In Stardust Danny Brown riscrive il suo futuro nella sobrietà

Danny Brown
foto di Peter Beste

Munito di una singolare creatività, Danny Brown ha colorato Detroit e la scena hip-hop di una tinta inedita quando il suo secondo album XXX divenne un emblema di ciò che il genere poteva diventare con il passaparola di internet. Dall’amore ricevuto dai suoi fan ai giganti della scena fino a passare dai luoghi più ignoti del panorama musicale, Danny non ha mai rinnegato sé stesso e non ha mai permesso alla sua personalità di limitare ciò che era possibile creare in studio. Proprio per questo oggi si ritrova con una discografia capace di dipingere le nuvole nere della dipendenza col sibilo diabolico di Atrocity Exhibition o laurearsi da studente della scena con il quadro tradizionalista dipinto insieme a Q-Tip in uknowhatimsayin.

Questa folle corsa è stata alimentata da una personalità schizofrenica, padrona di un caos controllato in cui la dipendenza ha giocato un ruolo di benedizione e maledizione. Proprio per questo quando Brown ha deciso di ripulirsi completamente nel 2023, il timore numero uno era di perdere quella magia creativa condita indubbiamente dagli stupefacenti. Stardust provoca ogni dubbio e rivela un artista rinnovato ma fondamentalmente ed essenzialmente ancora sé stesso.

Con Stardust Danny Brown inizia una nuova era dopo la dipendenza

La schiera di ospiti è un cosciente e ricercato esercito di artisti queer proveniente dai lati più oscuri e travolgenti della scena indie.

Il flow di Danny Brown sulle strumentali di JOHNASCUS e underscores è testimone della sua univoca versatilità mentre diversi ospiti offrono la loro voce per enfatizzare la chiarezza del messaggio.

Stardust può mettere a dura prova l’ascoltatore occasionale ma per i fan di Danny Brown è un respiro di sollievo e una grande testimonianza di creatività nella sua forma più sobria. La naturalezza su cui le rime picchiano in Green Light supporta le tinte pop dei Frost Children trasportandoci in una dimensione in bilico tra il pop rock dei primi anni 2000 ed un genere capace di infiammare i palchi della Los Angeles di Blade Runner. Dariacore e tinte di EDM separano la distanza generazionale tra Danny e l’incredibile Jane Remover in cui brano di chiusura All4U rivela la gratitudine del rapper di Detroit verso tutto il supporto ricevuto. La neo-lucidità post-sobrietà di Danny Brown trova il suo climax prima dei titoli di coda nella gigantesca The End, brano di 8 minuti in cui in compagnia della rapper ucraina Ta Ukrainka e l’australiana Zheani, Danny passa da rapper dannato a zio mentore. La traccia è probabilmente una dei più progressivi atti musicali di Danny Brown e offre una finestra carica di speranza sul futuro di una discografia sempre imprevedibile.

La palpabile animosità del flow di Danny lascia presagire diversi punti di vista con cui l’MC ha attaccato le coloratissime strumentali. C’è comunque un filo conduttore che lo collega al precedente Quaranta in cui naviga un artista alle prese con un ritorno sulla scena successiva ad una deprimente chiamata del sipario. Il rapper in persona ha rivelato di aver nominato questo artista/alter-ego “Dusty Star“, donando nuova vita alla penna grazie alle inedite prospettive da cui scrivere. Il risultato è evidente ma non appariscente, non siamo dinanzi ad un prodotto di storytelling ma in uno in cui la rima sposa il sound a prescindere dalle imprevedibili direzioni che quest’ultimo possa prendere.

Anche se l’intero progetto sia cosparso da una contagiosa positività, Danny Brown sceglie il talentuoso Quadeca per affrontare la trasformazione personale di questi anni. In Book of Daniel una strofa basta a delineare e scacciare il pessimismo del passato gioendo nei propri sogni e conquiste.

Se prima Danny faceva della fine e della morte uno spunto di ispirazione, oggi la penna del rapper lo vede solo come un punto di fermo privo di potere se si vive una vita pregna di obiettivi. What You See scava nei rimpianti, non per ripescarli ma per fare ammenda e prendersene responsabilità. Stardust gioca nel caos unicamente nelle sue scelte sonore, provocando e innovando una già rinascimentale discografia, ma dietro al microfono c’è un essere umano che continua a crescere e maturare.

Stardust è un album che solo Danny Brown poteva realizzare, eppure rende omaggio ai suoi collaboratori, qui non semplici ospiti ma autentiche fonti d’ispirazione per l’ennesimo salto creativo di uno degli artisti più innovativi della scena.