Back in the Crates, 4 – Musi della Cricca dei Balordi. Supa, Rido e l’epopea dei baggy jeans

Cricca dei Balordi

Oggi la personalità fatica ad emergere. È più facile assomigliare a qualcun altro che costruirsi una propria identità sonora. Parola dell’algoritmo. Eppure c’era un tempo in cui essere diversi rappresentava una conquista, ed era l’unico modo per distinguersi realmente. C’era un tempo in cui, nonostante l’assenza di interesse mediatico e di pubblico, si sviluppava l’arte del rap: era una pratica ‘catacombale’, carbonara, di nicchia. In tutta Italia lo stile regnava sovrano, e piccoli capolavori venivano scolpiti nel vuoto. Un vuoto che si sarebbe presto riempito. Di attenzioni e di imitatori.

Scavando nella polvere – ormai soltanto metaforica – dei vecchi dischi, mi è ricapitato di ascoltare Musi. In concomitanza con l’uscita del loro nuovo disco, YETI, riscoprire oggi la Cricca dei Balordi significa riscoprire l’essenza di questa disciplina. Istinto, rabbia, condivisione. La dimensione del live. Perché è nel live che si costruisce una personalità musicale.

Musi della Cricca dei Balordi. Supa, Rido e l’epopea dei baggy jeans

Aneddoto personale. Sarà stato più o meno il 2012, o il 2013. Prima dell’esplosione del pop-rap e della trap, la generazione nata nella metà degli anni 90 si stava formando un gusto. La nostra ansia di scoperta – trasversale e confusa – ci conduce, a un certo punto, ai Balordi.

Musi è un disco che non poteva non entrare nel nostro canone. Un disco profondamente radicato (e radicale), con una matrice chiara. Urlato, sporco, sentito. Cazzaro quanto basta. Un pezzo, in particolare, era fisso nelle nostre rotazioni musicali al parchetto. Un pezzo identitario, come quel capo d’abbigliamento richiamato nel titolo: Baggy jeans. Esordiva così Supa:

Abbiamo pantaloni larghi, cazzo ti guardi/quando si fa tardi, dalle nostre parti…/tiro il cavallo fino a sotto le ginocchia/chi mi guarda male lo riguardo con spocchia.

Questo sono io, problemi vostri se non vi piaccio”, sembrava dirci quel pezzo. Ci dava la bussola per affrontare una società non ancora pronta (ma poi, oggi, lo è?) all’Hip Hop. Musi è un disco composto da due MC – Supa e Rido – nel pieno della loro maturità artistica. Autorevoli voci della periferia urbana.

Voci che ridono, urlano, invocano. Un’intera “cultura gutturale”, la cultura della provincia. Arrabbiata, con la patina di strada appiccicata addosso, e che si trascina dietro un mondo di treni, corsette, coincidenze e aspettative deluse.

Ogni tanto ci penso ed è come se fossi nato a Brooklyn/Tra rapine e stupri/Tra sciacalli e lupi, con tramonti brutti e cupi/Tirato su a calci in culo e senza aiuti/Ma è la mia provincia quella che ha fatto da ostetrica/Lasciato lì con sentenza e senza replica

La Cricca Dei Balordi, in Musi, ci restituiscono la provincia. Una provincia propulsiva, arrembante, consapevole. Pennellata dentro un affresco dalle tinte chiaramente Hip Hop.

C*zzo, sì!

Difficile non contestualizzare un’opera nel suo tempo. Difficile e insensato, in apparenza. Il fruitore non ne ha sempre piena coscienza, e associa così quella particolare opera al periodo storico nel quale l’ha effettivamente scoperta.

Ma una maggiore consapevolezza esige una ricostruzione dettagliata. Perchè possiamo anche ascoltare un disco di vent’anni fa oggi, ed apprezzarlo per la sua contemporaneità, per le emozioni che suscita in questo preciso momento; eppure, tutto ciò non ci restituirebbe un quadro dettagliato. Non ne apprezzeremmo tutte le sfumature.

Musi esce nel periodo più buio del rap italiano. Le etichette discografiche disertano, le radio e i media scappano. Le mani che i pionieri si erano rifiutati di baciare prendono alla gola il rap, trascinandolo in un baratro d’incertezze e di passività. Eppure, in quel baratro, qualcosa s’agitava. In Storia del rap italiano, Alessandro Verdini scrive:

Giovani artisti iniziavano ad emergere… formando la nuova scuola che avrebbe poi avuto un ruolo fondamentale durante e dopo la crisi del rap italiano dei primi anni duemila.

Una crisi multifattoriale, nella quale – nonostante le ‘perdite’ evidenti soprattutto a cavallo fra i due millenni – una nuova generazione di rapper era cresciuta, e non aveva la minima intenzione di cedere il passo (il microfono). Una generazione di MC evolveva il proprio stile a prescindere dal pubblico e dai media. Senza pressioni, si delineava la strada.

Su quell’ultimo treno per Sesto

Si spiegano così molti dei pezzi di “resistenza” contenuti in Musi della Cricca Dei Balordi: pensiamo ad esempio ai ‘pezzi di stile’, come Definitivi, B-boys wanna have fun, Culi Duri, o la skit Vibra, dove un sedicente ascoltatore di rap old school si confronta con la nuova serie di dischi (e di personaggi) di questa rinascita in prospettiva.

Una resistenza tutt’altro che passiva. C’è un entusiasmo che straborda ed influenza. C’è un lavoro meticoloso anche nei pezzi ‘riempitivi’ (le skit, delle vere e proprie micro-sceneggiature), e c’è una forza espressiva che può nascere solo in un contesto come quello della “Grande Depressione del rap italiano“.

Non c’è un mercato che impone e manovra, nell’ombra. Una grande libertà – data da una totale mancanza di attenzione mediatica – espressiva e contenutistica, propria delle opere migliori. E qui la domanda sorge spontanea: in tempi come i nostri, potremo assistere nuovamente a dischi come questo (liberi, potenti, anarchici)?