Se ci fosse concesso un lapsus di autoreferenzialità, diremmo che la nostra rubrica procede alla grande. Col rap che raccoglie finalmente i frutti di anni di lotte – e di semina – che lo hanno condotto a consolidarsi pienamente nel canone musicale italiano, c’è finalmente spazio per tutti. Anche per quella nicchia di utopisti che credono (ancora) fermamente che è solo sapendo bene da dove si è partiti, che si potrà finalmente capire dove si va. E oggi che il rap tecnico (definiamo così quell’approccio al rap focalizzato sulla parola, sul gioco dei significanti, sulle rime che seguono il pensiero) ha un pubblico che lo comprende e lo apprezza, è giusto chiedersi dove e come questa tecnica ha cominciato a svilupparsi.
La tecnica (strumento espressivo, ‘consapevolezza pratica’ di base) è parte del rap, ne è in un certo senso la sua essenza. E il rap tecnico è un filone fecondo – lo è sempre di più negli ultimi anni – e variegato. Eppure, se cerchiamo un disco che sia l’emblema del rap tecnico, non possiamo non parlare della Gente Guasta.
Gente Guasta (Esa e Polare) e la grande truffa del rap
La grande truffa del rap/chi è chi è il migliore, chi è chi è il migliore
Più la mia fazione perlustra, più quest’industria mi disgusta/Quale mai sarà la via più giusta?/Marchette e marketing, L’ennesimo dei veri artisti che si frustra/Analisi sempre più spesse, così si espresse Zarathustra
Quando l’esperienza degli OTR come gruppo volge al termine e il Duemila è alle porte, Esa e Polare danno vita al progetto della Gente Guasta. E in poco più di due anni sforneranno due capolavori assoluti del genere: La grande truffa del rap e Il quinto potere.
In questi due dischi, influenzati anche (ovviamente) dal rap d’oltreoceano – un nome su tutti: i Company Flow di Funcruscher Plus – e forti di un’esperienza al microfono ormai decennale, i due porteranno agli estremi la tecnica del rap (e la sua straordinaria capacità psicoanalitica) in modo così peculiare da farne, poi, il metro di paragone per tutti i dischi a venire.
La tecnica, nel rap come in tutte le Arti, nasce con la disciplina. Da Sfida il buio di Deemo, a il disco Immigrato del Comitato di Enzo e Zippo, all’esperienza degli Isola Posse; tutti esempi validi di un primato della tecnica presente a partire dal rap di molti originatori.
Per arrivare ad un livello successivo, però, dobbiamo aspettare la fine degli anni 90. Esa e Polare – e, in contesti diversi, i Colle a partire da Scienza Doppia H, la Sindrome di fine millennio di Fibra e Lato, le Sacre Scuole dei giovani Guè, Jake e Dargen – alzano l’asticella dello stile. Alzano un muro di flow per separarsi dal mondo, per re-interpretarlo in sé, e rifrangerlo nelle rime.
Un rap che parla per automatismi mentali, immagini, svarioni e libere associazioni, a un movimento ormai maturo – giunto al suo primo giro di boa, alla sua prima fase di stallo – che si vuole indipendente, e libero da certi schemi e da certe direttive imposte dall’alto.
Questa storia è come un puzzle…
Esa, per il Movimento Hip Hop italiano, è più di un punto di riferimento. Sembra ci sia da sempre, attivamente, per una condivisione orizzontale della Cultura.
Da Mixmen Connection (che con i mixtape forniva a un pubblico in formazione un quadro generale del nuovo rap italiano del periodo); al periodo della Gente Guasta, della sperimentazione lirica e dell’indipendentismo artistico, significativamente schierati contro quelle tendenze deliranti che avevano traghettato il rap dai Gloriosi Novanta agli spenti Duemila, dove un “libera tutti” generale svuotava piste, jam e possibilità; alle iniziative più recenti per gli emergenti: da Capitan Futuro Rap Contest (storico web contest creato da Esa/Capitan Futuro nel 2012) alle forse meno note (ma non meno importanti) compile di rap sconosciuto, come Merda Italiana vol. 1.
