Definire un disco “deludente” non significa automaticamente bollarlo come brutto. Più spesso vuol dire trovarsi davanti a un progetto che, per un motivo o per l’altro, non riesce a mantenere le promesse: non è all’altezza delle aspettative create, oppure appare semplicemente un passo indietro rispetto a quanto l’artista aveva dimostrato in precedenza. Con questa premessa, di seguito raccogliamo gli album che, nel 2025, ci hanno lasciato più perplessi tra rap americano e rap italiano.
I dischi rap (USA e Italia) che, purtroppo, ci hanno deluso di più nel 2025
Lo chiariamo subito: non esiste un “metro oggettivo” che stabilisca quando un disco debba essere considerato deludente. E infatti non pretendiamo di emettere sentenze definitive. Però ci sembra corretto — soprattutto in un periodo in cui la critica continua ad addolcire i giudizi o a evitare le stroncature — ritagliarci lo spazio per dire la nostra anche quando qualcosa non ci convince, come abbiamo già fatto più volte in passato.
Tra i titoli finiti in questa raccolta ce ne sono alcuni che hanno registrato numeri importanti, ricevuto grandi attestati di stima o goduto di un hype notevole. Eppure, secondo noi, presentano più di una fragilità: a volte nel contenuto (scrittura, coesione, scelte sonore), a volte nella forma (durata, ripetitività, direzione artistica), a volte persino in ciò che li circonda, tra aspettative sproporzionate e promozioni che promettevano altro.
Ve li presentiamo qui sotto con la piena consapevolezza che si tratta di una lettura personale e discutibile — non abbiamo verità in tasca — ma proprio per questo utile a ragionare, anche in modo critico, su ciò che il rap americano e italiano ci hanno messo davanti nel 2025.
Lil Wayne – Tha Carter VI
Premettiamo che siamo grandi fan di Lil Wayne e non avremmo mai voluto inserirlo in questa lista. Eppure questa volta non possiamo farne a meno. Il disco è una delusione non solo per le aspettative alte che avevamo (come ogni qualvolta viene scomodato il nome “Carter” per un album di Weezy), ma proprio perché si tratta di un disco mediocre. Purtroppo, nonostante le tante tracce e gli ospiti di primissimo piano, l’album non ci è piaciuto. Ci sono pochissime tracce che meritano di essere ricordate (su tutte quella con Bono degli U2 e quella con Andrea Bocelli) ma sono ben di più quelle da dimenticare. Non si può denigrare un intero disco per una brutta traccia, ma Peanuts 2 N Elephant, con il campionamento del barrito di un elefante, è una dei brani più raccapriccianti che abbiamo mai sentito.
21 Savage – What Happened to the Streets?
Per il ritorno di 21 Savage, avevamo sinceramente altre aspettative. What Happened To The Streets? è uscito da pochissimo, quindi magari tra un po’ di tempo potremmo rivalutarlo in maniera differente, ma al momento dobbiamo dire che ci ha deluso. Il disco di per sé non è brutto: ha una serie di tracce potenti e una serie di featuring veramente importanti. Però, cosa ci resta dopo un ascolto di questo disco? Veramente poco. Lo stile di 21 non si mette in discussione, ma gli input da segnarsi si possono veramente contare sulle dita di una mano. Il disco ruota intorno ad un genere trap piuttosto dark, ma nulla di nuovo, di particolarmente originale o di peculiare. Segnaliamo positivamente solo il brano realizzato con Metro Boomin, quello con G-Herbo e la traccia conclusiva I Wish, veramente commovente. Anche il brano realizzato assieme a Drake non è la hit che tutti si aspettavano. Troppe poche tracce buone, per valutare positivamente questo disco, purtroppo.
JackBoys – JackBoys 2
Spesso, nei dischi catalogati come “delusioni” dell’anno, troviamo dischi che hanno floppato. Eppure questa volta vi segnaliamo un disco che è esordito primo in classifica e che ha venduto (dati alla mano) il doppio del primo volume. E allora, perché ci ha deluso? Probabilmente le aspettative sul collettivo della Cactus Jack Records erano troppo alte. Travis Scott proviene da un paio di anni dove si è letteralmente preso tutto (classifiche, tour mondiali clamorosi, collaborazioni azzeccate…) e quando sei così tanto in alto, un mezzo passo falso pesa molto di più che ad altri livelli. Il disco non è così male come tante recensioni ci hanno voluto far credere. Ci possiamo trovare dentro diverse cose buone (come la hit Dumbo), ma purtroppo sono affogate in una marea di brani che sembrano dei leftover di altri dischi. Il problema principale del disco rimane però un altro: il collettivo Jackboys non riesce ancora a trovare un’identità vera e propria. Nei passaggi dove c’è Travis si sente la sua mano, mentre gli altri membri faticano a spiccare il volo da soli. Anche Don Toliver (che probabilmente è il membro di Jackboys più conosciuto dopo il padrone di casa) non riesce a spiccare il volo. Ci è sembrata un’occasione sprecata. Spoiler: il pubblico aveva grande aspettativa sul disco e lo ha ascoltato tantissimo nei giorni dell’uscita, ma già la settimana successiva non è riuscito a mantenere la testa della classifica. Evidentemente anche il pubblico generalista, si è reso conto di questa mancanza di personalità del disco.
