A circa due mesi dalla release di “Purgatorio di provincia”, l’eco del racconto di Sesto Carnera continua a risuonare, lento e inesorabile, proprio come il tempo in quella provincia italiana che ha saputo dipingere con tanta lucidità. Non è solo un disco, ma una cruda fotografia sociale, un non-luogo sospeso tra disperazione rurale e urgenza di riscatto, che parte da San Severo per parlare a chiunque conosca la staticità della periferia.
Lontano dalle dinamiche della “musica in plastica”, il rapper pugliese ha scelto la via più impervia: l’indipendenza totale, la scrittura densa, la fusione tra strada e riferimenti culturali alti, dalla pittura metafisica al cinema di Sorrentino. Lo abbiamo raggiunto per fare il punto a bocce ferme: l’accoglienza del pubblico, il timore (scongiurato) di romanticizzare la dipendenza, la sua nuova vita a Bologna e quella fame interiore che, nonostante tutto, non se ne va mai.
Sesto Carnera tra strada, Sorrentino e indipendenza: la nostra intervista
Sono passati circa due mesi dall’uscita di “Purgatorio di provincia”. Tirando le somme, sei soddisfatto della release e del riscontro del pubblico? C’è un brano che sta venendo percepito in modo diverso da come ti aspettavi?
«Ciao, innanzitutto è sempre un piacere sentire voi di Rapologia. A proposito della domanda, posso dire che nel suo piccolo il disco è stato recepito bene dai miei ascoltatori affezionati. Questo album mi ha fatto capire che i miei racconti “drammatici” parlano a un pubblico specifico. Non ho grandi numeri di cui parlarti o un determinato brano che sia andato incredibilmente bene, ma posso dirti che il progetto ha sicuramente la sua piccola continuità d’ascolto. Per il resto, sono sempre in focus: sto già uscendo con nuove release e continuo a lavorare a una prossima idea.»
In una recente intervista hai detto che in questo disco hai “sanguinato parecchio”, mettendoti a nudo senza filtri. Oggi, con un po’ di distanza, senti di aver raggiunto una forma di catarsi o certi passaggi restano ancora pesanti?
«Credo di aver raggiunto, ad oggi, un punto del mio percorso in cui sono riuscito a sviscerare nel profondo ciò che dovevo. Sento di riuscire a dare all’ascoltatore una chiave di lettura e una contestualizzazione di me stesso, oltre a una forma comunicativa molto più chiara.»
Il tema della dipendenza è centrale nel progetto, raccontato più come denuncia che come estetica. Secondo te questo messaggio è arrivato in modo chiaro a chi ascolta?
«La cosa che temevo era proprio la possibilità di essere frainteso. Per fortuna, in base ai feedback che sto ricevendo, chi mi ascolta in maniera “fidelizzata”, ma anche chi mi sta scoprendo ora, recepisce bene ciò che voglio trasmettere.»
Il disco è molto vario nelle atmosfere: a quale brano sei più legato oggi? E come si è evoluto il tuo rapporto con Sinner the Sickest durante la lavorazione del progetto?
«Il brano a cui sono più legato è “L’uomo in più”. Penso tu possa convenire con me che sia la canzone più intima del disco; inoltre, questa canzone è stata la prima a cui abbiamo lavorato con Sinner. Quando la scrissi, non lo feci neanche con l’intenzione di pubblicarla, volevo solo mettere delle emozioni sul foglio. Quando iniziammo però a lavorare al disco, ci rendemmo conto di quanto fosse incredibilmente intima e profonda per noi.
Sinner mi aveva già prodotto delle tracce in passato: “Tenebris” con Amir e “Black Chianghetta”. Sentivo tramite questi due lavori precedenti che lui era riuscito a tradurre — secondo me e a conferma di qualche persona vicina — il suono che potesse vestirmi meglio. Dal momento in cui ebbi chiara questa cosa, gli proposi di provare a lavorare a un intero progetto insieme.»
Come sono nate invece le altre collaborazioni del disco?
«La maggior parte delle collaborazioni sono amici che sento e frequento spesso, tranne un paio di casi in cui la stima artistica è stata l’unica protagonista della scelta collaborativa. Inizialmente, addirittura, volevo fare l’album interamente da solo, poi nel processo di creazione sono nati incontri spontanei, come ad esempio quello con Pessimo 17, con cui ci siamo conosciuti in modo casuale questa estate nel Gargano, legandoci molto a livello umano.»
