La coerenza intellettuale è anche – lo è sempre – quella emotiva. Come scrittori volontari (non pagati) – notate, non ho scritto giornalisti, sarebbe quasi un insulto, per entrambi – che si occupano volontariamente di diffondere la cultura, abbiamo il diritto e il dovere di parlare di argomenti che hanno toccato le nostre corde più intime. Crediamo fermamente che la neutralità dello sguardo sia un falso mito. Passione e fuoco dialettico (e didattico) non inficiano lo studio, anzi. Crediamo sia giusto, oggi più che mai, prendere una posizione, e nell’epoca del caos informativo, circoscrivere l’attenzione, focalizzarsi sulle sfumature, sui dettagli, sulle piccole cose dimenticate. Questo spazio dedicato ai dischi del passato ci permette riflessioni ad ampio respiro, slegate dalle contingenze dell’immediato, dalla tirannia del hic et nunc. Il passato del rap italiano è un tema così pregno di spunti interessanti che non può essere ignorato, almeno da noi. Oggi ci occuperemo di Blocknotes, il terzo album in studio di Stokka e Madbuddy.
Il Blocknotes di Stokka e Madbuddy. Un’ode al rap adulto
Premessa. Se mi chiamassi Billie Joe Armstrong vi direi di svegliarmi quando finisce settembre. Mese terribile. Mese deprimente. E invece ho un nome anonimo, un lavoro anonimo, scadenze, debiti e tasse. E il lavoro divora inesorabilmente il tempo, gli ideali, e l’entusiasmo.
Hai appena dovuto rinunciare a due accrediti per due concerti che aspettavi da un po’ (il maestro KRS One e Conway the Machine), non riposi da quasi due settimane, bevi più di quanto dovresti, e sono appena arrivate l’Acea e la TARI. Oggi però hai un po’ di tempo per te stesso. Tempo per rilassarsi in pace, ascoltando la musica che ti piace. Oggi hai bisogna di musica seria. Oggi hai bisogno di Blocknotes.
Francesco “Ciccio” Stokka e Marco Madbuddy, da Palermo, sono entrati nella storia del rap italiano, nonostante una discografia relativamente esile (4 dischi e un EP, più varie collaborazioni in giro per la penisola) e una scrittura decisamente poco commerciabile, psichedelica, hardcore. In un certo senso astratta.
Se Palermo Centrale e La cura del microfono sono stati i dischi del loro ingresso ufficiale nella scena (così come Bypass è stato il disco del loro grande e atteso ritorno, dopo 7 anni di ‘silenzio’), Blocknotes rappresenta la tappa centrale nel loro percorso, l’album della maturità e dell’auto-consapevolezza, dei propri mezzi e del proprio peso specifico.
Blocknotes è un esempio valido ancora oggi – e non è scontato dirlo – di un rap adulto, maturo, poetico. Un disco che coniuga cultura Hip Hop e vita quotidiana, realtà di strada e intimità, flesh personali e prese di coscienza “collettive”. Una scrittura realistica (e tecnica, senza l’uso pleonastico di tecnicismi) e una produzione classica, che non scimmiotta la Golden Age, ma ne dà una visione contemporanea (allora, come ora).
Non vivere l’egotrip del rapper medio italiano
La bellezza del rap dei Tasters sta in quell’amalgama perfetta che sono riusciti a creare tra mondi apparentemente distanti: la simbiosi tra la realtà e l’astratto. Elementi di novità che si sposano con vecchie e assodate certezze; frammenti di futurismo e di surreale che esplodono dentro suoni classici, e batterie che pestano.
Penso a un pezzo come Con Me, contenuto in Bypass ma uscito in un’altra versione già qualche anno prima (con tanto di video, tra l’altro stupendo), poco dopo Blocknotes. Penso alla transizione/evoluzione della loro musica, e la vedo come un esempio virtuoso di crescita artistica, coerente, perché emotivamente reale (vissuta, e sofferta).
È questo loro non vivere l’egotrip del rapper medio italiano. Ascoltandoli ci si può immergere dentro una visione, nebulosa e fumosa, ma viva. La posso associare solo al realismo magico di un Garcia Marquez, o al realismo sporco di un Bukowski.
