Rancore: «La creatività e i soldi sono due cose scollegate. Me ne sono sempre fregato»

Dopo lo Xenoverso, Tarek Iurcich torna sulla Terra con un azzeramento necessario: nessun ricordo, solo una pagina bianca da riempire. Tarek da Colorare è amnesia e atto di fede. Incontro con uno degli artisti più originali del rap italiano.

Intervista a Rancore: «Il disco è una pagina aperta. Coloratemi voi»

C’è un momento, nell’intervista con Rancore, in cui chiede: «Paura di cosa?». Lo fa rispondendo a una domanda sui suoi anni di formazione, quelli in cui costruire un’economia attorno alla sua musica sembrava quasi folle. È una domanda retorica, ma dice molto di lui: Tarek Iurcich ha sempre fatto le cose come andavano fatte, indipendentemente da quello che il mercato si aspettava. Con una violinista e un tastierista in un’aula universitaria occupata, se quello era il palco disponibile; con parole inventate come singolo di lancio, se era ciò che lo stimolava.

Tarek da Colorare, il nuovo album uscito il 3 aprile per Hermetic/Django Music, nasce da un azzeramento: l’amnesia come metafora di ripartenza, una pagina bianca da riempire. Ma anche una richiesta esplicita al pubblico: smettete di cercare codici, iniziate a colorare. Lo abbiamo incontrato per parlare di fanfole, contraddizioni, Roma, libri di scuola e della famosa sindrome dell’impostore.

Ciao Tarek, sono passate ormai due settimane dall’uscita del disco. Come ti senti?

«Abbastanza bene. Sono contento di aver iniziato subito con gli instore, perché ho incontrato le persone nell’immediato, appena uscito il disco, e questa cosa mi ha fatto piacere. Ho visto subito la reazione delle persone, dopo un giorno ero già in giro a incontrare qualcuno, e in ogni scambio ho avuto delle belle sensazioni.»

Come vivi questi momenti di contatto diretto con il pubblico?

«Diciamo in maniera un po’ ambivalente. Ho un po’ il timore di parlare con gli sconosciuti: da una parte mi piacerebbe passare molto più tempo con le persone, a parlarci, a capire le loro impressioni (cosa che comunque faccio durante gli instore, ma non solo, anche quando incontro qualcuno per strada che mi ascolta); dall’altra, nella mia sfera personale vivo un sacco di piccoli grandi disagi, ansie, paranoie, paura di tutto. Quindi questi incontri mi mettono anche un po’ alla prova: da una parte mi incuriosiscono tanto e ne sono attratto, dall’altra mi sento in difficoltà. Chiaramente, quando si parla di incontri che non ti aspetti è una cosa; quando ci vai sapendolo come negli instore, arrivi a braccia aperte. Ma quando moltiplichi un confronto reale per tante persone, diventa una quantità di energia difficile da gestire. Bisogna arrivarci preparati.»

Ti seguo da parecchi anni e, preparando questa intervista, mi è venuto in mente un episodio di ormai una decina d’anni fa. Studiavo all’Università di Bologna e tu venisti a fare un concerto in un’aula universitaria occupata. Mi colpì allora, e ci penso ancora oggi: in quell’occasione avresti potuto fare qualcosa di improvvisato, “fare presenza”, eppure arrivasti con una violinista e un tastierista, portando di fatto il tour che avevi in quel periodo. C’era un forte contrasto tra voi, con uno show strutturato, e una stanza assolutamente non preparata per quel tipo di concerto. Io e tutti gli altri presenti rimanemmo davvero colpiti. Che ricordo hai di quegli anni? Come riuscivi a mantenere il focus, nonostante i numeri fossero limitati per via di come funzionava l’industria in quel momento?

«Mi verrebbe da chiederti: paura di cosa? La creatività e i soldi sono due cose estremamente scollegate; si connettono solo nel momento in cui si inizia a pensare che questa roba sia un lavoro e, quindi, si comincia a competere con un mercato discografico che, ovviamente, ha preso la nostra creatività e ci ha messo tutti in competizione, peraltro sulle stesse piattaforme, negli stessi festival, negli stessi contesti. Questo dà la sensazione di essere avanti o indietro rispetto a qualcun altro. Però, in realtà, nei momenti in cui le persone che ti ascoltano ti seguono, anche fossero dieci, quello che potevi fare, in un certo senso, l’hai fatto. E anche il tempo, come oggi, lo dimostra. L’approccio è lo stesso. Non dico che vivo fuori dal mondo però, in realtà, un po’ sì: perché molto spesso i fattori che vedo muovere le scelte sono lontani da quelli che muovono me. Questa cosa crea sempre uno scarto, e anche qualche incomprensione, perché poi sembri esagerato, matto, fuori luogo, oppure anche positivamente fuori luogo, come in questo caso a Bologna.