Joyner Lucas – ADHD 2
Gli artisti dovrebbero sempre valutare che il titolo di un progetto può influenzare il giudizio degli ascoltatori. Probabilmente è quello che è successo anche a noi ascoltando ADHD 2. Il disco non è particolarmente brillante, ma non possiamo neanche definirlo un brutto album: nonostante ciò ci ha deluso. Alcune scelte tecniche (come il featuring con J Balvin) e la solita campagna promozionale colma di singoli ci hanno un po’ spiazzato, presentandoci un disco un po’ scarico, senza un’identità precisa e che soprattutto ha ancora una volta troppo poco scavato a fondo sulla storia di un uomo con la sindrome dell’ADHD…
Boldy James – Hommage
Ci sono artisti che in genere riescono a mantenere un livello medio piuttosto alto nonostante l’alta produttività musicale. Uno di questi è sicuramente Boldy James, che negli ultimi anni ci ha abituato a pubblicare una marea di musica, più meno sempre a livello. Quest’anno però forse ha esagerato. Nel 2025 ha pubblicato ben 9 album e onestamente non è riuscito a mantenere la stessa appetibilità in tutti i progetti. Boldy aveva chiuso il 2024 con due dei suoi migliori progetti di sempre, ovvero Across The Tracks realizzato con Conductor Williams e The Brictionary realizzato con The Alchemist. Avevamo buone aspettative su di lui nel 2025, ma purtroppo si sono confermate solo per metà. Il problema principale di Boldy James è che realizza progetti interi con lo stesso produttore. Dal momento che il flow di Boldy è piuttosto monotono, la parte strumentale ha un’imatto importante sulla riuscita del progetto. In alcuni casi il producer riesce a farlo risaltare, in altri casi rende i dischi estremamente noiosi. Il più noioso (quindi il più deludente o comunque il meno riuscito) dal nostro punto di vista è Hommage, prodotto da Antt Beatz. Basta guardare il numero di ascolti su Spotify per capire che non è solo un nostro punto di vista: il disco ha girato veramente poco. Più che valutare Boldy James a questo punto occorrerebbe valutare i producer che hanno lavorato con lui in questo anno. Applausi per Nicholas Craven che ha prodotto ben due dischi (Late To My Own Funeral e Criminally Attached), probabilmente i suoi migliori del 2025. Abbiamo apprezzato molto anche Your Boy Posca che ha prodotto Magnolia Leflore. Real Bad Man, V Don e Chuck Stranger hanno prodotto un disco ciascuno, di buon livello (Conversational Pieces, Alphabet Highway e Token Of Appreciation), mentre ci hanno un po’ annoiato Roger Goodman con Permanent Ink e ci ha deluso RichGain con Murder During Drug Traffic, ben al di sotto del precedente Indiana Jones. Non ce ne voglia, ma il peggior disco dell’anno di Boldy James rimane comunque Hommage prodotto da Antt Beatz. Se fossimo il uso manager, gli consiglieremmo li limitare un pochino la produttività e concentrare il lavoro con i producer che lo facciano risaltare al meglio.
Westside Gunn – 12
Concentriamoci su quello di cui stiamo parlando: delusioni. Non vuol dire brutti dischi, vuol dire dischi al di sotto delle nostre aspettative. Il peggior disco di Westside Gunn contiene molto più stile, più spunti e più perle di tutto ciò che si trova in Billboard 200. Siamo molto fan di WSG e di tutta Griselda, ma questa volta dobbiamo sottolineare un po’ di delusione per l’uscita di 12. Nel nostro immaginario, i dischi “numerati”, ovvero la prosecuzione della leggendaria saga Hitler Wears Hermes devono essere il livello più alto immaginabile di Westside Gunn. Eppure stavolta non è successo. Già la serie era stata “profanata” lo scorso anno con l’uscita di 11, che era poco più di un breve EP. Quest’anno la saga è proseguita, ma senza nessun tipo di legame con gli iconici volumi precedenti. Il disco è coerente a ciò che l’artista ha sempre fatto. Ci sono diverse tracce potenti, ma nulla da farci saltare dalla sedia per lo stupore. Se mettiamo questo disco nelle delusioni è perché nel corso dell’anno WSG ci ha dimostrato di essere ancora molto in forma e la trilogia di Heel Have Eyes ne sono la prova. Le tracce migliori realizzate da Westside nel corso di quest’anno, probabilmente non sono contenute in 12 e di questo ce ne rammarichiamo.
