The Game ha appena pubblicato The Documentary 3, il tanto atteso sequel della sua saga. Vediamo di capire cosa rappresenta, quali sono gli aspetti positivi e quali quelli negativi, da parte di un personaggio tanto forte quanto contraddittorio
The Documentary 3 di The Game: sicuramente non vincerà un Grammy ma merita di essere approfondito
Lo vogliamo dire subito per chiarire il nostro punto di vista. The Documentary 3 è un disco perfetto? Assolutamente no. Compete con i primi due volumi? Sicuramente no. Contiene delle tracce filler? Una marea. Eppure questo disco, nonostante tutto merita attenzione. Così come merita sempre attenzione The Game, nonostante ogni tanto ci faccia perdere la pazienza (come accaduto l’ultima volta che lo abbiamo visto live).
Partiamo da una certezza. The Game, quando ne ha voglia, sa rappare da Dio. Flow preciso, puntuale, linguaggio facile, delivery eccellente. Nonostante la sua credibilità come artista ogni tanto venga meno, quando prende in mano il microfono in studio, difficilmente riusciamo a criticarlo dal punto di vista tecnico. Ha un altro grande dono (a differenza di tanti colleghi…): spesso e volentieri ha buon gusto nella scelta dei beat. Queste sono le basi da cui parte ogni disco di Jayceon Taylor.
Nello specifico, The Documentary 3 arrivava con grandi aspettative, per via del nome portato. Il primo volume rimane una delle cose migliori degli ultimi 20 anni di Hip-Hop. Il secondo, seppur non allo stesso livello, aveva diversi spunti interessanti all’interno.
Non vogliamo dirvi che questo disco sia a livello dei precedenti, però vogliamo segnalarvi alcune cose che meriterebbero maggiore attenzione da parte di un pubblico generalista che siamo sicuri etichetterà questo album come “mid” in pochi ascolti.
La prima cosa molto buona del disco sono i beat. Il sound è stato curato da Mike & Keys che producono buona parte delle tracce, anche se vanno segnalati gli altri producer che prendono parte al gioco. Cool & Dre che mettono mani al beat stellare di Do You Love Me (che vogliamo già candidare tra i migliori beat dell’anno) e al rifacimento di Hate It Or Love It, che appunto è la seconda nota positiva del disco.
Rifare un classico non è mai facile, ma arricchendolo con la presenza di Snoop Dogg, The Game è riuscito a creare una bella versione di una hit intramontabile. Una sorta di “parte 2”, per nulla scontata. Giudizio positivo, a nostro avviso!
Un’altra cosa da segnalare è la presenza di Bangladesh, che finalmente torna a collaborare con Lil Wayne proprio grazie a questo album. Il producer di A Milli e 6 Foot 7 Foot rinnova il sodalizio con Tunechi e non può che far piacere a tutti i suoi fan.
Un altro beat che vogliamo segnalarvi è quello di Run It Up. Vi suona familiare? Tommy Brown ha usato lo stesso sample usato da Mecna in Roar (Laska, 2015) realizzando un beat quasi uguale. Non pensavamo che Mecna e The Game potessero avere qualcosa in comune e, invece, lo abbiamo trovato!
Nonostante in tanti dicano che The Game non abbia più molto da dire (affermazione che talvolta condividiamo), gli riconosciamo comunque il merito di assemblare una squadra assurda, pur da indipendente, per la realizzazione del disco. Questo sia dalla parte dei producer, grazie alla presenza di Conductor Williams e Statik Selektah tra gli altri, che nei featuring grazie a Drake, Kanye West, Leon Thomas, Tyga, YG, E-40, PARTYNEXTDOOR, Larry June, Balck Thought, oltre ai già citati Lil Wayne e Snoop Dogg e a numerosi altri artisti meno popolari.
Insomma, un cast da colossal. Ma l’album è un colossal?
In realtà forse no ed è anche colpa di The Game stesso.
L’ospitata del suo amico Drake, sarebbe potuta essere una bomba, invece Drake si limita ad un misero ritornello che sembra più gesto di sfida nei confronti della scena, che un vero e proprio sodalizio. Una mossa da clout-chaser ancor prima che una scelta artistica. Un vero peccato. Ciò non toglie che nel dissing generazionale Kendrick-Drake, Game confermi di schierarsi contro a quello che era il suo pupillo. Quello che (anche) lui ha contribuito a lanciare nella scena e che ora rinnega. Diciamoci la verità: la strofa di Kendrick in The City, contenuta in The R.E.D. Album è stata probabilmente la prima strofa di Kendrick che abbiamo mai ascoltato in vita nostra. Prima ancora che uscisse GKMC. Vale per noi, ma probabilmente pure per tanti di voi.
La presenza di Kanye West invece è molto più consistente. Lo troviamo in 40 Nights, con una strofa intera, ma lo possiamo apprezzare anche in LA Monster, una traccia inedita di Ye, che sarebbe dovuta uscire originariamente in Jesus Is Lord. Come spesso accade, la traccia è stata tolta dalla tracklist e annunciata per diverse release successive di Kanye. Si diceva pure che sarebbe potuta uscire nella deluxe di Bully, ma così non è stato. Siamo contenti che non sia andata persa completamente e che abbia visto la luce (seppur in maniera differente) in questo progetto. Per altro, questa stessa traccia si apre con Game che omaggia il flow di Ye in I Love It. Una sciocchezza, ma che fa capire quanto sia ancora solido il legame tra due degli artisti più contraddittori della scena.
A parte queste “curiosità”, il disco suona in maniera coesa e completa. Nonostante sia un album troppo lungo per i nostri gusti, offre diverse tracce molto belle. The Game forse non ha più molto da raccontare, ma quando è ispirato, rimane uno dei più forti sulla piazza.
Con questo articolo non vogliamo difendere per forza Game, ci mancherebbe. Però vorremmo soltanto che le persone lo ascoltassero con maggiore attenzione, magari sfruttando i nostri piccoli spunti di riflessione.
Trovate il link per sentire The Documentary 3 di The Game qua sotto.
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