Abbiamo realizzato un’intervista a Vacca per parlare di Don Vacca Corleone, il suo ultimo album ufficiale, ma siamo finiti a toccare anche altri argomenti.

Vacca è tornato prepotentemente nella scena con un nuovo album, che siamo sicuri farà parlare molto di sé nell’immediato futuro. E no, non stiamo parlando di gossip o di frecciatine varie, ma soltanto di musica, di rap per la precisione. Un termine che forse si è andato perdendo tra le nuove generazioni, convinte magari che i followers su Instagram valgano più del fare arte. Fortunatamente la nostra scena può reputarsi ad oggi variegata, in grado di offrire il prodotto che più si addice ad ogni tipo di pubblico. Ma quando parliamo di rap, i potenziali artisti si riducono sensibilmente, potendoli così contrare sulle dita di una mano.

Vacca è uno di quegli artisti che dell’argomento rap in Italia non si è mai interessato, preferendo sempre parlare di sé nei suoi dischi e non degli altri. Ancor prima di Rapologia, su Hip Hop Rec, abbiamo deciso immediatamente di dare il giusto spazio all’artista sardo, che ha sempre dimostrato di svolgere con passione e dedizione il proprio lavoro, senza mai snaturarsi e non abbandonando mai la nave, anche quando le cose andavano male. La carriera di Vacca, che piaccia o no, è costruita sulle rime e in quanto tale deve essere analizzata, priva di ogni pregiudizio legato a discorsi extra–musicali.

Don Vacca Corleone è la sintesi efficace di un’artista che – da due anni a questa parte – ha deciso di rinascere a livello artistico, abbandonando le sperimentazioni a favore di un ritorno al rap nudo e crudo, condito da una buona dose di credibilità e soprattutto di background, grazie al quale Vacca può distinguersi dal resto e di essere considerato una leggenda vivente, a prescindere dai gusti. Dopo i fatti accaduti su Hip Hop Tv che adesso stanno sulla bocca di tutti – a dimostrazione che la musica sembra sempre passare in secondo piano – pensavamo di trovare un Vacca forse un po’ risentito o amareggiato dal gossip che gli si è creato attorno. Invece abbiamo trovato una persona consapevole, disponibile e soprattutto aperta al dialogo come pochi artisti fanno. Molti si nascondono dietro un dito, accusando terzi di una mancata visibilità o di un mancato supporto, ma Vacca sa bene come funziona il rap game e in una lunga telefonata dal tono più intimo e personale che settoriale, abbiamo parlato del suo disco, della sua carriera ma non solo. Abbiamo avuto modo di definire il quadro del rap italiano filtrato dagli occhi di un’artista che ne è una colonna portante.

Di conseguenza, abbiamo riportato tutti i temi affrontati insieme, che spaziano dalla musica sino alla vita personale dell’artista. È corretto inoltre dire che Vacca non ci ha imposto alcun tipo di censura alle sue affermazioni.

Ciao Ale. Intanto come stai? Felice per l’uscita del disco?
«Sono tanto, tanto, contento dell’uscita del disco. Ci ho lavorato senza sosta. Mi svegliavo alle 6 di mattina con l’ansia di dover scrivere e ancora scrivere. Dopo quattro giorni buttavo via un testo perché pensavo: già le ho fatte queste cose, questa già l’ho detto ed allora iniziavo da capo.»

I primi feedback sembrano essere più che buoni.
«Sono molto contento di come la gente si sia approcciata a DVC, anche se continuo a portarmi dietro molte antipatie, magari dovute a discorsi al di fuori della musica. Domani posso anche diventare Michael Jackson ma ci saranno sempre quelle persone che diranno che faccio schifo. Per il resto, ho ricevuto tantissimi messaggi d’affetto che mi confermano che quando ho detto che avrei pisciato in testa a molti finti artisti avevo ragione. Non posso che essere felice in questo momento. Per quanto riguarda gli in-store io cerco sempre di superare me stesso, non guardo ai numeri che fanno gli altri. Non ha senso. Per evolverti devi superare i traguardi che hai raggiunto in passato.»