Esa, nell’ambiente e per l’ambiente. Esa come maestro, guru, padre da affrontare, ma con cui fare sempre i conti. Mi ha sempre impressionato e colpito il ricordo di Lord Bean a Down With Bassi, relativo all’importanza di Esa per il rap italiano:
“Esa era un catalizzatore: era quello che conosceva tutti, si ricordava i nomi di tutti, ed era veramente un personaggio di riferimento…Esa, innanzitutto era fortissimo. Era giovanissimo per la vita che faceva, perché comunque viveva da solo, con la fidanzata, viveva un po’ di rap…e poi era un catalizzatore, e quindi da lì vedevi passare chiunque…
Mi ricordo una sera – una delle tante sere che mixavano alla Sede -, c’era lì Sean, stavano registrando un pezzo che poi c’è forse in un disco dopo (Ill combo ’97 n.d.t.), e a un certo punto, telefono. Esa risponde, comincia a parlare in inglese, poi mette giù e fa: “cazzo, ho parlato al telefono con Eric Sermon.”
Avercene, di gente che considera automatico, non smollare il colpo al primo ostacolo…avercene, oggi, di gente guasta! Mi ricordo di un ragazzo, in comitiva, che nel periodo in cui studiava per diventare un MC, si imbatté per caso in questo disco. Erano i tempi di Emule, Limewire e de Torrent.
Studiavamo la storia del rap italiano da autodidatti, ricevendo in maniera confusa e simultanea tante (troppe) nozioni. E questa storia è come un puzzle…e questo mio amico mi fece riflettere, su La grande truffa del rap. Sulla sua importanza, anche a venticinque (allora dieci) anni di distanza.
Questo tizio mi disse che un disco è sempre contemporaneo per chi lo ascolta. Una frase banale che lì mi aprì un mondo. Perché qualcosa – nell’arte – ci continua ad emozionare, anche se viviamo in un contesto totalmente diverso da quello che lo ha generato?
Destino perfido, Blocchi di porfido contro pallottole/L’infido racconta ancora frottole per farsi un alibi/
Sempre più avidi, sempre meno abili, so sempre dove abiti/Più è denso quel che penso più non cola
Sono le stronzate a far da scuola
Un disco come questo, che pone come aspetto centrale la tecnica del rap in sé, e attraverso di essa l’autoanalisi che il soggetto compie attraverso l’unione di questa tecnica – universale – con lo stile, che è particolare, e ci contraddistingue; un disco come questo, dicevo, prescinde il suo tempo.
La particolarità della grande truffa, quel modo che in tanti hanno provato a replicare senza mai riuscire a cogliere pienamente, sta in quel sofferto equilibrio tra la superficie e la profondità, tra l’incastro e la riflessione, la tecnica e i concetti. Tutto ciò né fa un capolavoro, e c’è poco da discutere.
Un rap che testimonia esteticamente la fase che sta affrontando, la sua fase ‘barocca’. Nel momento di involuzione nei confronti del mercato, il rap italiano ha saputo conoscersi e riconoscersi, immergendosi nella tecnica per riemergere più consapevoli, nel nuovo Millennio.
La grande truffa del rap e le insane metamorfosi
Il disco, nelle atmosfere e nelle liriche, si discosta in maniera evidente dall’immaginario OTR: la grande truffa si svolge dentro un mondo artistico più maturo. E dunque più cupo, introspettivo, autoriflessivo ed auto-riferito.
È un disco con dei grandi classici: L’originale trasmissione della rovina, Soul, Soul, Soul, Lotta Armata (con quel video stupendo dal sapore ormai retrò, così PS1…), I soliti sospetti (col Rome Zoo), Insane metamorfosi.
C’è un pezzo come Programmati per uccidere, una struggente presa di posizione e di coscienza, sulla condizione dell’artista indipendente, dalla quale non riesce – non può – uscirne; l’apologia della resistenza, di chi è condannato alla subordinazione, per nascita e per scelta.
E c’è un pezzo come La grande truffa del rap, il pezzo con gli ‘eredi spirituali’ – all’epoca, almeno – Fabri e Nesli (piccola nota: c’è la versione ‘dilatata ‘di questo pezzo, per chi non lo sapesse, su Dinamite Mixtape, 15 Uomini). Un pezzo da battaglia, di sfida, perché riflessione e gioco in questo disco si bilanciano senza corrompersi.
Trovate il tempo per riascoltarvi la Gente Guasta. E, in questo torrido agosto, provate anche a ripensare, a questa grande truffa del rap. Cerca di capire chi ne ha realmente beneficiato. E ridimensionati, perché non sei quel che credevi. Vedi…


