Miria è l’apice artistico di 22Simba sotto ogni punto di vista

22simba

Seguire un artista lungo la sua discografia ci permette di cogliere le varie sfumature della sua crescita. Raramente nel rap-game si trovano percorsi artistici lineari, perfetti, sempre in hype, e 22Simba sicuramente non rientra in questa categoria. Ma siamo convinti nell’affermare che l’esplosione di 22 negli ultimi due anni sia qualcosa di incredibile e, al tempo stesso, dannatamente autentico. La frequenza della sua produzione ci ha permesso di notare la graduale evoluzione della sua penna, della sua attitude, del suo modo di intendere il rap. L’artista ancora in erba di V per Ventidue ci sembra lontano anni luce e, oggi, possiamo finalmente parlare dell’attesissimo disco, molto più completo, Miria.

Miria riesce a coniugare le principali ramificazioni artistiche di 22Simba: un disco ricco e costruito bene

L’unico grande impedimento all’album di esordio di un anno fa era, a nostro parere, un approccio ancora acerbo alla scrittura. Un progetto che ricordiamo breve ma intenso, frizzante, con vari punti memorabili, ma che svelava solo una piccola porzione del potenziale di 22Simba. Ciò che sicuramente colpiva, e che ha portato il disco al successo, era il concept preciso e coeso che legava le tracce.

Con alcune tracce più morbide, altre più feroci, il racconto era puramente incentrato sulla strada, sul blocco, sui legami viscerali che vi si formano. E, per quanto fosse solo una delle sfumature di 22, colpisce ancora oggi l’autenticità di quell’album, la voglia di mostrare la propria visione, il proprio mondo.
Con Miria tutto questo viene elevato liricamente.

22Simba ci prende per mano e, nei tre “atti” che compongono il progetto, cerca di raccontarci la sua identità nella maniera più completa e cristallina possibile. Ci sono pochi compromessi in scaletta, e soprattutto nessuna aggiunta bonaria o perbenista: nelle pieghe chiaroscurali del suo racconto ci sputa la sua verità in faccia, in modo ruvido, vero, con un flow, aggiungeremmo, decisamente migliore rispetto a un anno fa.

Ed è apprezzabile, ancor più da un rapper giovane, la voglia di creare un album così ben definito, costruito con una logica e su un concept solido: sulla scia di Promessa e Praci, pensiamo davvero che questa nuova scena sia un bene per il nostro genere.

Atto I: la rivalsa sociale non è tutto

Già ampiamente toccato con Arricchiti (feat Guè) — uscita in anteprima qualche settimana fa — il tema del primo atto è quello della rivalsa sociale. La narrativa del successo rimane molto feroce, diretta, della logica “se lo voglio me lo prendo”. Il rapper sta lavorando da tutta la vita per raggiungere il suo obiettivo, e l’unico modo per farlo sembra essere battersi costantemente per ciò che si vuole. Questo nel tentativo di mantenere autoconsapevolezza e identità, senza farsi trasportare dall’ebbrezza del denaro. In Abercrombie scrive:

Quando ho capito che posso, già sapevo che dovevo
Non son cresciuto col tempo, non ho aperto gli occhi al mondo
Gli altri li han tenuti chiusi, io ci ho fatto sopra gli euro

L’Atto I risulta profondamente lineare all’ascolto anche e soprattutto perché è il rapper che già conosciamo, ma molto più coerente e diretto nel raccontare le cose. Rimane per le prime tracce nella zona di comfort, ma accompagnato da produzioni di alto livello e da una lirica tutta nuova: di fatto prende il pubblico che già ha e gli regala il meglio di sé. Nella sua zona di comfort “vince facile”, ma senza rimanere ancorato al flow e alla penna dei progetti scorsi.

Non a caso troviamo qui il featuring con Promessa: i due big della nuova scena spaccano quasi a priori se rappano insieme. Anche qui: tanta ferocia, tanta voglia di arraffare, ma sempre con un sottotesto valido, denso, forse più del pezzo con Guè.

La retorica pacchiana del flex è messa in ombra dalla piena autoconsapevolezza di quelle che sono le proprie capacità, le proprie pulsioni, le proprie priorità: famiglia, amici, fan. Non si presenta come un rapper indistruttibile, come il king del genere: l’immagine è quella di un ragazzo che ama alla follia fare rap e guadagnarci, senza perdere di vista ciò che l’ha portato in cima. Da Valle dei Re:

Uno, volevo quei soldi che senza quei soldi non ci piangi neanche un tuo caro
Finché non avevo casa per farci una bimba, l’amore l’ho trovato vano
Vengo da certe di storie che certe morali son come veleno
Mio fra’ non crede a nessuno, non ha ancora niente, non mi vuole in gara a Sanremo

Atto II: la poetica di 22Simba

Ci piace vedere il secondo atto come il punto del disco in cui 22 ha preferito liberare la sua vena lirica. Si rende conto di non avere una scrittura granitica, un flow a incastri matematici, e proprio per questo si sente in dovere di raccontare la sua visione. Se non la raccontasse con i suoi riferimenti e con il suo modo di fare musica, probabilmente risulterebbe molto meno autentica, e di conseguenza poco valida.

