Abbiamo intervistato Chryverde, il giovane produttore che ha prodotto e supervisionato buona parte dell’ultimo disco di Inoki.

Gli ascoltatori più attenti avranno notato che Medioego, l’ultimo disco di Inoki, ha un suono omogeneo, a tratti old school ma incredibilmente fresco allo stesso tempo. Buona parte del merito è di Chryverde, produttore classe 95 di origini piemontesi ma di base a Milano (dove gestisce uno studio con Garelli). L’artista ha difatti curato più della metà delle strumentali del disco, agendo anche nella supervisione musicale dei restanti brani.

Il suo curriculum parla da sè, ma basterebbe solo dire che fa parte dell’Alien Army, storico collettivo di produttori che ha visto passare nomi illustri nella sua composizione nel corso degli anni. Evitiamo di spoileravi altro e vi lasciamo a quello che ci siamo detti, buona lettura.

Ciao Christian, benvenuto su Rapologia. Iniziamo dal presente: come va? Che feedback stai ricevendo per il tuo lavoro nell’ultimo disco di Inoki?
«Ciao ragazzi! È un piacere! Va tutto benissimo, non posso che essere contento. Ho ricevuto centinaia di messaggi stupendi e ho letto molti commenti positivi, alcuni anche negativi e qualche insulto gratuito – ma ci sta! – poi soprattutto molto supporto da amici e colleghi, che mi ha fatto molto piacere.»

Come hai conosciuto Fabiano e com’è stato lavorare con lui? Avendoti coinvolto in tutta la progettazione del disco e non solo nelle tracce che hai prodotto, in quanto tempo e con che approccio è nato il disco?
«Fabiano l’ho conosciuto grazie a Dj Skizo, qualche anno fa, perché lo coinvolgemmo nell’ultimo album di Alien Army. Da lì iniziammo a parlare e credo fosse curioso del fatto che io ero da una parte membro di un collettivo molto rispettato dall’hiphop italiano, e dall’altra parte produttore di una “wave” che lui – con tutta umiltà – disse di non aver ancora compreso.

Poi nell’estate del 2019 mi chiamò dicendomi che aveva voglia di iniziare a lavorare a qualcosa di nuovo e quindi scesi in Puglia col computer e il microfono. I primi giorni li passammo al mare ad ascoltare roba e a parlare. Mi ricordo che io gli facevo sentire 21Savage e lui mi faceva sentire le sue preferite dei Gang Starr. Da lì il discorso si è aperto in modo molto semplice. Non è che se c’è l’808 è trap e se c’è una batteria campionata è boom bap a tutti i costi.

L’importante è l’approccio, non la scelta delle drums. Quindi la prima cosa che facemmo fu prendere un campione di Moment of Truth(dei Gang Starr, per l’appunto) e farci delle 808 belle ignoranti sotto. Lì si sbloccò tutto. Testo super attuale con tutti i crismi “alla Inoki”, ma suonava fresco. Suonava come una roba che mancava alla scena, secondo noi, cioè dare un messaggio su un beat fondamentalmente molto attuale. Quell’estate nacquero almeno 10/15 provini. Durante tutte le session (in casa e in studio) non abbiamo mai avuto un idea fissa di suono. L’unica cosa fissa e importante era l’approccio. Senti il beat. Spacca? Vai, scrivi. Vai, registra. Boom, fatto. Se ci vuole troppo, cambiamo beat. Fine.»

Hai qualche aneddoto da raccontarci?
«Sì. Eravamo in studio da Chris Nolan e Fabiano, mentre Mario finiva di registrare la sua strofa, disse a Chris “Mezz’ora e registriamo l’altra”. Si misero tutti a ridere – in maniera ironica ovviamente, era anche molto tardi – e invece in mezz’ora entrò con strofa e ritornello di Schiavi. Registra, prova il ritornello un paio di volte e via. Ha stupito tutti questa semplicità nello scrivere un pezzo comunque impegnato e allo stesso tempo musicalmente molto bello.

Altro aneddoto è su quando quest’estate io e Karkadan facevamo registrare Fabiano su un beat e poi passavamo tutta la notte a provare l’acapella su mille altri beat per cercare di tirar fuori mix flow/beat diversi. 1/2 volte ha funzionato, ma non posso dirvi su cosa (ride, ndr).»

