MadBuddy: guardare avanti senza tradire il passato. L’intervista

madbuddy

Ci sono dischi che segnano un’epoca e 60 Hz di DJ Shocca è senza dubbio uno di questi. Uscito nel 2004, è diventato un manifesto sonoro, la spina dorsale di un certo modo di intendere il rap in Italia, fondato su beat solidi, campioni ricercati e liriche dense di significato. Per anni, un secondo capitolo è rimasto un’ipotesi, un desiderio sussurrato tra gli appassionati. Oggi, 60 Hz II è una realtà che non delude le aspettative, confermando Shocca come uno degli architetti più influenti della scena. Al suo fianco, oggi come allora, c’è la famiglia di Unlimited Struggle, un collettivo che è sinonimo di lealtà e integrità artistica.

Tra le voci portanti di questo nuovo capitolo c’è quella, inconfondibile, di MadBuddy. Metà del duo leggendario Stokka & MadBuddy, rapper palermitano dalla penna affilata e introspettiva, Buddy rappresenta un pilastro di coerenza nel rap italiano. La sua partecipazione al disco è l’occasione per un dialogo che va oltre la musica, toccando i fili della memoria, del tempo che passa e della sfida di rimanere fedeli a sé stessi in un’industria che premia la velocità e l’apparenza. In questa conversazione, MadBuddy si apre con la sincerità che lo contraddistingue, parlando della genesi del progetto, del significato di “crew” a quarant’anni, del suo rapporto viscerale con Palermo e della costante urgenza di scrivere pagine nuove, anche quando il passato proietta un’ombra imponente.

La nostra intervista a MadBuddy

Ciao Buddy! Con Shocca siete amici da sempre e immagino che vi sentiate spesso. Ma quando hai capito che il secondo capitolo di 60 Hz poteva davvero diventare realtà? Quali sono stati gli step che hanno trasformato quell’idea in un nuovo capitolo concreto, dal tuo punto di vista?

«Ciao a tutti. Si, da più di vent’anni oramai. Vivendo nella stessa città abbiamo la possibilità di passare tanto tempo assieme. 60 HZ 2 era già un ipotesi nella sua testa ancora prima di Sacrosanto. Essendo il suo predecessore un vero classico del rap italiano, si è preso il tempo che ci è voluto. L’idea dei reworks non mi ha subito convinto perché consideravo i pezzi in questione intoccabili. Una volta arrivati i provini di Rendez Vous Col Delirio 2 e di Notte Blu 2, ha cominciato ad avere senso. Man mano che chiudeva i pezzi c’era la consapevolezza che sarebbe stato un disco importante»

Il vostro mini tour con Shocca, Ghemon e Frank Siciliano ha riscosso un grande successo, persino in località dove non era scontato radunare così tante persone sotto al palco. In questi anni, la scena urban italiana è cambiata radicalmente e, pur facendo meno rumore, uno zoccolo duro di appassionati continua a esistere. Come vedi questa evoluzione? E cosa ti aspetti quando sali su un palco oggi, in un live di questo tipo?

«È un momento molto positivo soprattutto perché non è più un genere che parla solo a se stesso. Chiaro che il mainstream contribuisce – direttamente e non – ad ampliare anche il nostro pubblico. Per indole tendo a non preoccuparmi troppo delle aspettative perché a questo tipo di eventi, parte della gente può anche non sapere chi sei o trovarsi lì per puro e semplice hype, ma può essere ancora più gratificante conquistarli durante il live»

 

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da Sherwood Festival (@sherwood_festival)

Nella tua strofa in 60 Hz II dici: “Per quello che siamo stati era il momento di uscire / E poi rifare tutto da capo anche se hai scritto la fine”. Cosa rappresentava “la fine”? E cosa ha significato per te, artisticamente e personalmente, questo nuovo inizio proprio all’interno di un progetto così simbolico?