A proposito. Prima dell’uscita del disco hai fatto un po’ di street promo girando per dei quartieri di Milano. Come mai questa scelta?
«La scelta è stata fatta perché ero tornato da poco in Italia ed eravamo in ritardo con la promo del disco. Abbiamo iniziato a generare un po’ di hype. Io vengo dalla strada e quando si è indipendenti non ci sono le major a imporre ovunque la tua musica. Quindi si deve partire proprio dal basso, ovvero dalla strada. È una priorità. Il disco lo abbiamo portato nei quartieri, dove la gente si becca, non al Duomo ma dove i ragazzi passano tutto il giorno. Ognuno ascoltava attentamente il disco e poi mi diceva cosa ne pensava. Sono stati dei giorni particolari, abbiamo regalato a quei ragazzi qualcosa di diverso. Tutti erano molto entusiasti, anche perché in queste realtà i ragazzi vivono davvero in strada e non hanno tanto da fare. Così, senza bisogno di vedere il live o l’in-store per beccare gli artisti, siamo andati noi sotto casa loro.»

Una scelta che rispecchia il mood del disco. Gli argomenti portanti di DVC riguardano infatti la credibilità e la strada.
«Hai ragione e questo si collega al fatto che alcuni mi puntano il dito contro senza un motivo, magari solo perché sono fan di qualcun altro. Io sono uno dei pochi artisti che da 14 anni, a livello di argomenti, ha parlato di tutto. A partire da VH –  che è un disco molto vario – sino a Faccio Quello che Voglio e Sporco – dove c’erano anche i pezzi d’amore – possono succhiarmi le palle. Io ho sempre parlato delle mie esperienze, non mi sono mai fatto forte con le esperienze degli altri. Non ho mai giocato su questo. Ho sempre parlato di ciò che Vacca ha vissuto, del mio quotidiano. Quello che racconto è quello che faccio.

Oggi molti artisti si lamentano perché alcuni dischi non vanno bene come dovrebbero. Succede che quando uno inizia ad affrontare argomenti più maturi nessuno si interessa più. Io ormai sono grande, ho la mia maturità. Non ho più voglia di sperare in determinate cose. Vivo la mia musica benissimo e sono contento così.»

Appunto, in tutti i tuoi dischi tu hai sempre avuto te stesso come solo argomento. In DVC invece è l’argomento del rap in italia a farla da padrone. Mentre prima dicevi di guardare con più distacco alla scena italiana. Cosa ti ha fatto cambiare idea?
«Guarda, ti dico la verità. C’è stato un lungo periodo della mia vita dove ho capito di esser stato troppo distante dallo standard dell’Hip-Hop in Italia. Con L’Ultimo Tango io stavo morendo, anzi sono morto e lo ammetto. In tutti i miei precedenti dischi a partire da quello, tranne Sporco con cui ho un legame affettivo particolare, so che non è il Vacca che volevo. Mi sono impegnato e ho dato tutto, ma a distanza di anni non ne sono pienamente soddisfatto, anche se mi rappresentano. Invece per questo mio nuovo inizio, ed in particolare per Don e DVC, io posso dare 11 su 11.

Sono molto critico con me stesso, non mi regalo niente. Piuttosto dico che faccio schifo. Da 0.0 ad oggi io sono più sicuro di me stesso e si sente che non sono più distante, so di essere un pilastro della scena e nessuno può venirmi a dire: tu cosa hai fatto nella tua carriera? I dischi d’oro e le certificazioni sono regali delle major.

Anzi, tra poco arriverà il mio primo singolo d’oro con C’est La Vie. Inoltre tutti i miei video hanno milioni di visualizzazioni e le hanno raggiunte senza l’aiuto di nessuno, senza le major che mi dicano di cosa devo parlare. Per questo devo risolvere tutto da solo, motivo per cui mi sono sentito in dovere ad Hip Hop Tv di dire la mia. Chi fa il vostro lavoro deve mettere da parte simpatia e antipatia. Vedi cosa è successo con Wad, anche se io non stavo attaccando lui. Ma si è sentito chiamato in causa e ha reagito in quel modo. Tu non puoi permetterti di dire in televisione: “quell’artista non lo passiamo in radio perché non ha i singoli adatti” e alla domanda “hai ascoltato il disco?” dirmi di no.  È come se dopo cinque anni di studio, uno andasse a sostenere l’esame finale e non venisse valutato perché sta sul c*zzo a troppa gente. Adesso ho meno visibilità rispetto ad altri artisti e di conseguenza posso sembrare un rosicone a dire queste cose, ma non è così.