Non a caso la “musa” che ispira il rapper nel disco è il ricordo di sua nonna Miria, da sempre esempio per lui e la sua famiglia di valore, tenacia e impegno, tutti ideali che 22 cerca di imbrigliare nella sua vita e nella sua musica, senza farsi condizionare dal resto. Da Miria:

M-M-Miria ha provato freddo e fame, odierebbe queste collane
Anche se non è in grado di odiare, anche se c’è sopra il suo nome
Lei non capirebbe il mio male, se ne farebbe uguale un peso
Lei non se l’è fatto bastare, l’ho apprezzato per davvero
È differente, un po’ mi ispiro, ma diffidente
Nel mio “Non dai mai, se non ricevi niente”
E io non vorrei mai accostarmi alla parola “accontentarsi
Tanto quanto imparare a ridere realmente

Ascoltando tracce come questa – o anche Soldi e Mattoni e Ti Darò – ci si rende conto che 22Simba è all’apice della sua discografia. Non perché non possa migliorare, non perché non farà altri progetti validi. Ma perché ha finalmente trovato la sua “quadra lirica”. Ha capito la modalità e il senso di quello che sta facendo, è riuscito a dar prova di sé nella sua narrativa del cuore, quella della strada, ed è consapevole delle forze e dei limiti della sua penna.

È proprio in questo Atto che Miria smette di essere soltanto il racconto di rivalsa di 22simba e diventa qualcosa di più personale. Il successo, la strada, i soldi e il potere smettono di essere traguardi: diventano strumenti attraverso cui guardarsi allo specchio. Ha presentato il disco dicendo:

Ho cercato fame, ho cercato soldi, ho cercato pace, per ritornare a cercare potere. Finire nel ritrovarmi in qualcuno che non volevo essere. Ho dovuto correre mille mila chilometri per apprezzare il mio primo passo.

È forse questa la contraddizione più interessante di Miria, ma in generale del successo col rap: correre verso qualcosa per poi scoprire che il punto non era soltanto arrivare. La strada che nell’Atto I sembrava abbastanza certa, diventa nell’Atto II la lente attraverso cui rileggere sé stessi. E 22 sembra avere gli strumenti per farlo senza nascondersi dietro un personaggio, senza ver bisogno di accontentare nessuno. Questa sua poetica “imperfetta” ha comunque un pubblico enorme, affezionato, a cui il rapper sente di dovere tutto.

Atto III: quando le due anime si incontrano

Se il primo atto è la fame e il secondo è l’introspezione, il terzo è il momento in cui queste due componenti smettono di “combattersi” e iniziano a convivere. È qui che Miria trova -secondo noi- il proprio centro: la strada e la poesia, la voglia di prendersi tutto e quella di capire cosa farsene una volta ottenuto.

Il connubio tra le due anime di 22Simba è probabilmente il passaggio più interessante dell’intero progetto. Non c’è più una separazione netta tra il rapper che vuole arrivare e quello che si interroga su dove stia andando. Sono la stessa persona, raccontata in momenti diversi della propria crescita. Scrive in Provinciali:

Certe cose, sì, è meglio se non le sai
Certe cose invece devi affrontarle, dovrei farlo in freestyle
Tutta la rabbia che hai, fanne buon uso, fratello
Eravamo tutto fumo, vendevamo solo quello
A fare spalla a spalla per un decennio

Emblema perfetto di questo passaggio è Pass per il paradiso, con il feat di Paky. Il brano porta dentro di sé entrambe le facce di 22: quella più diretta, terrena, legata alla strada e alla fame, e quella più intima e riflessiva. Il titolo stesso sembra racchiudere la contraddizione: il paradiso come destinazione, ma anche come qualcosa che bisogna attraversare, meritare, forse persino mettere in discussione.

Ed è proprio questa la forza dell’Atto III. Non serve più scegliere tra le due versioni di 22Simba, perché Miria ci dimostra che possono stare tranquillamente nella stessa stanza. La ferocia non cancella la fragilità, così come la poesia non addolcisce la strada. Una alimenta l’altra. Il risultato è un 22Simba più consapevole, ma non per questo meno affamato. Anzi: la fame rimane, solo che adesso ha un significato diverso. Non è più soltanto quella di chi vuole dimostrare qualcosa agli altri, ma quella di chi vuole continuare a cercare sé stesso senza perdere il ragazzo da cui era partito.

Miria è il punto in cui 22Simba si riconosce

Alla fine dei tre atti, Miria appare per quello che probabilmente è: non il disco della consacrazione di 22Simba, ma della sua messa a fuoco. L’itinerario funziona, l’album scorre e, anche se con un paio di tracce memo memorabili di altre, l’identità artistica del progetto è solida e precisa. E non potevamo chiedere di più.

22Simba non rinnega ciò che è stato e non prova a diventare qualcun altro per dimostrare di essere cresciuto. Prende tutto quello che ha imparato – la strada, la fame, il successo, la famiglia, gli errori – e lo mette dentro un progetto finalmente capace di contenerlo. Ha affermato sempre in conferenza stampa:

Avevo voglia di fare un album completo, pieno e lungo, cosa che avevo sempre fatto poco fino ad ora. Avevo sempre fatto album che ricercavano l’effetto bomboniera, quindi piccolo, perfetto e conciso, più che cercare una completezza mia, forse anche solo per il fatto che non ero pronto a farlo. Nel momento in cui mi son sentito tale avevo bisogno di dare la possibilità a tutte le mie sfaccettature di trovare un quadro generale in cui rispecchiarsi e ritrovarsi.

Se V per Ventidue era la presentazione di un artista acerbo, Miria è il momento in cui quell’artista comincia a capire davvero cosa vuole essere e cosa può fare. Non è un punto di arrivo, e forse è proprio questo il suo pregio più grande: è la fotografia di qualcuno che ha corso per anni e che, finalmente, si è voltato indietro per capire da dove fosse partito.

Miria, il nuovo e tanto atteso album di 22Simba è fuori ora, clicca qui sotto per ascoltarlo: