Dieci anni. Un traguardo che nel rap italiano pochi format possono vantare, e che Real Talk ha raggiunto costruendo qualcosa di più solido di una semplice serie di video su YouTube. Nel corso di un decennio, Bosca e il suo team hanno trasformato un’idea nata per pura passione in uno dei punti di riferimento più credibili per chi segue il rap in Italia, capace di ospitare tanto l’emergente da scoprire quanto l’artista affermato che torna a rappare senza filtri.
Real Talk non è mai stato solo un format: è diventato un termometro della scena, uno spazio dove la qualità tecnica conta ancora e dove artisti mainstream sono venuti a dimostrare che il rap non si dimentica. Ma è stato anche un trampolino per vari nomi ormai molto noti nell’ambiente.
In occasione dei dieci anni e poco prima dell’evento celebrativo l’1 luglio al Carroponte, abbiamo parlato con Bosca: delle origini, dell’evoluzione del format, dei progetti paralleli e di cosa significa festeggiare un anniversario celebrando prima di tutto la musica.
Intervista a Bosca per i 10 anni di Real Talk
10 anni fa avevate già in mente di poter arrivare dove siete arrivati ora?
«Assolutamente no, abbiamo iniziato per pura passione e divertimento. Era un format che in Italia mancava e avendo le conoscenze e le capacità abbiamo deciso di intraprendere quest’avventura senza nessuna aspettativa».
Una volta alcuni rapper che venivano da voi avevano Real Talk come vero e proprio trampolino di lancio, penso ad esempio a Dani Faiv con Jack. Pensate sia ancora così per i più giovani o meno conosciuti?
«Penso che questo ruolo stiamo riuscendo a mantenerlo ma, avendo espanso parecchio il pubblico, abbiamo dovuto creare dei format per gli artisti più caldi che magari non sono ancora pronti ad affrontare Real Talk Studio (parlo di Smokin’ Hot ma anche di MyG). È più facile che il prossimo emergente forte lo vediate lì (negli anni scorsi avevamo proposto Sayf e 18K, per esempio, che poi sono venuti anche nel main format)»
Alcune delle vostre puntate che ho preferito sono quelle dove portate rapper che ormai viaggiano su lidi diversi da quelli del rap undeground, penso ad esempio a Fred De Palma ma anche a Lazza, e poi vengono in studio da voi e spaccano i culi. Come nascono quel genere di puntate? È difficile coinvolgerli?
«Tante puntate nascono proprio dalla voglia di questi artisti, che ormai hanno intrapreso percorsi più commerciali o pop, di far vedere al pubblico che sono ancora più che in grado di rappare. Spesso fungiamo proprio da valvola di sfogo per rapper che ci riconoscono la credibilità e sanno che da noi hanno qualitè e libertà d’espressione».
Real Talk è cambiato molto nel corso degli anni, a partire dallo studio, passando per i produttori coinvolti, la tipologia di artisti che chiamate, sponsor etc: dobbiamo aspettarci ancora altre novità nelle prossime “stagioni”?
«Sicuramente! La musica cambia, i gusti cambiano, il modo di fruire dei contenuti cambia: noi cerchiamo di restare fedeli alle nostre radici ma un albero troppo fisso si spezza; adattarsi ai cambiamenti è fondamentale».
Vorrei sapere qual è la puntata preferita e qual è quella che ti ha sorpreso di più (in positivo, ma anche in negativo se volete)
«Non ho una puntata preferita, ci sono varie sfaccettature che me ne fanno apprezzare alcune rispetto ad altre, ma quella che mi ha più divertito è stata quella di Clementino, l’unica puntata in cui abbiamo dovuto interrompere l’artista perché sarebbe andato avanti all’infinito! 😀 E la parte due di Jack The Smoker, a livello di rime/incastri/punchline/attitudine, è un’altra delle mie preferite».
Come mai alcuni rapper li avete chiamati più di una volta? Scelta vostra o richiesta dell’artista/management?
«Con alcuni artisti si è creato un rapporto di amicizia e, vedendoci spesso, è venuto più naturale proporre loro di tornare alla luce dei nuovi lavori o della propria evoluzione artistica».
Come nascono tutti quei progetti paralleli a Real Talk? Penso a Smokin’ Hot, Street, Dat Shot e non solo. Qual è quello a cui siete più legati?
«Nascono quando individuiamo dei movimenti particolari e vogliamo dargli spazio o puntare più luce. Dat Shot (il format sul reggae/dancehall) è al momento il mio preferito perché le vibes sono stupende, gli artisti sono appassionati di musica, non pensano a numeri e visualizzazioni: vengono, si esibiscono, si divertono…. e spaccano!»
Bosca, a livello di produzioni extra programma, stai lavorando a qualcosa?
«Sì, ma con grossa calma perché gli impegni derivanti da Real Talk mi occupano la quasi totalità del tempo».
Cosa ti aspetti da questo evento per i vostri 10 anni? Qualche spoiler?
«Personalmente mi piacerebbe vedere un pubblico misto, tra chi ci segue dall’inizio a chi è ancora giovanissimo e ci ha scoperto da poco e quindi viene per vedere i suoi artisti preferiti. E che passasse l’idea che stiamo festeggiando la musica».
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