o una compilation. Anche se le canzoni non sono tutte uguali, nel mio caso ho cercato di dare all’album una coerenza sonora ben precisa. Il mio obiettivo principale è proprio questo: definire un sound che lo caratterizzi».
Il mondo dei producer inerenti al rap italiano è in espansione. Rispetto al passato, i produttori sono maggiormente esposti. Questo comporta dei notevoli vantaggi e riconoscimenti, ma allo stesso tempo i rischi sono aumentati considerevolmente. Qual è la chiave per gestire al meglio questa opportunità?
«Sono ormai diversi anni che escono album firmati da producer e penso che questo fenomeno sia destinato a crescere. Il rischio, però, è quello di realizzare delle semplici compilation. Per evitarlo, bisogna riuscire a portare gli artisti che si coinvolgono nel proprio mondo sonoro, anziché adattarsi completamente al loro stile. In un album da producer, è l’artista ospite che deve, in qualche modo, entrare nel tuo universo musicale. Credo che questo sia l’aspetto principale da gestire. Naturalmente, è una sfida e può anche rivelarsi un fallimento: bisogna essere bravi a gestire il progetto e a sfruttare le opportunità. Un album da producer può offrire una visibilità maggiore rispetto al lavoro dietro le quinte in studio, dove spesso il disco esce a nome del cantante e chi lo ha prodotto rimane in secondo piano, senza comparire tra gli artisti principali. Essere il protagonista del proprio album, quindi, rappresenta una grande opportunità per un producer. Ma bisogna saperla sfruttare e, soprattutto, saper costruire un disco che abbia una propria identità».
Il titolo mi riporta un po’ agli Junkie Movies, pellicole che utilizzano spesso riprese sporche e un crudo realismo. Penso soprattutto a Trainspotting, forse film cardine di questo filone. La tua idea era trasferire questo imprinting nei tappeti musicali?
«Più che ai film sui junkie che avete citato – come Trainspotting, che adoro – il titolo Junkie Musik rimanda a diverse cose. C’è il junk food, la spazzatura, ma anche il consumo compulsivo di musica a cui assistiamo negli ultimi anni: ascolti pochi secondi di una canzone, fai skip e passi alla successiva, spesso senza averla neanche ascoltata davvero. C’è persino chi realizza reaction ai dischi dopo aver sentito appena pochi secondi di un brano, esprimendo subito un giudizio. È un approccio che trovo sbagliato. Ho scelto questa espressione anche perché descrive il mio rapporto con la musica: ne sono ossessionato da sempre e non mi sazio mai, è come se avessi continuamente bisogno di nutrirmene. In questo senso, è un po’ come il junk food: qualcosa di cui non riesci a fare a meno, pur sapendo che può essere tossico. Allo stesso tempo, il nome richiama il valore che oggi, purtroppo, viene attribuito alla musica, spesso trattata come un prodotto usa e getta: la prendi, la consumi e la butti, per poi passare subito a qualcos’altro. Quando ho iniziato io, invece, il rapporto con i dischi era diverso. Si dava loro più valore e li si ascoltava anche per anni, considerando tutto il tempo e il lavoro necessari per realizzarli. Infine, Junky Musik era anche l’espressione più urban che mi venisse in mente. Richiama lo sporco, la strada e le origini della nostra musica, che nasce proprio dai suoni della strada. Per questo ho scelto quel nome».
Pensando al tema JUNKIE è inevitabile soffermarci sullo stile della trap. Ti chiedo: qual è la linea sottile che separa l’esaltazione strumentalizzata da un’elevazione del degrado?
«Credo che la linea sottile stia nella consapevolezza con cui si raccontano certe cose. C’è una grande differenza tra glorificare il degrado e riuscire a trasformarlo in arte. La trap, l’hip hop e il rap nascono dalla strada e sono generi che possono dare voce a situazioni difficili e a mondi spesso ignorati o giudicati dall’esterno, specie da persone che non li conoscono e non li vivono direttamente. Il problema non è parlare di droga o di eccessi, ma il modo in cui lo si fa: raccontare una realtà non significa necessariamente promuoverla. Penso che oggi il degrado sia diventato anche un’estetica, qualcosa da vendere. Ed è proprio lì che si rischia di perdere l’autenticità di ciò che si racconta e, di conseguenza, di ciò che si è».