Il ricordo di quegli anni è positivo. Sicuramente stavo meglio di adesso, questo è sicuro. Ma perché ero più piccolo, perché facevo meno fatica a identificarmi in un progetto che portavo avanti solo per lo spirito creativo. Oggi mi ci identifico comunque, però da fuori vengo visto in modo diverso: come se dovessi dimostrare di essere un artista al 100%, un prodotto discografico al 100%, e tutta una serie di cose che, alla fine, non fanno che rallentare la mia creatività, che a volte percepisco anche come qualcosa di quasi demoniaco. Quelle cose le faccio, a volte, perché servono al mio messaggio per arrivare meglio: sono un contorno, una sorta di cavallo di Troia per far sì che il messaggio entri nel modo giusto nella città che devo “invadere”. Ma, fondamentalmente, l’approccio è rimasto lo stesso. Il ricordo di quegli anni è positivo anche perché vivevo la mia creatività in modo ancora più libero di quanto non faccia oggi. Ma non è che oggi abbia perso quella libertà: continuo a coltivarla, continuo a essere me stesso, continuo a fare le cose – anzi, spesso più di quanto dovrei, tendenzialmente a un prezzo inferiore a quello che dovrei – perché questo è il mio pensiero: fare in modo che questa roba sia il più possibile alla portata di tutti. L’approccio è identico. Faccio solo un po’ più fatica, nel mondo comunicativo di oggi, a liberare questa creatività come facevo prima, perché il mondo di oggi è proprio un altro mondo rispetto a prima.»

rancore

Nel disco ci sono diversi riferimenti – come in “Basta!” – che toccano il tema delle contraddizioni del nostro tempo: streaming, social, eccetera. Come le gestisci, queste contraddizioni, nel tuo modo di vivere la musica e l’arte?

«Scrivere una frase contro una guerra su Instagram, quando fondamentalmente ogni post che fai genera valore per una multinazionale collegata ad altre multinazionali che, a loro volta, finanziano la guerra, significa che qualunque cosa tu pubblichi in quello spazio – per quanto positiva – rischia di diventare automaticamente anche il suo contrario. È un enorme controsenso che viviamo continuamente, spesso senza renderci più conto di quanto sia profondo. Io provo a gestirlo cercando di mantenere alto il livello di complessità, perché ho capito che la complessità – che non è la complicatezza – funziona quando si accetta la fusione degli opposti. Come se la verità non fosse una strada a senso unico, ma una strada a doppio senso. E forse è anche quello che dico in “Luce”, il brano a Sanremo con La Rappresentante di Lista: la verità è una strada a doppio senso, ci porta in due posti contemporaneamente.

È come se esistessero due forze che agiscono insieme in ogni cosa, e lì sta la grande contraddizione del nostro tempo. Secondo me tutto sta nel provare a muoversi dentro questa tensione, contemporaneamente in una direzione e nell’altra: l’universo, lo xenoverso. Cercando un equilibrio tra le contraddizioni che mi abitano, e anche un senso per cui esistono, perché è proprio da lì che nasce una frizione, una piccola elettricità. È come tra uomo e donna: c’è uno sfregamento, un’interazione che genera altro, genera vita, genera futuro. Se non ci fossero queste contraddizioni, il mondo sarebbe troppo estremo, troppo univoco. Tutto sta nel capire quanto siano naturali e parte della nostra natura, come lo yin e lo yang. Poi ci sono contraddizioni diverse, quelle indotte, costruite da una certa manipolazione: mettere una popolazione contro un’altra, una regione contro un’altra. Quelle, spesso, non sono naturali. Sono forzature del sistema. E lì serve l’intelligenza di riuscire a leggere la realtà da fuori. Le contraddizioni che mi attraversano cerco di non respingerle, ma di integrarle tra loro, cercando una terza via, una sintesi possibile tra le cose.»

È un disco per certi versi più politico del precedente. Ti senti più vicino al termine “resistenza” o al termine “rassegnazione”? Cosa ti ha mosso di più?

«È più un atto di fede, quasi un gesto disperato, quasi di martirio. Più che rassegnazione, la chiamerei “ispirazione”, perché la rassegnazione è quando è tutto finito; qui non è ancora tutto finito, si continua ad avanzare. C’è anche un po’ di solitudine in questo disco. È, fondamentalmente, più una rivolta personale che nasce da una forma di disperazione, mettiamola così, che non si sa dove porti: se verso un martirio o verso una risoluzione delle cose. Però è, in sostanza, un atto di fede. Quasi lo chiamerei così: un atto di fede nel fare una rivolta, nonostante sembri, e la parola è importante, che non abbiamo più i mezzi per farla. Ma il disco lascia intravedere che forse qualche mezzo esiste ancora, solo che bisogna trovarlo.»

Ti è mai capitato di cancellare qualcosa perché rischiava di suonare troppo come uno slogan, troppo caricaturale?

«A volte tolgo qualcosa, sì, ma per il resto di solito non tolgo, purtroppo. Più o meno tutto quello che mi esce, dopo lo pubblico. Non metto filtri, non faccio provini. Come a dire: è che tutto quello che decide di trasformarsi in parole, per me, è già oro. Non escludo niente.»

Torna spesso il tema del cambiamento. Mi pare di aver letto che avresti voluto cambiare nome, e in “Neminem” parli di sotterrare il corpo del tuo “falso io”. Qual è il cambiamento più difficile che hai vissuto negli ultimi anni?

«Ti direi che è stato un cambiamento sia pratico che spirituale. Il mondo, in un certo senso, è finito: è entrato in un vortice dal quale sembra non riesca più a uscire. Ne uscirà, sicuramente, ma non come prima, ne uscirà cambiato. Perciò non si poteva fare la stessa musica: era proprio impossibile, e sarebbe stato anche sbagliato. Non avrebbe più avuto senso di esistere. Ricordiamoci sempre che nessuno ci obbliga a farla: quindi, nel momento in cui decidi di farlo, deve avere un senso, almeno nella mia testa. Considerato poi che ogni disco consuma acqua, materiale vinilico, risorse, mi sentirei in colpa a fare qualcosa che non ne abbia. Non è che non mi senta in colpa in assoluto, però questo è quello che sento di dover fare. Ci ho messo tutto il tempo che mi serviva, ed è anche per questo che esco con un disco ogni tot anni: altrimenti inizia a perdere significato. Raccontare questo cambiamento, provare a fare un ritratto del mondo in cui siamo – di come è cambiato, della sensazione che sta creando dentro di noi, di come si stia modificando lentamente senza che ce ne rendiamo conto – è quello che il disco vuole fare: far emergere queste piccole trasformazioni inconsce che ci attraversano. Perché almeno una presa di coscienza, in qualche modo, ti difende.

Questo cambiamento mi ha portato a perdere una parte di me, forse anche la chiarezza su chi sono – per questo parlavamo del “falso io” – e quindi chiedo agli altri di aiutarmi a ritrovarmi. Da qui il “da colorare”: mettermi nelle vostre mani. Il titolo dice proprio questo: per essere completo ho bisogno di voi, per trovare le sfumature tra il bianco e il nero. Fino a oggi si è sempre dovuto leggere tra le righe e magari qualcuno diceva che era un codice troppo complicato, troppo astratto. A volte erano anche semplici stronzate, altre volte no. Questa volta, invece, ti dico: non leggere più tra le righe. Inizia a colorare tu. Invece di voler capire tutto, di dare un significato a tutto, di usare sempre e solo la razionalità, usa anche le sensazioni. Sono queste le sfumature che ti chiedo per “colorarmi”. In questo senso il cambiamento è attraversato da un dolore di fondo, ma anche dalla ricerca di una soluzione, di una speranza, di un tocco di colore tra il bianco e il nero.»

Parlando di “Fanfole”: da un punto di vista pratico, come ti sei approcciato alla scrittura?

«Allora, il brano, diciamolo, dovevo scriverlo per forza. Dopo tutto questo tempo passato dentro le parole, le ho mangiate, ci sono andato in vacanza, ci ho fatto di tutto, era inevitabile che, a un certo punto, dovessi romperle. Prima o poi si sarebbero rotte tra le mani e non sarebbero più bastate: avrei dovuto dire cose che nelle parole non entravano più, e quindi andavano inventate. Non c’era altra soluzione. Nell’enorme ricerca che ho fatto negli anni, prima esplorando le parole della quotidianità, della nostra vita normale, poi andando indietro, cercando alternative nel presente, fino ad arrivare all’ampiezza dell’alchimia, era inevitabile che prima o poi cadessi nel buco del Bianconiglio della metasemantica. Tutto ciò che riguarda il linguaggio inventato, un certo tipo di poesia: era naturale che, dopo aver attraversato le parole comuni, arrivassi a incontrare figure come Fosco Maraini, autore de La gnosi delle Fanfole, un libro fatto di parole inventate. Ma anche Gadda, che in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana crea moltissimi termini, spesso in romanesco, veri e propri enigmi, soprattutto considerando che non era neanche di Roma.

Tutto questo mi ha portato a costruire un percorso, un grande studio durato circa un anno. Ho scoperto parole di vario tipo: per esempio le parole “a cannocchiale”, in cui si fondono più termini esistenti per crearne uno lunghissimo, quasi una formula magica, tipo “Supercalifragilistichespiralidoso”, dove dentro c’è una marea di cose. Questo mi ha aperto al mondo della metasemantica, al surrealismo delle parole.

E in un mondo in cui il rap nasce come protesta, e in una persona che si chiama Rancore, che porta con sé anche una certa rabbia delle strade, rispondere alle fratture che ci vengono raccontate ogni giorno usando le fanfole; quindi, facendo un discorso politico ma attraverso la metasemantica nel rap, mi è sembrato un gioco potente. Mi sorprende che nessuno lo abbia già fatto: è un gioco notevole, ma anche un atto politico forte. Per questo non potevo non iniziare il disco così.»

Penso che, anche da un punto di vista commerciale, sia stato coraggioso uscire con quel singolo. Hai vissuto diverse stagioni discografiche: come ti senti adesso, da quel punto di vista?

«I contratti sono fogli, carta con una firma sopra. Quello che faccio io, invece, sono labirinti: è difficile che chi ti fa firmare un contratto decida davvero di entrarci. Diciamo che, se io sono il titolare di questo labirinto, nessuno sceglie fino in fondo di perdersi insieme a me. Al massimo mi chiedono cosa significa, come si entra, ma finisce lì. Per questo, in tutte le situazioni in cui ho lavorato, a livello personale è sempre cambiato poco, soprattutto dal punto di vista negativo. Essere oggi completamente indipendente, certo, su alcuni aspetti mi fa andare più veloce. Ma è solo una questione di velocità e non sono neanche un grande fan della velocità.

Non è una questione di scelte che cambiano. Il rapporto contrattuale e discografico non mi ha mai davvero intaccato, perché quello che faccio è talmente particolare che difficilmente qualcuno sa come maneggiarlo o modificarlo. E, anche provandoci, ci guadagnerebbe poco: quindi tanto vale lasciarlo così. Credo che, più o meno, questo sia stato il ragionamento di tutti.»

Che ricordo hai di Sanremo? Ci torneresti?

«Sicuramente è un’esperienza imponente dal punto di vista energetico. Sanremo, alla fine, è un grande rito agli occhi di tutti: chissà, ora che ho detto che è un rito forse mi vorranno ancora di meno, non lo so (ride, ndr). Io faccio quello che devo fare, che forse è più utile a loro che a me; non so quanto gli convenga davvero.»

Nel disco c’è un bellissimo brano su Roma. Come è cambiato, negli ultimi anni, il tuo rapporto con la città?

«Ho frequentato un po’ di più i luoghi più reconditi di Roma, mettiamola così. Ho conosciuto meglio i sotterranei e i terrazzi della città: parlo sia di luoghi fisici sia di situazioni che prima non avevo mai visto. Non credo sia solo perché, dopo tanti anni che fai musica, la curiosità su di te da parte di certe realtà della città inizi a connettersi più facilmente (anche se sicuramente conta); ma anche perché si cresce, e perché sono anni che porto questa cosa per Roma, da Roma e in giro. Era inevitabile che, a un certo punto, Roma mi facesse delle domande.

Negli ultimi anni ho esplorato molto di più la mia città, l’ho vissuta in diverse sfaccettature, anche solo attraverso il passaggio di una sera. Però io sono una persona sensibile: assorbo. E ho deciso di raccontare questo prisma più ampio che mi si è aperto davanti, dove si mescolano politica, criminalità, Chiesa e arte. In fondo è anche un po’ l’Italia, ma io, essendo di Roma, ho scelto di raccontare quella. Riguardo alla nascita del brano: ascoltando un giro di pianoforte di Dardust, mentre camminavo per Roma immerso in queste suggestioni, ho iniziato a scrivere messaggi a me stesso. Da lì è nato il pezzo. Non pensavo nemmeno che lui avrebbe voluto riprenderlo, perché era già uscito nel suo album Urban Impressionism. Invece, forse proprio quell’istintività lo ha colpito: ci siamo chiusi in studio e gli abbiamo ridato vita, spostandolo su Roma.»