Io non attacco nessuno gratuitamente, non ho mai sputato in faccia ai giovani ma li ho sempre supportati e gli ho dato sempre il giusto spazio, portandoli nei miei dischi. Jamil è uno di questi. Veniva a casa mia quando ancora non era nessuno. Così come è accaduto con Ensi e Fedez. Ma l’unico ad esser stato riconoscente dopo tutto questo tempo è stato Jamil.  Gli altri – una lista infinita – no. Io non sono uno che fa buon viso e cattivo gioco con gli artisti che non rispetto. Se mi parli alle spalle e poi vieni a darmi la mano io mi giro dall’altra parte. È una questione umana. La differenza è che gli altri indossano un vestito diverso con la musica che fanno, che non rispecchia quello che sono.»

Il rapporto che hai con Jamil è invidiabile, soprattutto in un contesto come questo.
«Quando Jamil vince, vinco anche io. Quando ha fatto il post per l’uscita del disco mi sono commosso. Lui è duro ed orgoglioso ma allo stesso tempo è una persona d’oro. Stiamo ore ed ore al telefono. L’altro giorno lavoravo ad una cosa e mi ha chiamato alle 2 di notte, e siamo stati lì a parlare e a darci consigli. Quando è uscito Most Hated era come se fosse uscito il mio lavoro e così viceversa. È stata l’unica persona che durante il processo creativo è stata pienamente coinvolta, è il mio direttore artistico. Ogni pezzo che registro lo mando a lui e lui mi dice se è una bomba o se è da rifare e per me è importante. Io mi fido di lui, mi vuol bene per davvero, non è una roba di interesse per nessuno dei due e in molti ci odiano.

Uno deve rendersi conto che nel rap molti ti amano ma altrettanti ti odiano. E ci sta, perché non puoi piacere a tutti. Per come son fatto io l’ho sempre detto, non ho tante simpatie per gli altri. Ma quando si tratta di lavoro, se uno merita io lo dico anche se mi sta sul c*zzo. Se Gemitaiz fosse ad esempio più originale, ne parlerei bene anche se non c’è simpatia tra noi. Ma non lo considero neanche un artista. Ma anche altri con cui non esco o che mi stanno sul c*zzo li ho nominati più volte – anche ad Hip Hop Tv – e gli ho fatto i props.

Sono per il vero, se sei bravo sei bravo anche se mi stai sul c*zzo. In Italia purtroppo c’è poca arte, personaggi da insta stories. Ad esempio, Lazza è uno che seguo poco, ma ho ascoltato il singolo l’altra volta (Gucci Ski Mask, ndr ) e sono andato fuori di testa, ha fatto un casino. Non ho problemi di questo tipo, non sono invidioso. Sono orgoglioso di ciò che faccio e non ho paura che qualcuno mi superi. Adesso non ho paura di nessuno, sono loro che devono avere paura di me. Devono farsi il culo per battere un disco come DVC

In DVC si sente che sei più cattivo, forse più determinato.
«Con L’Ultimo Tango non vivevo un momento felice, non c’erano buoni rapporti con l’etichetta ed avevo bisogno di ricostruirmi. Avevo bisogno di circondarmi di gente di cui potermi fidare. Spesso la gente pensa ai soldi e non ha fame. Io mi sveglio alle 8 perché devo lavorare, e se mi sveglio alle 10 è perché sono andato a letto alle 5 per scrivere. Noi lavoriamo tanto e non pensiamo al resto. Neanche all’alcool o qualsiasi altro tipo di droga, come ho detto a Hip Hop Tv potete anche controllarmi i peli delle palle. Per farti capire quanto siamo cambiati. Ai live al massimo ci beviamo due drink, prima erano invece due bocce di Hennessy. Però fumo a bestia, per sedarci e farci rimanere sul pezzo. Stare quattordici ore al giorno o per una settimana intera su un beat ti fa andare fuori di testa e non è facile.»

