Perché riascoltarsi i primi album di Ketama126?

Ketama126

Se dovessimo stilare un elenco degli artisti più poliedrici del panorama rap italiano non potremmo che annoverare Ketama126. Artista romano dalla carriera estremamente varia, dalle svariate vocazioni artistiche e, soprattutto, membro fondante della Love Gang126. Siamo convinti che Kety (2019) sia probabilmente il suo album più compatto e più maturo, con alcuni dei suoi pezzi meglio riusciti. Pensiamo che anche progetti come Rehab (2018) e Oh madonna (2017) abbiano alcune chicche degne di essere recuperate.

Dedichiamo però oggi la nostra attenzione ai suoi primissimi progetti, forse i più autentici e feroci, ripresi troppo poco a nostro avviso: 10 pezzi (2014) e  Benvenuti a Ketam-City (2015). Di fatto i dischi che hanno dato il via alla sua brillante e folle carriera.

Avremo mai di nuovo il Ketama126 di 10 pezzi e Ketam-City? Analizziamo i suoi primi progetti

Ci piace partire da una frase di Kety in Ti puoi fidare:

“Non c’ho nulla, non c’ho soldi, solo il tempo per farli
lavoro duro, mi sudo il futuro”

Dentro queste barre pensiamo ci sia già tutto: fame, urgenza, strada. È da qui che nasce il primo vero progetto di Ketama126 (con Pretty Solero, ai tempi Sean126).

Nel 2014 il loro disco compare su YouTube: dieci tracce grezze, spontanee, ancora lontane da qualsiasi forma definitiva. Solo l’anno successivo arriva la pubblicazione ufficiale con Smuggler’s Bazaar, già ben nota per album come La calda notte di Chicoria e Noyz.

Riascoltato oggi, il progetto conserva proprio ciò che lo rendeva speciale allora: l’assenza di una costruzione. Ketama e Sean raccontano la loro quotidianità senza troppe pretese e, soprattutto, senza strumentalizzare la vita di strada. Ci sono eccessi, vita notturna, droghe, amicizie nel quartiere e spaccio, ma il tutto resta incredibilmente diretto, quasi ingenuo. È rap usato prima di tutto come sfogo.

Anche tecnicamente siamo davanti a due artisti ancora in formazione, ma è proprio questa imperfezione a dare forza al disco dopo tanti anni. Pur cercando di non essere di parte, è chiaro che a portare avanti il disco sul piano del flow è Kety, che ci regala le strofe migliori e meglio rappate.

Le produzioni di Tama (alias di Kety come produttore), Nino B e Carl Brave costruiscono un’atmosfera sporca, ruvida, da film cult. Quasi come una di quelle pellicole non invecchiate perfettamente, ma alle quali non si può non dare un’occhiata, e a cui gli spettatori di allora sono ancora affezionati.

Più che un debutto, questo album sembra a nostro parere una fotografia scattata prima che tutto iniziasse davvero. Un disco fondamentale per capire le origini, una certa fetta della scena romana, non solo i due protagonisti. Assistiamo ai primi passi di artisti che, nel tempo, hanno trovato una voce sempre più riconoscibile nel nostro panorama: dai rapper ospiti sul disco (Franco126, Asp126, Mr. P) ai produttori prima citati.

Brani come Birre & Canne, Vacci tu in discoteca e Numeri sono rimasti impressi soprattutto a chi ha vissuto quel periodo. Non perché siano pezzi perfetti o senza tempo, ma perché dentro conservano la sensazione autentica e grezza dell’inizio.

Perché riascoltarlo oggi? Perché ci si pone nella posizione più adeguata per comprendere appieno il percorso di Kety negli anni a seguire. Per ora ci godiamo un rapper crudo, affamatissimo, ancora artisticamente grezzo. Sarà interessante vedere lo step successivo.

Benvenuti a Ketam-City è l’album migliore di Ketama126?

