La storia dell’hip-hop: una cultura che ha cambiato il mondo

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Tracciare una storia lineare del fenomeno hip-hop può risultare un’impresa. Negli ultimi decenni, fiumi d’inchiostri sono stati spesi sul tema approcciato da prospettive differenti: qualcuno, infatti, ha preferito dar vita ad una cronologia del genere, mentre altri ne hanno proposto una lettura sociale e politica.

Quanto segue non ha affatto la pretesa di sostituirsi alla letteratura di settore – ampiamente citata, ma di fornire una semplice ricostruzione per addetti ai lavori e non… buona lettura!

Ripercorriamo la storia dell’hip-hop

Ecco di cosa vi parleremo di seguito (in aggiornamento):

Genesi: the Bronx is burning

Per meglio comprendere la cultura della doppia H, è fondamentale rifarsi brevemente al contesto nel quale l’hip-hop nacque: il punto di partenza è la New York degli anni ’70. Il sindaco dell’epoca, Abraham Beame, nominò Robert Moses commissario della Pianificazione concordando con lui la costruzione della Cross Bronx Expressway, una tangenziale costata milioni di dollari.

Questa struttura divise il Bronx in due, distruggendo interi isolati e obbligando sessantamila persone a cambiare casa. Chi poteva permetterselo vendette la propria abitazione per trasferirsi altrove, mentre le comunità più povere – ispanici e afroamericani – furono obbligate ad occupare i project o a traslocare in periferia. Il prezzo degli immobili si svalutò e si diffuse, quindi, la pratica degli incendi dolosi per aggirare le compagnie assicurative.

broxk hip hop

Anche Roger Starr, assessore alla casa dell’amministrazione Beame, giocò un ruolo fondamentale con la sua politica del Planned Shrinkage: questa consisteva nel tagliare i servizi di base al fine di obbligare le persone a spopolare i quartieri della città. Le persone sfollate si spostarono in isolati abitati da gruppi etnici già organizzati in bande gerarchicamente strutturate.

I nuovi arrivati non vennero accolti a braccia aperte e risposero alla violenza raggruppandosi in gang. Queste presero inoltre il posto di uno Stato assente, dando ai giovani afroamericani una famiglia. Gli anni ’70 fotografarono quindi un Bronx ridotto ad un cumulo di macerie, dominato dalla povertà, dalla violenza e dalla totale assenza dell’autorità politica. E furono proprio queste rovine ad incubare una cultura destinata a cambiare il mondo.

Cindy Campbell può essere considerata, a tutti gli effetti, la madrina della cultura hip-hop. Fu sua, infatti, l’idea di organizzare il block party che avrebbe tanto famoso il numero 1520 di Sedgwick Avenue. In vista dell’inizio del nuovo anno scolastico, la ragazza decise di organizzare una festicciola per racimolare il denaro necessario a rifarsi il guardaroba.

Per l’occasione, Cindy coinvolse il fratello Clive che, in quegli anni, aveva preso ad esibirsi come DJ nelle feste di quartiere. Clive Campbell era cresciuto tra le macerie del Bronx degli anni ’70 e aveva assunto il moniker di Kool Herc quando era entrato a far parte della crew di writer Ex-Vandals. Innamoratosi poi della musica, il ragazzo era diventato un frequentatore dei block party, feste di quartiere impostesi come alternativa ai club cittadini riservati ai bianchi.

L’11 agosto del 1973, il salone ricreativo del condominio dove Cindy e Clive abitavano ospitò una festa a dir poco leggendaria: un momento comprensivo di gran parte degli elementi che avrebbero definito la cultura hip-hop. Il deejaying – rappresentato da Kool Herc, l’mcing – impersonato dall’amico Coke La Rock e, infine, la break-dance grazie alle persone che si scatenarono in pista al suono della musica di Clive.

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Il Bronx vide crescere un altro ragazzo, che sarebbe divenuto una colonna portante della cultura hip-hop: Afrika Bambaataa, nato Lance Taylor. Il giovane crebbe assorbendo la cultura delle gang e il suo carisma gli permise di divenire il warlord dei Black Spades. Questi rappresentavano la gang più potente della zona e, politicamente parlando, si rifacevano all’ideologia di Malcolm X

Alcune vicende personali – come l’assassinio del cugino – fecero capire a Lance che la strada della violenza e della resistenza armata non era la via da percorrere. Afrika si fece così promotore della fondazione della Zulu Nation: un’organizzazione fondata sulla ricerca della pace e della conoscenza che si dotò di una struttura organizzata e si diffuse in tutto il mondo – Italia compresa.