Qual è la tua traccia preferita di Medioego?
«Di quelle fatte da me mi piace tantissimo Onesto. Credo sia il manifesto del disco. dopo la title track. Ovviamente quelle che son piaciute di più alle persone per ora sono Wildpirata, “Veterano” e Ispirazione e sono molto belle. In generale, anche appunto per l’aneddoto di prima, Schiavi è quella che mi ascolto di più.»

Da qualche anno sei in Alien Army, storico collettivo di Dj che ha visto al suo interno nomi del calibro di Gruff, Double S, Tayone e non solo. Come ci sei entrato? Cosa significa per te l’Alien Army?
«Sono entrato in Alien Army nel 2015 e ci entrai come produttore. Loro avevano rilasciato un album (The Difference) e fecero due remix contest. Io li vinsi entrambi e poco dopo mi chiamò Skizo per integrarmi nel team come producer. Ovviamente non mi sono reso realmente conto dell’importanza della cosa finché non li accompagnai ai primi live. Io ero semplicemente contento di lavorare con Skizo, che fino a poco prima era stato mio insegnante nell’accademia in cui ho studiato. Ripeto, non essendo mai stato fan del rap italiano, questa cosa secondo me ha fatto sì che niente condizionasse le mie scelte, potendo sempre “valutare” le persone prima degli artisti.

Alla fine voglio condividere il mio tempo con persone con le quali abbia qualcosa di cui parlare, dalle quali posso imparare e possa dare sempre il mio punto di vista, al di là dell’aspetto commerciale e popolare. Alien Army è soprattutto un gruppo di appassionati, accomunati da skills sopra la media e che condividono la ricerca della qualità e della lungimiranza nei progetti. Essere in Alien Army non l’ho mai vissuta come l’avere rispetto a prescindere da parte del mondo hiphop, solo perché faccio parte di una crew storica. cosa della quale probabilmente molti si sarebbero approfittati.

La vivo come un’opportunità per imparare sempre, in un contesto in cui io posso dire la mia senza esser giudicato, e soprattutto come una responsabilità a dare sempre il massimo, anche al di fuori di questo contesto.»

Come hai iniziato a produrre? Quali hardware e software utilizzi oggi?
«Ho iniziato senza nessuna aspettativa, facevo il dj e volevo fare degli edit o dei remix che poi avrei suonato, un po’ per distinguermi, no (ride,ndr)? Poi ho sempre approfondito la produzione per i fatti miei finché non ho voluto concentrarmi solo su un aspetto, ovvero la costruzione delle drums. Sicuramente ho sempre sentito l’808 come il mio strumento.

Al momento vedo il lavoro di “beatmaker” molto più vicino a un programmatore che a un musicista, ma c’è ovviamente dell’arte anche in questo. Concentrandomi sempre sulle drums la via più naturale è stata quella di poter far sentire le mie cose a rapper e cantanti. Dal mondo del djing pian piano son passato all’aspetto di produzione quasi totalmente, perché mi appassiona molto di più stare dietro le quinte e poter lavorare con calma.

Come software iniziai con Logic Pro 9 ma quando passò al 10 (X) lo eliminai e imparai da zero a usare Ableton. Ora sono circa 6/7 anni che lo utilizzo. Per quanto riguarda hardware, in studio ho la mia scheda audio Apollo e un pre amplificatore Avalon. Delle garanzie di qualità per lavorare.»

Credi sia fondamentale l’apporto di musicisti “veri” per realizzare una strumentale, al giorno d’oggi?
«In tutta onestà non credo sia fondamentale. Tanti beatmaker l’hanno dimostrato. Allo stesso tempo credo che suonare una chitarra e registrarla dal vivo (come abbiamo fatto per la canzone con Noemi, Ispirazione ), lavorare con altre teste, dia sempre quel qualcosa in più. Se vedete l’ultimo album di Metro Boomin i violini sono registrati dal vivo, il piano pure e anche molte parti di ottoni e fa davvero la differenza secondo me.