Beh, in fondo questa è anche la tua cifra stilistica. Tornando al disco, in una delle tue stories tu parlavi di skills come punto di forza assoluto del disco.
«Assolutamente sì. I pezzi sono metricamente tutti diversi tra loro, così come i flow. Niente che possa somigliare a qualsiasi altro artista, nazionale e non. Ti dirò di più, adesso non ho più artisti preferiti, tutta l’ispirazione voglio prenderla da me. Ho così tanta voglia di evolvere la mia roba che io sono il mio unico punto di riferimento. Sono i miei i pezzi da battere. Prima ascoltavo tanti artisti americani, ma ora non è più così. Prendere ispirazione non vuol dire copiare, ma essere talmente innamorati di una cosa da volerla eclissare. L’ispirazione viene da dentro, è la voglia di fare meglio. Non significa cambiare una lettera alla parola e copiarla. Capisci che anche mia figlia che ha 9 anni potrebbe farlo? Oppure prendere un pezzo dei Migos e rifarlo per filo e per segno. E’ da bambini, come quando imparano la canzoni dei loro cartoni animati preferiti: questo fanno gli artisti in Italia.»

Ti riferisci a Gemitaiz?
«
Lui è l’iceberg di questa cosa, come tanti altri artisti che vanno avanti solo grazie ai follower. Ma in molti fanno così. Vedi il dissing tra Highsnob e Skioffi. Highsnob ha usato rime banalissime nel primo dissing, tipo cane e pane, mentre Skioffi ha dimostrato stile ed originalità. Ed Highsnob ha avuto anche il coraggio di dire: “non ti rispondo perché sei troppo scarso”.

Io lo ammetto, quando avevo degli scazzi con Inoki, lui ha spaccato. Il suo era un dissing pieno di stile e di punchline, aldilà che fosse il mio nemico o meno. Invece quello che fanno adesso è fare il lavaggio del cervello ai giovani, cancellando quello che il movimento Hip-Hop è riuscito a costruire negli ultimi venticinque anni.  Quando andavi in strada la prima cosa che ti dicevano è che dovevi essere te stesso, dovevi proporre sempre qualcosa di originale.  Se eri un writer e facevi anche solo una lettera uguale agli altri venivano a picchiarti. C’era un’educazione di strada data dai più grandi.

Io sono andato a Milano per la prima volta con lo Zio Emi a 8 anni, andavamo in piazza Borromeo e quando rispondevi male ad uno più grande ti partiva lo schiaffo e a casa ti arrivavano le altre. Adesso hanno il cellulare in mano e nessuno gli insegna più nulla ai ragazzi. Anche i genitori di oggi, preferiscono dare un cellulare al ragazzino così non parla e sta seduto sul divano tutto il giorno, invece di stare lì a spiegargli determinate cose. Questa è la realtà della società moderna, però ci sono determinate cose da cui questa cultura non può distaccarsi. Fare le rime è la cosa fondamentale e tutto il resto sono buffonate. Fortunatamente la proposta in Italia da alcuni artisti è elevatissima, ci sono giovani che fanno scuola a metà Europa.»

Come Tedua?
«Anche, oppure Ernia. Ci sono tanti nuovi ragazzi che perdono tempo sul beat e non lo perdono sulle stories e quando si espongono mediaticamente lo fanno in modo intelligente o non lo fanno per paura di perdere la loro posizione. Ma sono giovani e ci sta tutta. Però a prescindere, è pieno di giovani che si fanno il culo e stanno facendo bene. Artisti per i quali io spenderei dei soldi per andarli a vedere live.  Anche Skioffi e Cromo meritano molto. Così come Jamil che porta una sua roba. C’è L’Elfo che in Sicilia spopola. Adesso al pubblico giovane non frega se tu copi un altro artista, gli interessa solo come ti vesti e se fai ridere nelle stories.