Gli elementi fondanti della ZN confluirono nelle Infinity Lessons, una serie di prescrizioni che chiunque avrebbe potuto arricchire quotidianamente. Questo approccio fece sì che Afrika Bambaataa fosse considerato il padrino “filosofico” della cultura hip-hop.

Questo atteggiamento iniziò a raccogliere molti consensi diffondendosi nella New York degli anni ’70. Fu poi la musica a favorire l’incontro – ideale – tra la filosofia di Afrika e la neonata musica di DJ Kool Herc. Il primo, infatti, conosceva molto bene il secondo e si ispirò alle feste da lui organizzate per proporne altrettante dove, cimentandosi come disc-jockey, diede voce ad una cultura musicale sconfinata costruita negli anni grazie ai gusti della madre. I block party divennero, quindi, non solo un’occasione di aggregazione e di divertimento, ma anche – e soprattutto – un momento per appianare le differenze e dimenticare le divergenze tra le varie gang.

Accanto a DJ Khool Herc e Afrika Bambaataa, il terzo nome che costituisce uno dei pilastri fondativi della cultura hip-hop è quello di Grandmaster Flash. Nato Joseph Saddler nel 1958, il ragazzo frequentò un istituto professionale ad indirizzo elettronico, coltivando al contempo una grande passione per la musica: questi due elementi avrebbero, poi, costituito le basi della sua carriera.

Ammaliato dalle novità portate da Herc, Joseph prese ad esibirsi al fianco degli L Brothers, gruppo formatosi nel Bronx sul finire degli anni Settanta. Altra fonte di ispirazione fu Pete DJ Jones, annoverato anch’egli tra i founding fathers. Il giovane mise il proprio amore per la tecnologia e la musica al servizio dell’embrionale hip-hop, favorendo un’evoluzione tecnica notevole. Ben presto, acquisì il moniker di Grandmaster Flash, un riferimento alla maestria con la quale era in grado di fare prodigi sulla consolle.

Diede vita ai Grandmaster Flash and the 3 Mcs, i quali – tra svariate vicissitudini – si sarebbero ribattezzati Grandmaster Flash and the Furious Five. Grazie alle performance teatrali di questo gruppo, il ruolo di master of ceremonies (MC) acquisì sempre più importanza, raggiungendo i livelli del dee-jay stesso. Se DJ Khool Herc è stato la forza propulsiva del cambiamento e Bambaataa ha dotato quest’ultimo di una base filosofica, Flash ha invece avuto il merito di affinare l’arte del djing, consolidando pratiche come il cueing, il cutting e il phasing.

Paul Winley e la Winley Records cambiano le regole del gioco

Sul finire degli anni ’70, l’hip-hop era un fenomeno oramai consolidato. Fino a quel momento nessuno aveva registrato su vinile la musica ascrivibile a questo genere: si pensava, infatti, che i live di dj e mc non potessero essere catturati su un supporto audio senza tradire la loro natura e autenticità. Tuttavia, le cose stavano per cambiare una volta per tutte.

Nel 1956, ad Harlem era nata la Winley Records di Paul Winley, un’etichetta che avrebbe fatto fortuna smerciando dischi doo-wop. Il fondatore rimase colpito dagli acquisti fatti da molti ragazzi neri: questi erano soliti recarsi nel suo negozio per comprare una doppia copia di vari vinili. Ben presto, Paul scoprì che ad interessarli erano i break di batteria e decise quindi di dare alle stampe un’intera compilation di break: era il 1979 quando uscì Super Disco Brake’s Volume One.

A partire da quel momento, l’interesse della label iniziò a virare sempre più verso la neonata cultura della doppia h e, nel corso del tempo, si sarebbe imposta come una delle prima a credere e investire denaro in questo genere. Negli anni ’80, lo stesso Afrika Bambaataa incise per Winley Zulu Nation Throwdown.

