«Se volevo sentir cantare ascoltavo un altro genere»: Dani Faiv lo diceva già nel 2016 in Uma Thurman Freestyle e quella frase oggi suona come una chiave di lettura per l’attuale scena italiana. Perché un rapper dovrebbe rappare, eppure sempre più spesso sceglie di cantare.
Lo abbiamo (nuovamente) pensato ascoltando l’ultimo album di Ernia, Per Soldi e Per Amore, dove le troppe parti cantate finiscono per annacquare un disco che, nelle sue parti rap, mostra spesso un livello alto.
Quando i rapper devono cantare per forza…
Il problema non è certo la melodia in sé. Il problema è quando il cantato non porta lo stesso peso, non aggiunge profondità e sembra più un compromesso che un valore.
Esempio concreto: in Per Te Ernia canta:
Che ci sia o pioggia o neve
Che tu lo voglia o no
E in fondo lo sai
Se mi cercherai, ti starò di fianco
Una scrittura che potrebbe stare su una qualsiasi ballata pop. Nello stesso disco però troviamo il miglior Ernia, quello che rappa:
Essere arroganti e nominare l’arte con cui vi giustificate, non ci credo
Non è la musica, parlo degli uomini
Di come pure con il grano possano esser poveri
Un conto è farsi spazio e poi riempirlo con i mobili
Un conto è aver lo spazio e accoltellarsi per star comodi
E allora la domanda diventa inevitabile: se sai scrivere e rappare così, perché spingere così tanto sul canto?
Lo stesso discorso vale per altri nomi della scena italiana, tanti, forse troppi.
Facciamo un esempio random, scegliendone uno tra quelli che meglio funzionano nella scena mainstream: Geolier. Anche lui è stato spesso criticato da una fetta di fan per le troppe melodie, eppure quando vuole tornare a pubblicare brani dove c’è spazio solo per le barre, ci dimostra quanto la sua voce e la sua penna siano potenti senza bisogno di compromessi. Lo ha fatto anche di recente nel disco della 333 Mob uscito ieri, Ostil3, mostrando come il rap nudo e crudo sia ancora la sua dimensione naturale.
Ernia stesso non è nuovo a queste scelte: nel disco di Shocca, 60 Hz 2, ha rappato in modo impeccabile, così come anche in Manifesto di Shablo, ricordandoci che quando si concentra sul rap ha pochi rivali all’altezza. E per fortuna lo fa ancora, perché sottolinea il fatto che non sia una questione di incapacità ma di scelta, già abbracciata in passato con Io Non Ho Paura e Gemelli.
È come se un portiere che per anni ha parato rigori e salvato partite, stagione dopo stagione, qualcuno decide di farlo giocare anche come attaccante. Ogni tanto segna, ma quasi mai lascia il segno. Nel frattempo, in porta resta imbattibile. Perché insistere con un ruolo che non è il suo quando nell’altro continua a dominare? Così è per un rapper che si ostina a cantare: può anche riuscirci, ma non sarà mai incisivo come quando rappa.
La domanda resta aperta
Non si tratta di rifiutare l’evoluzione, né di condannare la contaminazione tra generi. Ma di chiedersi: davvero serve snaturarsi per crescere? Perché artisti come Ernia, Geolier, Marracash, Salmo, Emis Killa – e l’elenco potrebbe andare avanti – ci hanno dimostrato più di una volta che possono puntare sulle barre e allo stesso tempo raggiungere il grande pubblico. Quindi perché insistere ancora con il canto?
Noi intanto rimaniamo qui, nello stesso impasse: «se volevo sentir cantare ascoltavo un altro genere».
Peccato.