Noi di questi che non facevano le rime ce li avevamo già tempo fa ed uno si chiama Trucebaldazzi. Nessuna differenza con i primi Dark Polo, che erano uguali a Truce solo che vestiti  meglio.  Se Sfera – nel periodo in cui è esploso – non avesse parlato di loro o non avesse detto cose tipo “se non chiamate anche loro non suono“, quelli passavano per il trash. Finivano in quella categoria di personaggi da prendere per il culo.  La differenza è che la mia gente non si è fatta carico di propsare personaggi che facevano quelle cose. Sono i giovani di oggi a cui non frega un c*zzo di chi sei, da dove vieni, qual è il tuo background, o le tue esperienze, per far sì che tu abbia voce in capitolo.  Premetto che non sono uno di quelli che difende sempre la vecchia scuola o cose simili però alla lunga ti rompi il c*zzo. Adesso si esaltano se uno chiude una rima ogni cinque barre, credo che abbiamo superato il limite. Non va bene, molti si fanno il culo senza mezzi e poi vedi gente stare avanti a te, pur non valendo un cazzo né artisticamente nè umanamente.»

Cosa pensi che possa invertire questa tendenza?
«Gli artisti devono prendersi queste responsabilità. Se proponi un buon disco hai già fatto il tuo lavoro. Deve essere una sfida con te stesso, come quando devi battere qualcuno in un featuring. Ad esempio io e Jamil siamo pappa e ciccia ma sul beat per me lui deve morire, e lo stesso io per lui, non ci sono sconti. Funziona così. Bisogna andare avanti, non tornare indietro, è anche una questione etica. A me è capitato spesso di leggere recensioni o commenti sul mio disco e mai nessuno ha detto che VH era meglio di qualche altro lavoro successivo. Se si parla di Vacca, si sa che è uno dei pochi che più invecchia più fa il culo a tutti. Molti cambiano, si fidanzano, stanno in casa, non hanno più fame, non hanno più quella voglia di spaccare il mondo. Io ho 39 anni ed ho ancora voglia di incularmi tutti questi bambini di m*rda.»

Don Vacca Corleone segna perciò un nuovo inizio?
«Assolutamente. Con 54:17 io son rinato. Anch’io ho tantissimi difetti ma da due anni a questa parte sto cercando di perfezionarmi e con questo disco credo di esser riuscito a dare il meglio di me stesso. Fra due mesi sarò pronto a rimettermi in gioco ripartendo da qui. Quando morirò la gente si dovrà ricordare che questa è l’asticella da superare.»

Quindi nuovi progetti?
«È prematuro parlarne adesso. Ho fatto una c*zzata a dirlo a Hip Hop Tv. Adesso escono gli album o i singoli e durano niente, finiscono un’ora dopo. Anche gli artisti non hanno voglia di portare avanti la loro musica. Con Don io sono riuscito a tirare avanti per un anno, tra video e live. Adesso l’attenzione deve essere incentrata su DVC ma ti dico già che ci sono altre due robe in cantiere.»

Beh, sarebbe un peccato lasciar passare velocemente un disco come questo.
«Sì infatti non voglio neanche pensarci. Per adesso sono stra preso dal progetto. Sabato ho la data 0 del tour e voglio capire cosa c’è di giusto e di sbagliato, l’atmosfera, la rima e tutto. Quando faccio i pezzi – è dal 2004 che faccio i live – so già come reagirà il pubblico, cosa succederà. Ogni live è panico, la gente va fuori.  Io suono in mezzo alla gente con tutto addosso e non c’ha mai toccato nessuno dal nord al sud, grazie al rispetto che la gente mi ha sempre dato, a dimostrazione che loro sanno chi sono e sanno cosa ho fatto per loro.»