Ty Dolla $ign – Tycoon
Dopo essersi “liberato” da Ye e dal giogo di Vultures, avevamo grandi aspettative su Ty Dolla $ign. Lui stesso aveva detto che le migliori cose uscite nei due volumi di Vultures provenivano da suoi input, che lui aveva messo a disposizione del progetto ¥$ affinché Kanye li ri-elaborasse. Che sia un mezzo genio musicale già lo sapevamo. Il problema di Ty è che fa fatica a mettersi in mostra, troppo spesso si riduce ad essere un comprimario invece che un protagonista. Come per l’appunto è successo in Vultures, nonostante i suoi input. Per questo vederlo alle prese con un disco solista ci gasava. Purtroppo, dobbiamo riconoscere che il buon TY$ ha perso un’altra occasione. Tycoon non è un brutto disco: con una lista di featuring così, è impossiblie sbagliare. E invece ci ha deluso. Proprio per colpa/merito dei featuring. Per la verità, le tracce soliste di Ty ci sono nel disco e sono pure buone: e allora perché annegarle in un mare di featuring? Capiamo il ragionamento commerciale, ma in questo modo perdiamo quello artistico. Il disco scorre bene, ma manca un filo conduttore tra i brani, creando una sorta di effetto playlist, come il precedente disco Featuring Ty Dolla $ign. Peccato…
Ernia – Per Soldi e Per Amore
Per Soldi e Per Amore è la classica “delusione da aspettative”: non un disco brutto, ma un’occasione mancata. Ernia resta un rapper solidissimo, però quando sposta il baricentro sul canto perde incisività e, qui, le parti melodiche sono semplicemente troppe. Il risultato è un album piacevole ma prevedibile, che non si stacca davvero dai capitoli precedenti: autobiografia già sentita, dinamiche già rodate e brani pensati per il radar pop (Il Gioco del Silenzio, Berlino). Con l’hype e la promessa implicita di un concept più forte, ci si aspettava un cambio di passo netto, o almeno un’idea più presente lungo la tracklist. I picchi ci sono e si sentono (Fellini con Kid Yugi, Perché con Madame, Mi Ricordo, Grato), ma non bastano a trasformare il disco in quella svolta che avrebbe potuto essere.
Capo Plaza – Hustle Mixtape Vol.2
Hustle Mixtape Vol 2 non è un passo falso ma un sequel che non capitalizza davvero su ciò che aveva reso forte il primo capitolo. Capo Plaza qui è spesso più incisivo di alcuni suoi lavori, però manca quella fame frontale del Vol 1: l’incisività su strumentali drill e più “dure” viene diluita in un impianto che suona quasi da album, più levigato e meno urgente. Il problema è proprio l’identità: invece di spingere l’estetica del mixtape e rilanciare, il Vol. 2 sembra un progetto parallelo, con momenti alti sparsi ma senza una continuità che faccia davvero la differenza. A pesare è anche la scrittura: Capo resta riconoscibile, ma rischia poco, gira in sicurezza e lascia sul tavolo quella quota di ambizione che ci si aspetta da un seguito. Delude perché poteva essere più cattivo, più libero, più necessario.
Ketama126 – 33
33 è un disco che spacca a metà l’ascoltatore, e la nostra delusione nasce tutta da lì: Ketama126, quando rappa, ha un peso specifico che qui viene quasi azzerato. L’elefante nella stanza è evidente: di rap ce n’è pochissimo, e il progetto scivola verso un cantautorato nuovo, volutamente “altro”, più che verso la solita contaminazione che ha sempre caratterizzato il suo stile. L’intento è chiaro e anche legittimo: staccarsi dalla massa, provocare, osare una metamorfosi. Il punto è l’esecuzione: il cambio è troppo netto, poco graduale, e rischia di suonare come uno snaturamento più che come evoluzione. Non è un disco privo di idee, ma è un album che lascia la sensazione di aver sacrificato l’arma migliore di Ketama – il suo modo unico di stare sul beat – in favore di una nuova forma ancora da mettere a fuoco.
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