TY1, sei un producer dalle spalle larghe che si confronta spesso col mainstream. Come trovi il giusto equilibrio per mantenere intatta la tua credibilità in un ambiente che tende spesso a seguire algoritmi e calcoli numerici?
«Forse il mio punto di forza è la gavetta che ho fatto. So da dove sono partito e cosa ho attraversato, e ogni giorno, per me, è come se fosse il primo. Sono felice di aver realizzato questo album, del risultato e di come sta andando, ma non penso di essere arrivato a un punto d’arrivo. Ho sempre cercato di tenere i piedi per terra, perché non ho mai misurato la mia carriera o il mio modo di fare musica in base ai numeri. Il mondo degli algoritmi, dei social e delle classifiche è relativamente nuovo per me: faccio musica da quando non esistevano Instagram, Facebook e nemmeno i telefoni cellulari come li intendiamo oggi. L’esperienza accumulata negli anni mi ha aiutato ad adattarmi ai tempi, senza perdere il mio punto di vista e senza lasciarmi condizionare da una percezione distorta della realtà. Per me la realtà è ciò che vedo quando vado a fare una serata o salgo su un palco e mi trovo davanti alle persone che ascoltano la mia musica. È lì che capisco davvero cosa sta succedendo, non nei giudizi espressi da qualcuno dietro una tastiera. La cosa fondamentale è non lasciarsi guidare né influenzare da numeri, algoritmi e schermate del telefono, dimenticando ciò che conta davvero».
Nel disco concedi spazio anche a Caneda, feat tutt’altro che scontato. Spesso i produttori escludono dei nomi perché poco “quotati”? Nel mondo dei producer esistono dei calcoli su chi è più o meno in hype?
«Ho scelto Caneda perché alcune cose che ha fatto mi sono rimaste impresse nel tempo, a partire dalle strofe memorabili nei pezzi con Guè. Quei banger di strada sono indimenticabili. A un certo punto ho semplicemente sentito il desiderio di averlo nel disco, senza pensare ai numeri o agli streaming. Volevo coinvolgerlo e l’ho fatto, affiancandolo a YD Frost, uno dei giovani artisti più interessanti del momento, che secondo me si combina benissimo con lui. Non l’ho chiamato perché pensassi che la sua presenza avrebbe garantito grandi numeri o un ingresso in classifica. L’ho fatto per il piacere di realizzare una canzone insieme e di proporgli un beat che ero sicuro avrebbe funzionato. E così è stato. Per me coinvolgere Caneda, come altri artisti, rappresenta anche una sfida. Quello che mi interessa è la musica e il risultato finale».
Oggi i producer album possono ancora svolgere il ruolo di talent scout?
«Non scelgo gli artisti da coinvolgere in base al loro hype o al fatto che siano i nomi del momento. Alcuni di quelli presenti nel disco oggi stanno ottenendo ottimi risultati, ma quando li ho contattati non erano ancora così conosciuti. L’album è in lavorazione da due anni e molte delle sessioni in studio risalgono a diversi mesi fa. Per esempio, quando ho chiamato G.Mineiro per il pezzo con Macello, non aveva ancora pubblicato “Splinter Cell” né il disco che successivamente è entrato in classifica. Non era ancora esploso. Vedere questi ragazzi crescere e ottenere risultati con la loro musica è per me una grande soddisfazione, perché conferma ciò che avevo intuito in loro fin dall’inizio. Un brano che mi ha dato una soddisfazione particolare è “Monopolio”: quando ho coinvolto Kid Yugi e Nerissima Serpe, erano due ragazzi che non avevano ancora ottenuto i risultati che hanno raggiunto in seguito. Vedere che, anche grazie a quella canzone, la loro musica è arrivata a un pubblico sempre più ampio è stato bellissimo. La mia soddisfazione più grande è riuscire a fare centro proprio con artisti che non sono ancora sotto i riflettori. In questo senso, credo che un producer possa svolgere anche una funzione da talent scout. Attraverso il mio disco, gli ascoltatori possono scoprire nomi nuovi, come Kay Carter e JeFlako, che non hanno ancora un seguito enorme sui social o grandi numeri in generale. Spero che questa opportunità permetta alla loro musica di raggiungere più persone».