La tua scrittura resta molto densa, in un periodo in cui spesso si punta alla semplicità. È una scelta consapevole o qualcosa di naturale? Ti capita di pensare che alcuni riferimenti possano andare persi?
«Trovo l’affermazione da te fatta un complimento. Il mio modo di scrivere nasce in modo naturale da una profonda urgenza espressiva. Sono una persona che nella quotidianità ha un mondo interiore molto complesso, fatto di poetica e continua riflessività. Può darsi che qualcosa si possa perdere, ma credo che molto possa arricchire. D’altronde, come ben sai, non sto giocando nel campionato della musica in plastica.»
Da un po’ vivi a Bologna. Il passaggio dalla provincia a una città così viva culturalmente ha cambiato la tua quotidianità o, col tempo, l’effetto sorpresa si è attenuato?
«La cosa molto bella di cui sono lieto di poter dire è che a Bologna ho trovato una seconda casa. Sicuramente il pendolarismo lavorativo che vivo e il dovermi spostare in città continuamente con i mezzi mi stressa un sacco. Per fortuna, Bologna è una città non eccessivamente estesa e ben collegata, tanto che a volte ti dà quasi la percezione di essere un grande paesone.»
Questa distanza dalla tua terra d’origine ha reso più lucido il racconto o ha amplificato nostalgia e bisogno di tornarci nei testi?
«Il mio territorio vive in me, lo porto dovunque e in ogni momento. Lo rappresento e il mio intento è quello di mettere la bandiera sulla mappa per San Severo. La distanza non cambia la mia visione e, inoltre, quando posso cerco di tornarci il più possibile.»
Nel disco ci sono riferimenti evidenti al cinema, oltre che alla letteratura, e spesso all’immaginario di Paolo Sorrentino. Cosa ti interessa di più del suo linguaggio visivo? Ti senti più vicino alla sua componente grottesca o a quella più malinconica e decadente?
«Questa la trovo davvero una bella domanda. Mi sono innamorato del cinema e della scrittura di Paolo Sorrentino quando anni fa vidi “È stata la mano di Dio”. Essendo un film basato sulla sua autobiografia, immagina quanto mi ci sia sentito vicino e quanto mi abbia colpito. Quel “non disunirti” continua a risuonarmi in testa come un mantra ogni giorno. Per quanto riguarda le due componenti di cui parli, credo che per me siano complementari e funzionino nei suoi lavori proprio nel loro incastrarsi, in qualche modo, opera dopo opera. Chiaramente il Sorrentino a cui sono legato maggiormente è quello dei suoi primi film.»
Nei tuoi brani convivono racconto urbano e riferimenti culturali molto alti. È una fusione pensata per elevare quel mondo o è un riflesso naturale del tuo modo di scrivere?
«Fa parte di me. Nella vita ho cercato di non finire come molti amici a cui ancora oggi scrivo in galera, quindi mi misi a studiare. Il problema è che quando vieni da una storia familiare complicata, quando parti dal basso e da una situazione economica di base non florida, la puzza di fame non te la levi di dosso. Intorno ai 27 anni mi è arrivata in faccia, a ciel sereno, la consapevolezza che, alla fine, sono un “pecoraro istruito”: nel senso che se, dopo aver studiato, ti ritrovi comunque a fare i lavori più disparati per sbarcare il lunario, per quanto tu abbia un ottimo pensiero critico, non cambia il tuo punto di partenza, né lo stigma sociale e classista che ti porti dietro.»
Se dovessi riassumere “Purgatorio di provincia” in una sola immagine, quale sarebbe?
«Un dipinto di un bar di paese dove si gioca a carambola e si beve Peroni. Incorniciato nella metafisica (cito il movimento di De Chirico, Balla e Morandi), dove il tempo è fermo e la disperazione viene mutilata dalle dipendenze. Tutto stantio, immutabile, fermo a un tempo che sembra quello degli anni ’80.»
Gestire tutto da indipendente, come hai detto più volte, è fonte di grande stress, ma oggi sembra comunque una delle poche strade possibili per chi fa musica dal basso. Come ti vedi nel tuo percorso da qui in avanti?
«Sì, confermo che sia molto stressante. In futuro continuo a vedermi da indipendente, però magari nel frattempo sto allargando la mia squadra di persone fidate, affinché le cose io le possa costruire con chi voglio vicino. Un esempio delle realtà con cui sto cercando di creare qualcosa sono i ragazzi del brand Westsideapparel. Stiamo lavorando a delle idee per il futuro.»