Scendiamo nel dettaglio. Accalappianani pt.2 è una mina vera e propria.
«Con la prima parte abbiamo fatto una strage da indipendenti, finendo persino in radio. È uno dei pochi pezzi che la gente continua a pompare senza sosta. Quella lì era già trap, dieci anni fa. Rifare un pezzo del genere significava assumersi il rischio che poi ti avrebbero criticato perché era meglio l’originale e, invece, non c’è stata una persona che lo ha pensato. È il pezzo che ha più numeri su Spotify. Io sapevo che molta gente è attaccata a quel pezzo così come sapevo che non si sarebbero convinti facilmente a legarsi a questo nuovo se non fosse stato superiore a quello lì. Di cosa dovevo parlare? Di nuovo di robe che non avevo, come a quei tempi? Magari Rolex o macchine? Quello era uno scherzo.

In quel periodo noi eravamo i primi a fare gli spacconi e il rap che proponevo io era completamente differente da quello degli altri, era allegro. Ero escluso da una scena di presi male, ero una figura diversa e riuscire a fare qualcosa di diverso era veramente difficile. Inoltre in sto pezzo ci ho messo dentro qualcosa di nuovo. Anche il discorso dell’inglese, per me non è una cosa da poco. Sono riuscito a mettere dentro delle cose in inglese che avessero un senso e potessero essere capite, e non è scontato.

La nuova generazione è più colta a livello di lingue, io i primi tempi in Jamaica soffrivo tanto, neanche riuscivo a parlare con mia moglie e dovevo utilizzare il vocabolario. La nuova generazione invece è fanatica del nuovo rap USA e fanno più attenzione a questo dettaglio. Merci Beaucoup ad esempio ha cinque lingue: sardo, napoletano, francese, inglese e italiano. C’è un lavoro dietro quest’album immenso, c’è lo studio della lingua, lo studio del flow, in modo da risultare unico. Ho appena chiuso un pezzo con un artista del New Jersey e i tipi mi hanno detto che si ascoltano la mia musica perché il livello è pari alla loro roba.

Anche la nuova generazione di artisti è super esposta grazie a gente come Sfera. Se vai a vedere i commenti sotto le sue foto trovi dei nomi grossi eh. Artisti americani giganti. Ma cosa devono pensare quando sentono gente come Drefgold che gli copia tutta la roba? In questo momento la nuova generazione deve anche pensare a non far figura di m*rda all’estero.  In due secondi si potrebbe passare dall’ottenere rispetto ad essere i più fake del mondo. Io mi impegno per far sì che questo non accada mai. Il rispetto dobbiamo averlo a livello globale.»

Passiamo a Kraken. Un pezzo diverso rispetto agli altri.
«È l’unico pezzo che non parla di me e infatti lo sento quasi non mio.  Sono soddisfatto di come è uscito ma è la vita di Walter Pugliesi, un lottatore di MMA, un nostro fratello. Con questa canzone lui entra in gabbia nei suoi match. È stato creato per lui più che per il mio album, per Bellator Italia, volevo fargli questo regalo e infine ho deciso di inserirlo. Tecnicamente è perfetto ma a livello tematico non mi riguarda. È la vita di Walter, la sua storia.»

Cosa pensi che DVC possa portare di diverso al pubblico?
«Sta al pubblico capirlo, io ho fatto il mio. Ci sono album che devi capire, ma quando un album è bello si capisce dal primo ascolto. Se ti dicono che un progetto va ascoltato più volte per capirlo significa che non è così meritevole. Al massimo puoi continuare a capirlo, con riferimenti e citazioni, ma un album si rivela al primo ascolto. La radio in Italia ci ha insegnato ad apprezzare tutto a prescindere dalla qualità, imponendoci m*rda come Laura Pausini e Masini. Anche se mettessero Baldazzi più e più volte lo imparerebbero tutti a memoria: anche alla *erda, se poi la mangi tutti i giorni, ti ci abitui. Il mio disco ha bisogno di un ascolto veloce per capirne il valore e ricordare che è il primo del 2019.

DVC inoltre non ha niente a che vedere con i precedenti miei dischi, è tutto perfetto secondo me. Da L’Ultimo Tango indietro, avrei dovuto impegnarmi a promuovere meglio i miei dischi perché non erano perfetti. In Sporco magari su tredici pezzi sei erano grossi ma gli altri no.