«Parlo più di una fine simbolica. Mi riferisco ad un innegabile fade out che Unlimited Struggle ha fatto in questi anni quasi fino a scomparire. Restava invariato il rapporto forte che ci legava ma l’etichetta aveva smesso di essere attiva. Shocca è sempre stato una sorta di capo famiglia, siamo felici di continuare ad affiancarlo in questo momento della sua carriera, oltre ad essere un bel segnale per chi ci segue da tanto»

In Tutta questa strada dici: “restare veri nel gioco non porta benefit ma debiti”. Guardando al tuo percorso, senti che la coerenza e la scelta di rimanere fedele a te stesso ti abbiano portato a raccogliere meno di quanto meritavi? Hai mai pensato che, seguendo certi trend, anche senza snaturarti, avresti potuto ottenere più visibilità? O siete sempre stati convinti, tu e Stokka, che quella fosse l’unica strada possibile?

«In tutta sincerità credo fosse l’unica strada percorribile. Anche se col contagocce, i nostri dischi sono sempre stati il risultato di un esigenza e nient’altro. Siamo tuttora considerati come rappresentanti di un certo tipo di sound e attitudine e il senso di appartenenza a questa cosa ci ha sempre guidati con molta spontaneità. Oggi mi sento un privilegiato. Seguo Shocca dal vivo in maniera costante e la risposta della gente nei miei confronti è spesso commovente»

Come nasce oggi un tuo pezzo? Parti da un’idea o da un tema preciso, o è il suono, magari di un beat di Shocca, a innescare le immagini e i versi?

«Parte quasi sempre da una necessità improvvisa e per improvvisa intendo nelle situazioni e orari più disparati, in maniera molto intima quindi niente sessioni in studio. A volte è un flusso di coscienza istintivo e veloce, altre invece è un tema che avevo in testa da un po’ che sa dove portarmi. Ma non c’è una regola. È importante per me visualizzare la canzone, la sua struttura. Devo immaginarmela dall’inizio alla fine e possono volerci anche settimane. Anche contribuire e apportare idee ai beats dei nostri pezzi è una cosa che mi gratifica molto ed è stato così per le nostre ultime uscite»

Hai un repertorio che attraversa oltre vent’anni. Quando prepari una scaletta live, come scegli cosa portare sul palco? È difficile trovare un equilibrio tra i classici che il pubblico si aspetta e i pezzi nuovi a cui magari sei più legato ora?

«Ci sono sicuramente pezzi che non possono mancare in scaletta. Parto con le cose più recenti e arrivo al repertorio dei Tasters. In mezzo prepariamo sempre qualcosa come strumentali e strofe inedite o riadattate. Tengo sempre i classici per il finale»

Se tu e Stokka doveste tornare oggi in studio per un nuovo progetto insieme, come pensi suonerebbe? Un ritorno alle sonorità che vi hanno resi un duo iconico o una narrazione più attuale, legata alle vostre evoluzioni personali e artistiche?

«Difficile dirlo con esattezza. Più volte in passato i nostri gusti musicali ci hanno indirizzato verso soluzioni stilistiche interessanti ma che non ci convincevano fino in fondo. Non riuscivano a non suonare come una forzatura. Ci siamo presi sempre qualche anno tra un progetto e l’altro che servisse ad arricchirci. Nel 2011 volevamo che Bypass suonasse come una versione 2.0 di CRX dei Casino Royale. Stokka aveva iniziato a produrre dei beats bellissimi con l’Mpc, suonando il rhodes e diversi sintetizzatori ma a un certo punto ci eravamo arenati e per un po’ avevamo messo il disco da parte. La decisione giusta si era poi rivelata quella di chiamare un po’ di amici e scegliere a sentimento le strumentali che ci esaltavano di più. Oggi verrebbe fuori sicuramente un disco dal suono attuale e al tempo stesso riconoscibile anche se la fissa per un “nostro” CRX sono sicuro è rimasta»

Il concetto di crew e famiglia, come Unlimited Struggle, è qualcosa di sempre più raro in un’industria musicale che tende a premiare l’individualismo. Cosa significa per te, umanamente e artisticamente, far parte ancora oggi di un collettivo così solido?