TY1, per quanto concerne le collaborazioni, ti chiedo: ti sei adattato agli stili degli artisti o hai lasciato che fossero loro ad adeguarsi al sound? Hai lavorato alle strumentali essendo già cosciente delle papabili combo?
«La maggior parte delle strumentali era già pronta prima che iniziassi a lavorare al disco. Ne avevo realizzate parecchie pensando all’album, ma poi, durante il percorso, le ho modificate e in alcuni casi ho creato nuove basi direttamente in funzione di una canzone. Per esempio, per il brano con Sayf e Frah Quintale avevo diverse idee, ma confrontandomi con loro ho capito che la direzione giusta fosse quella di una produzione più classica. Quando ho proposto loro quella soluzione, è piaciuta a entrambi. Avrei potuto sviluppare un certo tipo di sonorità con Sayf e un altro con Frah, ma la sfida era riuscire a unire i due mondi. Lo stesso è successo con Ele A e 18K: ho cercato di far incontrare le loro identità attraverso una direzione più vicina al rage, che è stata apprezzata soprattutto da 18K, ma anche da Ele A, che si è messa in gioco in questa collaborazione. Dipende sempre dal brano. “Proiettili”, per esempio, è difficile da definire dal punto di vista musicale: mette insieme Noyz Narcos, Rrari e Guè su una produzione che attraversa sonorità amapiano, afro e baile, soprattutto nel drop, oltre a influenze reggae e dancehall. È un esperimento che, secondo me, artisti come Noyz, Guè e Rrari potevano permettersi proprio lavorando con me. Sono sicuro che, da soli, difficilmente avrebbero realizzato qualcosa del genere. In questo senso, porto sicuramente il mio contributo e la mia visione, chiedendo agli artisti di mettersi in gioco anche su sonorità che escono dalle loro abitudini. Un album da producer deve essere anche un’occasione per sperimentare. Lo stesso vale per “Rambo”, con Macello e G.Mineiro, e per “Panama”: sono brani che nascono dalla volontà di esplorare soluzioni diverse e proporre nuovi suoni. È fondamentale che sia io a portare una direzione musicale precisa, altrimenti il disco rischia di diventare semplicemente una raccolta di brani degli artisti coinvolti, perdendo la propria identità e trasformandosi in una compilation».
Chiudo chiedendoti: rispetto al resto del mondo, quali sono i pro e i contro dei producer italiani?
«Qualche anno fa avrei risposto diversamente. All’epoca, l’Italia aveva sicuramente meno opportunità rispetto a Paesi come la Francia, la Germania, gli Stati Uniti o il Giappone. Oggi, invece, siamo tutti molto più vicini. Grazie alle piattaforme di streaming, a Instagram e ai social in generale, possiamo raggiungere facilmente pubblici diversi: le persone possono ascoltare la nostra musica e noi possiamo scoprire quella degli altri molto più rapidamente. La ricerca musicale è diventata più immediata e il mercato si è progressivamente globalizzato. È quindi più semplice entrare in contatto con artisti stranieri, collaborare e favorire uno scambio culturale. In questo momento, secondo me, le differenze tra i vari Paesi sono molto meno marcate rispetto al passato».
TY ci ha salutato così:
«Grazie a voi per questa bella intervista. Ascoltate Junkie Musik, ma fatelo con calma: non abbiate fretta di ascoltare la musica, assaporatela!»


