Master e diritti degli artisti nel rap italiano: il caso Ensi e il problema di sempre

Ho la hit Ensi Massimo Pericolo

Chi controlla davvero un disco quando il master cambia etichetta? Il caso Ensi riaccende un problema vecchio quanto il rap italiano.

Master e diritti degli artisti: un nodo mai davvero risolto nel rap italiano

Quando si parla di industria discografica, il tema dei master e dei diritti sui dischi resta uno dei più delicati e meno raccontati. È l’ennesima dimostrazione di come questo settore, storicamente, non guardi in faccia nessuno quando si tratta di decidere il destino di un’opera.

Non è mai stato diverso, nemmeno in passato. Già negli anni novanta, quando alcuni  rapper italiani firmarono accordi con le prime major, quei contratti gettarono le basi per problemi che sarebbero emersi solo molto più avanti, spesso quando quegli stessi artisti avevano già chiuso il rapporto con l’etichetta e i loro master erano rimasti comunque nelle mani della casa discografica, libera di disporne come meglio credeva anche a distanza di anni. Situazioni di questo tipo si sono verificate più volte, anche se raramente se ne è parlato apertamente. È un problema strutturale, non un incidente isolato, e riguarda il modo in cui l’industria ha sempre trattato la proprietà intellettuale degli artisti come una voce di bilancio prima che come un’opera d’autore, a prescindere da quanto tempo fosse passato dalla fine della collaborazione.

Quando un master passa di mano, che sia per un’acquisizione o una cessione di catalogo, l’artista spesso non ha alcun potere decisionale su cosa ne verrà fatto. Ristampe, utilizzi commerciali: tutto può avvenire senza che chi ha creato l’opera venga nemmeno informato. È una dinamica che riguarda il rap quanto ogni altro genere musicale, ma che nell’hip hop italiano, cresciuto parecchio sotto questi piani alti, ha assunto contorni particolari.

Il caso Ensi come esempio: la ristampa di Etus senza il suo coinvolgimento

Uno degli episodi più recenti che mette in luce questo problema riguarda Ensi e la ristampa in vinile di Era Tutto Un Sogno, il suo album del 2012 uscito per Tanta Roba, l’etichetta fondata da Guè Pequeno e DJ Harsh. Il rapper ha raccontato tramite storie Instagram di aver scoperto l’operazione da un post sui social, senza essere stato avvisato né coinvolto. Il master del disco ha cambiato proprietà più volte nel tempo, passando da Tanta Roba a Universal e approdando oggi, secondo quanto dichiarato dallo stesso Ensi, a Sony.

Ensi ha tenuto a chiarire un punto specifico, per evitare fraintendimenti. Il problema non è economico. Le sue parole sono esplicite quando afferma di non avere bisogno del ritorno di quell’album per vivere. La questione riguarda il rispetto per la sua arte e per il percorso che quel disco rappresenta nella sua storia, un rispetto che secondo lui non è stato garantito da chi oggi gestisce i diritti di Etus. Ammette anche di conoscere bene le dinamiche della discografia e di scontare tuttora scelte fatte agli inizi della sua carriera in major, ma rifiuta di essere tenuto fuori da una decisione che riguarda un’opera che porta il suo nome.

Il punto che casi come questo mettono sul tavolo è tanto semplice quanto scomodo.

È giusto che un’etichetta, in quanto detentrice del master e dei diritti connessi, persegua esclusivamente il proprio interesse economico su un disco, oppure dovrebbe esistere un dovere morale, se non contrattuale, di rispettare in primis chi quel disco lo ha scritto e vissuto sulla propria pelle?

Non è una domanda che riguarda solo Ensi, ma l’intero sistema di rapporti tra artisti e industria discografica, un sistema che negli anni ha prodotto innumerevoli casi simili, spesso rimasti fuori dai riflettori.