A proposito. L’altra volta ho visto l’intervista fatta a Marra ed al suo socio lì..

Fibra?
«Sì esatto. In quell’intervista con quel buffone di Dikele ha avuto il coraggio di affermare che non si è impegnato abbastanza nei suoi progetti post-Bugiardo perché il budget non era adeguato ed il contratto con la major era in scadenza. Una mancanza di rispetto assurda, per la sua arte ma soprattutto per il suo pubblico. Quei budget non li ho mai visti manco con il cannocchiale, li ho solo sentiti. Io per il rispetto del mio pubblico ho sempre dato il 100%»

Anche se di molti tuoi progetti non sei stato soddisfatto.
«Ci vogliono anni di m*rda ingoiata per capire la musica che fai. Se qualcuno mi mette un pezzo di VH lo picchio (ride, ndr). Riascoltandole, non sono soddisfatto di quelle robe. Ma in quel momento lo ero, anche se solo in parte. L’esperienza ti porta a dire ad un certo punto: “questo pezzo lo butto via anche se ci ho lavorato tanto“. Sono arrivato ad un punto dove sono stra critico nei miei confronti, anche se perdo due mesi dietro un pezzo, se non sono sicuro al 100% che umili qualsiasi altro artista non esce. Ma non significa che mi impegnavo di meno, semplicemente avevo meno consapevolezza.»

Vale anche per Sporco e Pazienza?
«Sporco e Pazienza sono disconi, non posso negarlo. Ma non c’era il 100% di Vacca. C’erano delle cose belle ma anche delle cose brutte. Quando ti parlo di non esser soddisfatto di alcuni lavori passati non significa che non mi rappresentino, ma ero più piccolo e più testa di c*zzo. Molte cose non le scriverei di nuovo, sono solo pezzi e a me piace fare canzoni. La gente vive emozioni forti con la mia musica, cosa che altra musica non ti regala. E la gente questo l’ha percepito e me lo fa capire spesso. Ogni giorno in molti mi scrivono: “tu parli della mia vita, tu hai sofferto, tu vivi come me”. Questa è la nostra missione. Noi siamo arte contemporanea, dobbiamo fare in modo che rimanga nel tempo come Dante, come Leonardo. Dei numeri si dimenticheranno tutti, resterà la musica e noi saremo un punto di riferimento. Magari determinate persone dovrebbero curare l’arte piuttosto che il resto. Gangnam Style ha il record di visualizzazioni ma chi se lo caga quel balletto?»

Torniamo alla musica. Come sei tornato a collaborare con Big Fish? Sappiamo bene che ha un rapporto di lavoro con Fibra che dura da tempo.
«Io ho ormai chiuso definitivamente con Fibra e con chiunque gli giri intorno, come la Zukar. Mi hanno fatto tanto male dopo quel dissing, non per il dissing in sé, ma per tutte le porte che mi hanno fatto chiudere e le infamate che mi hanno fatto dopo.

Dopo il dissing vedi che è apparso nelle interviste ed ha iniziato a collaborare con tutti? Fibra in realtà è un matto, non avrebbe dato un feat neanche a suo fratello, è ossessionato da tutti, ricordo che impazziva se vedeva qualcuno ricevere le stesse attenzioni che riceveva lui. Quindi tutte le persone che gli orbitano attorno non devono avere niente a che fare con me. Fibra le interviste non le ha mai fatte ma è da più di un anno che è su Sto Magazine. Anche io dovevo farci un’intervista ma poi è arrivata la Zukar a mettere in chiaro le cose. Dikele mi aveva scritto per accordarci e quando sono tornato in Italia non mi ha più risposto. Poi il mio socio becca Dikele e questo gli fa: “Vacca mi ha paccato l’intervista, ci ha fatto fare una brutta figura” e l’indomani esce quella di Fibra. Vogliono far credere che sia io nella parte del torto.»

Beh, da queste parole credo che avrete le vostre motivazioni che da fuori non possono essere capite.
«Ci sono tante cose dietro. C’è talmente tanto odio che per me è come se il dissing fosse uscito ieri. Per me è morto.

