1989 in Gente Che Odia La Gente

1989
Foto di Eliana Giaccheri

Uscito oggi per Time 2 Rap – etichetta underground romana che ‘contiene’ artisti come Kento, Supremo 73, Suarez e Metal CarterGente che odia la gente è il debutto ufficiale di 1989. Gente che odia la gente è l’essenzialità e l’immediatezza del rap dentro un’impalcatura artistica ‘complessa’, strutturata:

“semplificando quella che potrebbe essere la definizione del genere, 1989 propone un raffinato connubio di alternative rap e cantautorato”.

Gente Che Odia La Gente: 1989 e il rap oltre le barriere di genere

1989 è la voce (e i testi) dei Pippo Baudo Lost in Time, band ciociara che – tra il 2019 e il 2020 – ha alzato la voce, realizzando tre singoli, Amore Tossico, Umile e A Stu Munno, in collaborazione con la cantautrice Maria Pucci.

La provincia italiana, dunque, periferia esistenziale ferma nel tempo, è la matrice di questo suono, che ruota attorno a un vuoto. Un vuoto riempito da ogni influenza possibile, nel caos di stimoli odierno. Il tutto filtrato dal rap, dalla sua semplicità comunicativa e la sua universalità.

Rap come strumento efficace ed essenziale – “semplice”, perché immediato – dentro un’impalcatura artistica più complessa – e ‘indie’. Termine ambiguo, certo, ma che sta a significare, in questo caso, un modo di esserci nella musica. Senza prese di posizione estreme. Un modo leggero ed efficace per essere sè stessi.

Le produzioni di Gente che odia la gente (firmate da Dog Dylan, Simone Sambucci, Eros Capoccitti, Mill3ristic e Leumann) evolvono le peculiarità di 1989, le basi da cui è partito, rendendo l’album un prodotto maturo: ‘indie’ perché inclassificabile. Hip Hop per vocazione. Maturo perché personale.

il titolo stesso del disco non lascia scampo a interpretazioni: nelle mie canzoni si parla dei conflitti dilaganti tra le persone. “La gente”, che fa branco, entra a far parte di una squadra riunita sotto lo stendardo di un’opinione riguardo un argomento, e si scontra violentemente con l’altra “gente”, un altro branco, l’altra squadra riunita sotto lo stendardo dell’opinione opposta

Dalla parte dei “gatti neri”

Se nella tragicità di un momento storico di crisi, dove l’insicurezza non fa che alimentare l’odio e portare la gente a odiare la gente, la musica non è certo la risposta. Ma è un modo creativo per amplificare e diffondere la domanda.

1989 è una speranza. La speranza di vedere nuove generazioni di artisti ‘crescere’ senza schemi né preconcetti, e vederli mischiare i generi con disinvoltura e capacità. La speranza di assistere alla formazione di un nucleo di nuovi artisti ‘indefinibili’ come genere, ma con una comune matrice: l’utilizzo del rap, per arrivare a tutti.

Riempire il vuoto comunicativo di contenuti nell’arte con il ‘pieno’ della confusione e condizione attuale. Portare, nel rap – genere legato a schemi gerarchici troppo rigidi, nato ‘elitario’ – un nuovo approccio, libero da dogmi. E finalmente ricco di spunti.

Gente che odia la gente si fa, così, portatore di una nuova poeticità del rap, uscito dalla sua nicchia e dalle sue gabbie metriche. Un rap ‘conscious’ – che accoglie, nel mosaico di influenze, Willie Peyote, Ghemon, Mezzosangue – che pone la ‘sfida dello stile’ nei contenuti.

E, nei contenuti, emergono tre ‘elementi’ chiave, centrali in ogni riflessione artistica matura: arte, società, persona. Ecco, allora, pezzi come Io manco sarei nato, Innegabile e Genio, meta-riflessioni sul proprio esserci come artista oggi.

Il racconto – distopico – della società è presente in L’Italia è bellissima e nelle orwelliane La fattoria degli animali e 2+2=5. Ciò che colpisce di più, comunque, è la profondità di scavo interiore, e la semplicità con la quale la ‘descrive’.

Questa ‘vena’ emerge soprattutto in Gatti neri e nella trilogia finale – Tutto bene, Hikikomori e La gente -, motivo in più per ascoltare il disco dall’inizio alla fine.

Ironia e leggerezza sostenibile. Un calderone d’esperienze ed ispirazioni, declinate all’interno di un prodotto istantaneo, come solo un album di debutto può essere. Un disco che non può essere per tutti. Rap alternativo per gente che si sente esclusa dalla gente. Un disco per gente isolata. Che, tuttavia, non è sola.