Come hai gestito le produzioni di questo disco? Come lavori di solito? 

«I produttori mi portano delle idee musicali. Quando arriva l’illuminazione, mi chiudo da solo con tutto quello che ho e inizio a scrivere, usando quello che per me è un metodo quasi stanislavskiano. Se parlo di uno spazio, quello spazio deve stare con me, deve essere vissuto. Tendenzialmente lavoro così. Con i produttori è stato anche un processo abbastanza particolare. Gran parte dell’album è stata curata da Meiden, con cui avevo già lavorato su Musica per bambini. Si è affiancato in alcune produzioni anche Jano, presente già nei dischi precedenti, che ha curato la parte ritmica di brani come “Fanfole” e altri. Un’altra parte importante del disco è stata seguita da Duffy, un produttore più giovane che era già fan: ci siamo conosciuti e nel giro di pochi mesi sono nate prima un’idea musicale, poi un’altra, e così via.

C’è poi Skioffi, con cui ho collaborato in una produzione insieme a Dardust. E un altro brano nasce da un’idea mia e di Dani Macchi – musicista e produttore – costruita in una notte particolare e poi portata da Dardust. Quindi le due grandi colonne sono Meiden (insieme a Jano e agli altri nomi che ho citato) e Duffy. Poi c’è Dardust in un brano specifico. Più o meno questa è la struttura delle produzioni. Gran parte del mio tempo in studio l’ho passato con loro: separatamente hanno curato i diversi brani dell’album e ci siamo chiusi per pomeriggi, sere e notti a cercare il suono giusto.»

Rancore Premio Tenco

Come lo porterai in giro? Con una band, immagino?

«Sì, basso, batteria, tastiere, sintetizzatori e campionatori. E poi un sacco di teatralità, come al solito, accompagna quello che faccio sul palco. Ci sono momenti che non sono solo musicali, anche se la parte musicale è la cosa più importante. C’è anche altro, e molto spesso il contesto aiuta l’aspetto musicale a essere ancora più immersivo, chiamiamolo così.»

Qualche settimana fa un tuo testo è finito su un libro scolastico. Te lo saresti mai aspettato? E che rapporto hai con la sindrome dell’impostore?

«Me lo aspettavo, in un certo senso, non proprio adesso, ma in qualche modo ci avevo pensato. Ho sempre cercato di coltivare l’aspetto pedagogico, però in una forma che non risultasse pretenziosa: provare a dare strumenti per connettere il rap, quello più immediato e contemporaneo, con affinità più antiche, legate alla nostra cultura e alla nostra poesia. Già questo processo, che porto avanti da anni, nel provare a immaginare cosa penserebbe un Dante di ciò che scrivo, andava in quella direzione. Fondamentalmente non me lo aspettavo proprio adesso. Però quando l’ho visto ho pensato: cavolo, bello, mi ha fatto molto piacere. Mi ha colpito in particolare il fatto che ci sia finita “Arkano 2100” e che di conseguenza sia entrata in un libro di storia, non solo in un libro scolastico. Perché quando studi la storia studi gli avvenimenti accaduti, le figure che hanno contribuito a costruire un immaginario che serve a leggere il presente. Anche un libro di letteratura sarebbe significativo, ma finire in un libro di storia, che non racconta solo il passato ma anche il presente, mi ha colpito. La storia è legata alla pedagogia: si basa sulla narrazione degli eventi per restituire ciò che il mondo sa in quel momento e trasformarlo in uno strumento per il futuro. Questo dà al libro di storia un ruolo enorme, anche politicamente.

E quindi sì, finirci dentro mi ha stupito e mi ha fatto piacere. Mi ha anche restituito un po’ di entusiasmo: i miei risultati discografici sono buoni, ma non ho tutte le porte spalancate dal mercato. Le mie soddisfazioni passano molto dai concerti, da ciò che faccio, da cose che spesso faccio fatica a trovare nel mercato musicale puro, che è sempre molto ingabbiato. Finire in un libro di scuola mi ha restituito la sensazione che forse quello che ho fatto abbia avuto un senso, almeno per qualcuno. Per quanto riguarda la sindrome dell’impostore: ce l’hanno tutti. Il giorno in cui non ce l’hai più, probabilmente sei diventato davvero un impostore. Finché me la porto dietro, finché mi faccio domande, vuol dire che la prossima volta proverò a scrivere qualcosa che tenga almeno quel livello.»