Magari è cambiato durante gli anni…
«Sì però al pubblico nessuno può negare determinate cose. Fibra mi ha sempre fatto c*gare tranne per Tradimento e Bugiardo, neanche Mr Simpatia mi piaceva anche se era un disco originale. Musicalmente parlando non mi ha mai preso ma ammetto il valore di quei dischi.

Poi ha perso la voglia di fare tutto, l’ha detto anche lì che i suoi altri dischi facevano c*gare perché aveva meno budget e tutto quanto. Almeno dopo il dissing è riuscito a fare i suoi singoli, ma l’ha detto anche a Marra che non ha più voglia di fare cose complesse. Ormai fa la stessa musica, che ne so, di Max Pezzali, non lo considero più neanche un rapper. La sveglia gli è arrivata tardi, ora collabora e si fa vedere in giro, prima stranamente non succedeva mai.»

Torniamo a Big Fish.
«Fish e io ci conosciamo da una vita, ero piccolino. Ci siamo allontanati da Fibra e la Zukar perché al tempo ci hanno fatto determinate cose che hanno colpito la nostra dignità. Da quel momento ognuno è andato per la sua strada. Poi abbiamo fatto le nostre scelte, ma nel nostro caso l’aspetto professionale conta. Tra noi c’è rispetto e tutto quanto ed è l’unica persona per cui ho messo da parte questa cosa. Non ricapiterà con altre persone.

Come le esperienze insegnano, non fa bene aprirsi troppo con gli altri colleghi. Come è successo a Jamil nel diss con Noyz, in molti gli hanno chiuso le porte dopo. O come Laioung, che si è scoperto avere una cricca dove aizzava contro i bianchi, che erano tutte m*rde e cose del genere. Io le questioni razziali le ho molte a cuore e si sa, non sono felice quando un bianco dice determinate cose alla gente di colore e così viceversa.»

Come mai lo troviamo in Most Hated?
«Jamil non ha amici nel rap ma Laioung aveva dimostrato rispetto. Si è rivelato quel che è dopo che il disco era andato in stampa. Quando vai contro i nostri valori non sei dei nostri, non ti metto nel disco. Preferisco chiamare uno sconosciuto piuttosto che un Gue Pequeno per avere visibilità. Non mi frega nulla di vendere di più perché c’è un featuring in più. Preferisco quelli che amano questa roba qui e lavorano per davvero tenendo alla musica. Pensi che il fan di Guè vada a comprare il disco di Vacca solo perché c’è lui? Non ho mai fatto leva sui nomi grossi o fare il mio primo singolo d’oro perchè sul pezzo c’è qualcuno più importante di me. Io voglio che si parli del disco di Vacca e l’unico disco d’oro lo voglio fare con Jamil.»

Grazie Ale. È stato un vero piacere, ti auguriamo il meglio per questo nuovo capitolo della tua vita.

«Grazie a voi ragazzi. Ci si vede in giro.»

Ci teniamo a ribadire che questa intervista incarna pienamente lo spirito dell’informazione libera e dell’Hip-Hop. Priva di qualsiasi condizionamento, privazione o censura di sorta. Non necessariamente le dichiarazioni rilasciate dall’artista rispecchiano il nostro punto di vista ma è giusto dare uguale voce in capitolo a chiunque lo meriti. E Vacca, per la sua carriera e per tutto quello che ha fatto lo merita. Semplicemente le sue parole ci offrono una dinamica più cruda ma allo stesso tempo più realista di quello che sembra essere un mondo semplice ed immediato. Sta a voi recepire il tutto con cognizione e secondo il vostro punto di vista.

Ringraziamo Vacca per l’enorme disponibilità e per aver avuto il coraggio di dar via ad una conversazione sincera e ampia.

Tutte le foto utilizzate per l’articolo sono state realizzate da Christian Montemaggi, che ha realizzato il book di fotografie contenute in Don Vacca Corleone. Ogni diritto è riservato a lui, e le foto sono state utilizzate per impreziosire l’intervista e per promuovere al meglio il prodotto.

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