«Sono anni di esperienze, sincerità, confronti, concerti, backstage pazzi, viaggi e tutto quello che ci ha fatto arrivare fino a qui. Così resiste il concetto di crew nella vita di persone che hanno superato i quaranta, nonostante gli impegni di tutti i giorni e le distanze. È oltre il fatto di fare musica insieme oramai»

In una tua barra dici: “Odio i rapper bloccati nel passato perché i ricordi sono come un sentiero di vetri rotti”. Come si concilia questa visione con il forte legame che hai con le tue radici? Qual è per te il modo giusto di onorare la propria storia senza restarne prigionieri?

«Sono molto sereno a riguardo, rispetto la mia storia anche quando mi sta stretta un po’ come in questi ultimi anni, provando a scrivere pagine nuove altrettanto valide. Non mi ritengo un purista e l’evolversi delle cose non mi ha abbrutito, anzi tutt’altro.»

Ghemon ha detto di recente che nella vita può cambiare tutto, ma se sei hip hop davvero lo resti per sempre. Tu come vivi oggi, nel quotidiano, anche lontano dal microfono, il tuo essere hip hop? Cosa significa per te oggi, anche alla luce dell’età e dell’evoluzione della scena?

«Sembra assurdo ma a certa gente, seppur in maniera ironica, ogni tanto ti tocca ricordare che non smetti di essere Hip Hop se attraversi differenti fasi della tua carriera. Che il tuo bagaglio culturale non sparisce. Continua a manifestarsi in quello che fai, nelle scelte che compi, nella musica che scegli di ascoltare, in come affronti il quotidiano e via dicendo.»

Molti artisti, dopo tanti anni di carriera, sentono di aver detto tutto. Tu invece sembri sempre avere una nuova urgenza comunicativa. È davvero così? Possiamo aspettarci delle sorprese in tal senso?

«Tutte le volte, molto poche attualmente, che trovo uno spazio di luce tra sindrome dell’impostore e procrastinazione, o non sto pensando di smettere, riesco a tirare fuori qualcosa che sento autentico e urgente. So che c’è tanta gente che mi aspetta, vedrò di non deluderli.»

Parli spesso di Palermo, e in Tutta questa strada c’è un’immagine potente: “vedi che l’aquila è in fiamme”. In che modo le tue origini siciliane, anche da lontano, continuano a influenzare il tuo approccio alla musica? Ti capita mai di pensare a un ritorno in città?

«Sono andato via da Palermo quasi dieci anni fa quindi ero grande e temprato, questo per dire che quelle fiamme mi hanno forgiato. La mia città è nel mio DNA, La mia famiglia vive lì. Ne parlo perché anche se non intensamente come una volta, la vivo ancora e non smetto di sperare in quei cambiamenti che potrebbero aiutarla a risollevarsi. Allontanandomi mi è venuta a mancare l’ispirazione per tanto tempo, ma un ritorno in città è un’ipotesi che al momento vedo lontana.»

Stokka & Madbuddy

Segui ancora la scena hip hop siciliana? Ci sono artisti o collettivi locali che stimi particolarmente?

«Che vivono ancora in Sicilia i primi che mi vengono in mente sono Toni Zeno, Barile, EliaPhoks, Daweed e Frank D’Amato. Sempre a Palermo c’è De Almeida, un giovane MC che si sta dando un gran da fare. Non posso non nominare L’Elfo di Catania, capo vero. Recentemente ho conosciuto questo rapper di Messina che si chiama Nemesi, molto talentuoso.»

Chiudendo: Shocca, oltre ad essere una leggenda, ha un’aura quasi da personaggio hollywoodiano. In tutti questi anni d’amicizia, c’è un aneddoto che ti viene in mente e che racconta bene che tipo è, dentro o fuori dallo studio?

«Assolutamente vero e di aneddoti ne esistono a centinaia ma giuro niente che possa essere raccontato qui.»