Ho mille tentazioni con un chiodo alle spalle, gli tolgo la sicura perché suona all’istante, amici come noi con gli occhi in mano, e le frequenze al volante, bacia gli ultimi denti hanno ultimato un montante.
L’unicità mi sta nel gelo a tre ante come visti da qua lo fai leggero e pesante, lo fai leggere ai muri lo fai in scena l’ho fatto con queste forma dentro lo spazio distante.
Guardando così alla loro carriera, ci accorgiamo che Blocknotes sta al centro, tra l’ignoranza e l’istinto del primo (soprattutto) e del secondo disco e il futurismo e i sintetizzatori spinti di Bypass. Un ponte prezioso tra ciò che è stato e ciò che sarà. Tra le radici e i futuri frutti.
Stokka, MadBuddy e il Blocknotes: è naturale il processo
Una scrittura psichedelica e astratta, vomitata fuori controllo sul microfono (arma da tenere con cura, e della quale avere rispetto, e venerazione). Blocknotes è una sorta di manuale di sopravvivenza del post-adolescente, del giovane adulto.
Idealismo, rabbia e speranze – che accompagnano tutti i primi lavori, di tutti gli artisti – si stemperano con un sapore agrodolce nella disillusione, nel cinismo dissacrante:
Sputo ceci su questa realtà/C’è che c’è chi cerca me nel buio con la cecità/Vivo musica rap in mezzo a chi non l’ha visto/Oppure ha smesso di ascoltarla fino al prossimo dei Sangue Misto…
Ogni pezzo di questo disco andrebbe analizzato singolarmente. Un livello impressionante, in un pazzo e vorticoso climax che va dall’Intro (Cosa succede) alla struggente ballata di Madbuddy, in Quando un giorno tornerai.
In mezzo, solo classici, con toni che spaziano dall’allegro (Salvati, E se domani) al malinconico (Fuori di qui, Dimentica); dall’incazzato (Tutto bene, Anestesia della realtà pt.2, L’urlo) al rilassato/”fumato” (Jamba interlude, Giù con noi, con un giovanissimo Johnny Marsiglia alias Johnny Killa) e al “visionario” (Occhi rossi, Bras interlude).
Ovviamente il tutto in una chiave strettamente Hip Hop: i ragazzi di Ghettoblaster ci lasciano, qui, un’altra pietra miliare, una canzone d’amore per la disciplina più bistrattata, la più autonoma e radicale, la nobile arte del writing: Nero Inferno.
Non puoi capire cosa spinge questo tratto,/Non c’è una lama che taglia questo contatto,/Non servirà a fermarlo qualche tuo ricatto,/non è un fenomeno, è un dato di fatto!
E il nostro amore, non è, la vostra legge!
Chi c’ha la password?
Blocknotes: due ragazzi sproporzionati rispetto alla loro realtà. La cover dell’album rappresenta in maniera visivamente appropriata quello che puoi trovare nel concreto dentro l’album: due ragazzi ‘colorati’, dietro dei tristi palazzi grigi, persi nello squallore urbano.
In questo senso credo si spieghi l’espressione iniziale: la coerenza intellettuale è quella emotiva. Informare, è sentire. E noi, che scriviamo per piacere senza obblighi né doveri specifici, abbiamo il compito di trasmettere, quello che abbiamo sentito.
Ri-ascoltare questo disco, oggi, almeno per me, ha un significato profondo. Significa dimenticare tutte le cazzate, e parlare a cuore aperto. L’insegnamento di Blocknotes di Stokka e Madbuddy? La scrittura è un coltello che fruga nella propria interiorità. E in fondo a quello che sviscera, dietro la merda, i traumi e i flash, c’è ancora un po’ di luce.
Per tutti i sentimenti che ha risvegliato – in me, trentenne disperato con un lavoro fisso, con i sogni infanti ma con tanta fotta – mi permetto ancora una piccola nota. Ascoltatevi l’accoppiata Over the topic/Password. Immaginatevi il 2004, quando è stata scritta. E realizzatevi ora.


