Dopo la pubblicazione di tre singoli perturbanti e politicamente orientati, Vince Staples finalmente pubblica il tanto atteso Cry Baby, un album graffiante e refrattario ai compromessi.
Cry Baby: sfida e rabbia di Vince Staples verso il sistema statunitense
Se l’annuncio di un progetto viene dato nei toni e attraverso le immagini di Blackberry Marmalade, allora si può star certi che il suo autore è mosso da un’urgenza viscerale, ma anche lucida e disincantata.
Il video del brano girato in prima persona costringe l’ascoltatore a un punto di vista nauseante, lo stesso che descritto con sarcasmo in TV Guide, dove la denuncia è al mezzo televisivo come strumento di controllo del potere egemone. La stessa propaganda che deumanizza la gente nera, come emerge dall’emblematico titolo di Go! Go! Gorilla, che descrive una caccia all’uomo nero che, attraverso la lente deformante e perversa delle autorità e della polizia, assume tratti scimmieschi.
Con White Flag, il secondo singolo dell’album, il punto di vista narrativo si sdoppia, dando luogo a una contrapposizione esclusiva: nel primo verso a parlare è il narratore, ovvero l’uomo neroamericano, nel secondo lo stesso sistema statunitense che continua a perseguire pratiche schiaviste.
Staples parla dell’esperienza letteralmente alienante di essere una persona nera negli Stati Uniti:
When the pigs see a young black man in traffic
Why they treat me like I’m in a UFO?
Cuff me in the backseat, so I can’t phone home
How does it feel to be all alone? Quite familiar
Freeway rocked la familia, Goliath
L’industria vince perché promette in modo subdolo di realizzare i sogni dell’interlocutore, mascherando abilmente i meccanismi di sfruttamento che svuotano di valore la creatività degli artisti, che diventa così mera merce di consumo:
You my baby doll, voodoo
I can make your dreams come true
I got what you need, come through
Just promise me you won’t be trouble
La storia afroamericana è un immenso campo di cotone
La resa dell’MC, tuttavia, non è sinonimo di sottomissione, ma difficoltà a reggere la forza opprimente di un sistema estremamente razzista.
Decontestualizzando la domanda dell’uomo folle ne La Gaia Scienza, potremmo allora chiederci con Staples se non sia forse “troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione?”. Nel refrain in apertura ci viene confessato che è la grazia divina, e non l’attivismo militante e comunitario, ad aver determinato la sua personale emancipazione. Tuttavia, prestando attenzione al contesto dell’album e, nello specifico, al secondo chorus di White Flag, l’emancipazione è solo apparente, poiché resta un squarcio interiore irreparabile:
White flag, I don’t wanna fight no more
My white flag, I don’t wanna fight no more
Cotton si inserisce in questo contesto in modo tragico e brillante. Il cotone è il simbolo dello schiavismo sudista per antonomasia, ma l’MC decide di estenderne il significato in modo universale per ogni nero vissuto e vivente nel suolo americano. Nel caso specifico di Staples, diventa metafora dello status dell’arte nera nella contemporaneità: essa non può che germogliare da un sistema egemone e oppressivo, ma il doloroso processo creativo, per quanto rilucente di bellezza e luce propria, intriso di morte e sofferenza, finisce per essere svuotato di senso dalla logica del grande capitale.
Anche l’autore stesso teme di essere nient’altro che cotone pronto per essere raccolto, destinato al misconoscimento e alla mercificazione che riempie le tasche dei grandi imprenditori bianchi del settore musicale:
But, drop the needle, turn up that volume
Record spinnin’, it’s so hypnotic
Music makes me feel just like cotton
Pick me up when I feel like falling down
Pick me up when I feel like falling down
Pick me up when I feel like falling
Drop the needle, turn up that volume
Record spinnin’, it’s so hypnotic
Music makes me feel just like cotton
Pick me up when I feel like falling
Pick me up when I feel like falling down
La danza come movimento liberatorio
Se lo scontro frontale è ormai fallito, l’unica soluzione sembra essere, come suggerisce il ponte di Cotton, una danza macabra sopra i linciaggi e i massacri, come quello aberrante di Tulsa del 1921. Tuttavia, l’invito a danzare vuole suggerire un’alternativa a resistere quando si resta orfani del sacro, sotto la desolazione dei valori che crollano. Il riferimento alla morte di Gesù in apertura non è affatto casuale, dal momento che instaura un’analogia tra la preghiera del fedele che vuol essere salvato e il canto del nero rimasto orfano di ogni riferimento spirituale.
Prendendo spunto dalle parole di Paul Valéry, la danza può diventare così metafora corporea per creare sempre nuovi ideali senza soccombere al peso dello scontro. In White Flag c’è una resa esistenziale e storica, per lo meno in questo funesto periodo storico, perché mancano i presupposti materiali per un cambiamento radicale.
Cosa resta da fare quindi? Una danza sopra le macerie, assecondando quel poco di leggerezza rimasta che può trasvalutare ogni valore.
Buon ascolto!