Paul fu anche responsabile di aver messo su vinile la prima traccia rap della storia dell’hip-hop: Rhymin And Rappin, realizzata dalle figlie Tanya e Paulett. La prima è poi passata alla storia – con il moniker Sweet Tee – come una delle prime MC. Oltre a questo, la sua celebre Vicious Rap e To The Beat Y’All di Lady B si contendono tutt’ora lo status di primo brano rap ad essere pubblicato da una solista. Grazie alla propria lungimiranza, Paul Winley gettò le basi di un’industria multimilionaria che, in breve tempo, sarebbe entrata prepotentemente nel mercato americano e non solo.

Rapper’s Delight

Se la Winley Records aveva messo in luce il potenziale del rap, la Sugarhill Records lo rese un fenomeno commerciabile. La label venne fondata da Sylvia Robinson dopo alcune vicissitudini. Nota nella scena musicale come cantante e scrittrice, nel 1968 Sylvia aprì – insieme al marito – la discoteca Studio Soul Sound. Tramite di questa i due presero a pubblicare dei singoli, ma presto gli affari declinarono rapidamente.

Fu Morris Levy, imprenditore e sospetto amico della mafia newyorkese, ad investire nel locale il denaro necessario. L’attività venne trasformata nella Sugarhill Records, lanciata poi dal trio Sugarhill Gang. Composto da Wonder Mike, Big Bank Hank e Master Gee, il gruppo fu creato da Sylvia grazie ad alcune conoscenze del figlio.

L’imprenditrice rinchiuse i ragazzi in studio di registrazione e le sessioni portarono alla creazione di Rapper’s Delight. All’inizio, questa traccia di quindici minuti non convinse le radio, ma, grazie a WHBI, una stazione di New York, il brano divenne uno dei più riprodotti e comprati del 1979. Si stima che, ad oggi, la canzone abbia piazzato quindici milioni di copie a livello mondiale e, purtroppo, non è possibile avere un dato più preciso in quanto Sylvia non si iscrisse mai alla RIAA.

Rapper’s Delight raggiunse la #36 della Billboard Hot 100 e le celebri parole d’apertura (“I said-a hip, hop, the hippie, the hippie/To the hip hip hop-a you don’t stop the rock”) diedero il nome alla cultura della doppia h. Per usare le parole di Jeff Chang, la hit della Sugarhill Gang “rese l’hip-hop una musica popolare” mostrando all’industria musicale ciò di cui era capace il genere. Il trio non riuscì più a replicare il successo del loro singolo di debutto, ma il contributo dato alla cultura aprì le porte ad una nuova era per la musica rap.

Il successo di Rapper’s Delight cambiò radicalmente il modo in cui il grande pubblico vedeva e percepiva la musica rap. Questa aveva mostrato, infatti, la propria natura di potenziale fonte di guadagno. Numerose etichette presero quindi a rincorrere le nuove stelle della scena musicale, con risultati non sempre soddisfacenti.

Fondamentale il ruolo di Barry Robinson che ebbe il merito di scoprire e dare una possibilità ad alcuni dei principali gruppi del tempo. Tuttavia, per questioni meramente economiche, questi non riuscì a costruire un proficuo rapporto di lavoro con gli artisti, che ben presto lo lasciarono per entrare a far parte della Sugar Hill di Sylvia. Tra questi ricordiamo anzitutto The Funky 4+1, comprensivi anche di una delle prime MC della storia dell’hip-hop: Sha-Rock.

Ancora, i Treacherous Tree, ma – soprattutto – i Grandmaster Flash and the Furious Five. Come vi abbiamo raccontato in precedenza, questa crew aveva conosciuto alterne vicende, sciogliendosi e ricomponendosi varie volte. Ricostituitisi con l’ingresso di Rahiem – ex membro dei The Funky, si prepararono ad un altro evento che avrebbe cambiato la cultura hip-hop ancora una volta: il lancio di The Message nel 1982.

Nel 1982, Grandmaster Flash and the Furious Five pubblicarono The Message. L’idea di mettere su disco i drammi della comunità afroamericana era venuta ai coniugi Robinson, che – vinte le reticenze del leader del gruppo – portarono la crew in studio di registrazione.

Un ruolo fondamentale fu giocato da Melle Mel, uno dei Cinque. Inizialmente, il rapper si era offerto di incidere la canzone da solista, ma Flash – mosso dal proprio ego – mise da parte i propri dubbi e coinvolse l’intera squadra. Tuttavia, questo antagonismo tra i due avrebbe continuato a crescere, portando successivamente all’implosione del gruppo.