Non nego che dal mio punto di vista mi piacerebbe lavorare con un’orchestra in futuro, poter scrivere le parti coi musicisti e aggiungere la mia mano con le drums, portando il tutto nelle sfere rap e pop . Io l’upgrade vero di un producer di musica “urban” lo vedo così. Ovvio che, soprattutto in questo momento, va fatta unione tra artisti. Beatmaker, musicisti e artisti. Ho sempre sentito dire che il pubblico è stupido, ma io sono certo chiunque darebbe più credito a un prodotto curato rispetto a un qualcosa di fatto superficialmente.»

Quali sono i tuoi punti di riferimento nella produzione? Quali artisti ti hanno portato ad essere quello che sei oggi?
«Beh è innegabile che ci sono dei capisaldi per la mia generazione. Metro Boomin in primis. Poi ti direi negli ultimi 2 anni Take A Daytrip – un duo di producer neworkesi che han prodotto da Sheck Wes alla colonna sonora di Ray Man -, loro per esempio fanno beat principalmente rap/trap ma sono molto forti nel inserire sempre quel suono analogico usando tastiere cult tipo Prophet e synth Moog, Asturia ecc.

Altri nomi che mi hanno parecchio influenzato agli inizi sono stati RL Grime, Baauer e Flosstradamus. Per chi non li conosce suggerisco di approfondire quel periodo tra il 2012 e il 2016 quando negli Stati Uniti la trap si mischiava a cose sperimentali e dance.»

Per l’età che hai ti sei tolto già diverse soddisfazioni, come l’essere arrivato negli Stati Uniti. Qual è il traguardo che ti ha fatto capire che avresti potuto fare della produzione un lavoro?
«Sicuramente aprire uno studio assieme a Garelli e poter mettere quello che avevo imparato negli anni – tra esperienze e skills tecniche – a disposizione di chiunque volesse venire a registrare da noi mi ha dato una forte base. Io andai in America la prima volta principalmente per far sentire le mie cose, perché qua per un ragazzo di provincia la scena era abbastanza ermetica. Avendo avuto buoni feedback da chi questa roba la vive come nei videoclip che guardiamo su YouTube mi ha dato parecchia sicurezza.

Fondamentalmente ho investito nelle esperienze piuttosto che in un outfit “hype” e questa cosa sta pagando. Le esperienze che ho fatto negli Stati Uniti mi hanno cambiato la vita. Ora ho anche un manager, si chiama Mike Fazio,  un mio caro amico e un grande professionista che vive a Los Angeles ed è i miei occhi e le mie orecchie là quando non ci sono; in più mi “dirige” per quanto riguarda scelte di qualsiasi tipo a livello lavorativo, ci sentiamo praticamente tutti i giorni.

Poi avere uno studio ha fatto sì che potessi far sentire le miei cose a molte più persone e poterci parlare per raccontare la mia visione e così ho creato tante connessioni. Sicuramente l’America mi ha dato un punto di vista più ampio anche sulle piccolezze, come gestire un semplice studio di registrazione. Ogni volta cerco sempre di applicare qua quello che ho visto o imparato là e la cosa sta funzionando per ora.»

Cosa vorresti ti prospettasse il futuro? Saresti disposto anche a tuffarti in ambienti più pop?
«Sono contento del presente, sopratutto se penso al Christian che ha iniziato. Sono contento per Fabiano perché sta ricevendo un sacco di affetto e mi fa davvero piacere aver dato il mio contributo per ottenere questo.

Io non mi sono mai dato paletti o generi. Io faccio i miei beat e molte volte sta all’interprete decidere in che direzione devono prendere. Io mi vedo come quello che da l’input iniziale. Voglio continuare a lavorare con persone genuine che per me hanno qualità. Generi, numeri ecc non mi interessano per ora.

Non nego che mi piacerebbe in futuro poter aprirmi le porte anche ad artisti di musica leggera italiana, perché mi sto appassionando alla musica degli anni 60/70” (per campionare ovviamente) e poter lavorare con quegli artisti che, per dire, anche mia madre conosce, sarebbe una figata. Sempre mantenendo la mia identità ovviamente. In generale credo sia prematuro per me parlare di questo, ma vedremo!

Per concludere ringrazio i ragazzi di Rapologia per avermi dato spazio. Spero di risentirvi presto!»

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