Nel giugno del 2015 esce il primo album di Ketama126, sempre sotto Smuggler’s Bazaar. Benvenuti a Ketam City è un disco d’esordio pieno zeppo di pezzi cult, ma non solo: è soprattutto l’album in cui Ketama sprigiona maggiormente la sua essenza artistica, il che ci permette da fare alcune considerazioni

Le atmosfere del disco sembrano quelle di una Gotham City romana, notturna, illuminata dai neon, divorata dalla droga e dalla criminalità, ma ancora tenuta insieme da un senso fortissimo di fratellanza, appartenenza e amore per il blocco. I suoni sono elettronici, cupi, alienati, figli di produttori di altissimo livello della scena romana e non solo. C’è una sensazione costante di caos urbano e moderno, il che rende il progetto molto più compatto e immersivo.

Ed è proprio qui che si nota un salto di qualità importante rispetto al lavoro precedente: nella scrittura, nelle tematiche, nella coerenza tra le tracce. Se 10 pezzi sembrava più una raccolta di brani separati, Benvenuti a Ketam City ci appare come un quadro decisamente più unitario e coeso. Oggi si tende spesso a ricordare quell’epoca soltanto attraverso la nostalgia — i volti, le sonorità, l’estetica — ma questo disco funziona ancora perché aveva già allora una visione precisa.

E soprattutto, Benvenuti a Ketam City ci mette davanti a un fatto spesso ignorato: Ketama126 sa rappare davvero. La gestione del flow e della metrica è migliorata. In alcuni momenti del disco Kety dimostra una tecnica e una musicalità molto più raffinate di quanto gli venga riconosciuto oggi. Tracce come La Bocca della Verità, 04:20 (con Franco126) o Pelle Bianca (con Asp126) sono chiari esempi delle sue capacità al mic.

Per questo, chi oggi critica il modo di fare musica di Ketama dovrebbe secondo noi tornare ad ascoltare questo progetto. Non perché ogni traccia sia perfetta o sia invecchiata bene, ma perché in diversi momenti emerge la forza e il talento di un artista che negli anni successivi ha scelto consapevolmente di osare, contaminarsi e sperimentare, invece di rimanere fermo dentro una formula. La sua evoluzione artistica può piacere o meno, ma nasce da una volontà precisa di cambiare pelle continuamente, non da una mancanza di capacità.

Ketam City resta quindi un cult: sporco, romantico, caotico e tremendamente vivo. Una traccia come Pezzi, con un giovanissimo Side Baby, racchiude perfettamente quell’energia grezza e irripetibile di una nuova scena romana che stava ancora muovendo i primi passi, ma che aveva già capito che strada percorrere. Ci piace riprendere il ritornello:

Sogni in pezzi, ci siamo persi
Non trovo più la via d’uscita
Avessi i tuoi soldi, sai già cosa ci farei
Fanculo il resto, questo è 126

Rivogliamo davvero il Ketama126 di un tempo?

Forse è proprio questo il punto quando si parla dei primi dischi di Ketama: non erano impeccabili, non volevano esserlo e probabilmente non sarebbero potuti esistere in un altro momento. Dentro 10 pezzi e Benvenuti a Ketam-City c’è una scena ancora acerba, istintiva, affamata, che stava costruendo un nuovo linguaggio mentre viveva davvero ciò che raccontava (cosa non scontata neanche allora).

Ed è forse anche per questo che, a distanza di anni, questi progetti continuano ad avere il loro fascino. Non parliamo solo di nostalgia o appartenenza generazionale, ma pensiamo che riescano ancora a trasmettere una sensazione di urgenza e spontaneità che oggi nel rap italiano si fatica spesso a ritrovare.

Il Ketama126 degli anni successivi cambierà pelle decine di volte, tra melodie sempre più strong, poi hard trap, poi melodiche, poi cantautorali. Ma ascoltando questi primi lavori si capisce che quella voglia di osare era già tutta lì. Cambieranno i suoni, i modi e le intenzioni, ma resterà sempre la stessa tendenza a non stare fermo.

Avremo mai di nuovo il Ketama di 10 pezzi e Ketam-City? Probabilmente no. E forse è giusto così. Alcuni dischi restano legati a un momento preciso, ad un’età, a una fame artistica che non può essere replicata. Però riascoltarli oggi serve ancora a ricordare da dove arriva uno degli artisti più particolari e imprevedibili della sua generazione.

E in fondo, dentro quel caos delle notti romane, nei “sogni in pezzi”, c’era già tutto il mondo di Kety.