The Message fu un successo di critica e di pubblico ed ebbe il merito di rendere il conscious rap un fenomeno commerciabile. La crudezza e autenticità dei suoi contenuti gli garantirono un posto nelle classifiche stilate da molte testate giornalistiche di settore. Inoltre, nel 2002 fu inclusa nella Libreria del Congresso Americano.

Nonostante il conscious rap sia divenuto mainstream con The Message, gli storici del genere hanno rilevato come l’origine di questo genere vada ricondotta a How We Gonna Make the Black Nation Rise? di Brother D, moniker di Daryl Aamaa Nubyahn, giovane insegnante del Bronx. Dato che il suo contenuto era considerato troppo politicizzato, il brano non venne passato in radio e cadde nel dimenticatoio.

Kurtis Blow: la musica rap inizia a farsi notare

Kurtis Walker nacque a New York City nell’agosto del 1959 e, fin da ragazzino, assorbì la neonata cultura hip-hop muovendo i primi passi come b-boy. Successivamente, si dedicò all’arte del dee-jaying dapprima con il soprannome di Kool DJ Kurt per poi passare a quello definitivo di Kurtis Blow.

Russell Wendell Simmons, noto per aver fondato la Def Jam qualche anno più tardi, gli procurò un contratto con la Mercury, che distribuì un paio di primi singoli di successo. Christmas Rappin racimolò quattrocentomila copie, mentre The Breaks conquistò il disco d’oro divenendo così la prima traccia rap ad ottenere tale riconoscimento da parte della RIAA.

Gli album di Kurtis non riuscirono a replicare i numeri dei brani menzionati, ma – nonostante ciò – il rapper divenne un’icona anche al di fuori del rap game. Riuscì, infatti, a diventare il primo mc ad apparire in uno spot della Pepsi e a portare un tour in Europa. Da sottolineare anche il suo rapporto con l’Italia. Nel 1999, fece una comparsa nella commedia Il segreto del Giaguaro, il cui protagonista era il rapper romano Piotta Tommaso. Nello stesso anno, collaborò poi con gli Articolo 31 nella canzone Xché sì!.

I Run-D.M.C. e il primo crossover della storia dell’hip-hop con il rock

Joseph Simmons nacque e crebbe ad Hollis, piccolo quartiere del Queens. Il giovane subì l’influenza della musica rap che, dal Bronx, aveva iniziato a diffondersi ovunque. Dopo aver mosso i primi passi come rapper all’interno del gruppo The Force, il fratello Russell Simmons – proprio quel Russell Simmons – lo convinse a formare un duo con un amico: Darryl McDaniels. I due si ribattezzarono Run-D.M.C. dall’unione dei loro moniker, coinvolgendo poi anche Jason William Mizell alla consolle.

La loro carriera fu inaugurata da It’s Like That e Rock Box. Al di là della ventata d’aria fresca portata dal loro sound, i due inediti furono anche un successo di critica e il secondo divenne addirittura il primo brano rap ad essere passato su MTV.

L’album di debutto – che portava il nome del gruppo – uscì nel 1984 e, sul finire di quello stesso anno, divenne il primo progetto rap a conquistare una certificazione d’oro da parte della Riaa. Il successivo King of Rock divenne addirittura platino e attirò l’attenzione di un giovane Rick Rubin.

Quanto il celebre produttore e i Run-D.M.C. avrebbero creato con Raising Hell avrebbe cambiato per sempre la storia del rap. Rick Rubin aveva conosciuto Russell Simmons ad una festa e, dopo aver sentito It’s Like That aveva deciso che avrebbe lavorato con il trio a tutti i costi.

Il primo frutto della loro collaborazione fu My Adidas, un classico della discografia rap che sancì l’unione tra la cultura hip-hop e la moda. I Run-D.M.C. risollevarono le sorti del brand, che in quegli anni stava soffrendo molto per la concorrenza. I rapper divennero quindi Ambassador della marca assicurandosi un contratto da un milione e mezzo di dollari. Il brano fece da apripista per “Raising Hell”, interamente prodotto da Rick. La vera hit fu Walk This Way, cover di una canzone degli Aerosmith del 1975.

La traccia garantì al gruppo il primo ingresso nella Billboard Hot 100 attestandosi alla #4. La canzone trainò le vendite dell’album e rese possibile l’apparizione dei Run-D.M.C. sulla copertina di Rolling Stone: per la prima volta nella storia del magazine artisti dell’hip-hop vennero immortalati sulla cover.

Dopo il triplo platino di Raising Hell, i Run-D.M.C. non riuscirono più a bissare il successo del passato. Le vendite iniziarono a calare così come il supporto della critica. Numerosi problemi personali portarono infine i membri ad intraprendere strade – e carriere – completamente diverse.

Nonostante ciò, l’impatto culturale del gruppo è innegabile. Gli specialisti del settore concordano, infatti, sul portato non solo musicale, ma anche estetico e lirico dell’arte dei Run-D.M.C. La loro formula rap-rock aveva rotto con la tradizione dei campionamenti dance e r&b, mentre le loro rime avevano diffuso un messaggio più individualistico promuovendo al contempo uno streetwear comune e abbordabile.

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Le matriarche dell’hip-hop e la storia di Roxanne Shanté

Negli anni ’80, l’hip-hop era un fenomeno oramai diffuso e consolidato non solo nell’ambiente underground, ma anche presso il grande pubblico. La scena continuava ad essere dominata dagli uomini, ma già dagli anni ’70, alcune donne avevano iniziato a ritagliarsi uno spazio sia come soliste che come membri di una crew.

MC Debbie D – al secolo Debora Hooper – è considerata una tra le prime, se non la prima, donne ad esibirsi da solista. Le sue apparizioni iniziarono, infatti, nel 1981 al fianco di DJ Wanda Dee, ma la sua carriera avrebbe poi preso una strada diversa.

Le Mercedes Ladies erano invece un ampio collettivo di DJ e MC che costituì il primo gruppo rap interamente al femminile. Le ragazze si fecero presto un nome intimorendo – grazie al loro talento – persino un peso massimo del calibro di Grandmaster Flash. Tra di loro, si distinse Baby D che, nelle vesti di DJ, avrebbe accompagnato Kurtis Blow in tour.

Al trio The Sequence va invece il merito di aver inciso, nel 1979, il primo singolo di un gruppo di sole donne: Funk You Up. All’inedito fecero seguito tre album in studio e svariati altri singoli che garantirono loro una certa notorietà e un discreto successo commerciale.

Nel 1984, il trio noto come gli U.T.F.O. prese a promuovere il nuovo singolo Hanging Out. Maggior successo ebbe il lato B chiamato Roxanne Roxanne, nel quale gli artisti apostrofavano una ragazza che resisteva al loro corteggiamento insistente. Questi fiutarono l’ennesima hit e iniziarono a collaborare con gli U.T.F.O. passando la loro Roxanne Roxanne.

Ben presto, però, il trio li scaricò per la ben più nota KISS FM lasciando Rap Attack senza la sua stella. In aiuto di Mr Magic e Marley Marl arrivò però Lolita Shanté Gooden, una giovane quattordicenne cresciuta nelle case popolari del Queens. La ragazza, che già si era fatta un nome come partecipante a rap battle del quartiere, dissò il trio sul loro stesso beat assumendo il ruolo e il moniker di Roxanne, la destinataria del brano originario. La canzone ebbe un successo strepitoso e Roxanne Shanté divenne la prima donna solista ad essere passata in radio.

Roxanne’s Revenge innescò la battaglia delle Roxanne, che portò all’incisione di ottanta botta-e-risposta. Tra tutte, si distinse quella di Sparky Dee – nome d’arte di Doreen Broadnax. I team delle due ragazze decisero di unire le forze in un tour congiunto. Successivamente, Roxanne Shanté incise anche un paio di dischi: Bad Sister (1989) e The Bitch Is Back (1992). Nonostante non sia riuscita a sfondare nel mainstream come i suoi colleghi avevano già fatto a quel tempo, l’artista cambiò definitivamente il destino delle donne nel rap.

Se, infatti, fino a quel momento, le rapper erano state conosciute come appendici di crew interamente maschili, da quel momento avrebbero acquisito la propria autonomia ed indipendenza. Roxanne Shanté ebbe il merito di aprire le porte dalle quali, qualche anno più tardi, sarebbero passate MC Lyte, le Salt-N-Pepa e Queen Latifah.

(La storia dell’hip-hop: articolo in aggiornamento)